La dieta a zona e i pasticcini Come reciclare i tuorli sodi

Fantastiche quelle diete in cui dell’uovo di devi mangiare solo l’albume. E il rosso dove lo metti? Frittate a go go per i panini delle gite in montagna, crostate per gli amici perchè tu no. Poi arriva la socia che ti apre un mondo: i rossi si usano anche sodi. E come? Leggi tuttoLa dieta a zona e i pasticcini Come reciclare i tuorli sodi

Il tempo


Oggi gli ospiti sono cinque. Mentre accende il fuoco sotto la pentola del minestrone in una sera di luglio, Luca realizza che qualche anno fa cinque sarebbero stati i posti liberi, non quelli occupati.

Quando aveva vent’anni e con gli amici esplorava ogni valle finiva sempre per dormire sui tavoli o nell’ingresso. I rifugi non si prenotavano: chi arrivava presto aveva un letto, chi arrivava tardi si accontentavi di un tetto. Luca era troppo curioso per arrivare presto: con un occhio all’orizzonte, uno alla cartina ed il terzo al cielo valutava sul momento cosa era fattibile e cosa no. “Saliamo su quella, seguiamo in cresta e poi vediamo cosa c’è di là… dovrebbe esserci un lago e ci tuffiamo!”. Di solito era la forma di una montagna con le sue belle pareti verticali ad attirarlo più del nome o della fama della cima stessa. Non contava il dislivello, misurava la fatica e l’adrenalina tenendo d’occhio l’orologio per stare lontano dai guai. Che bello perdersi nel panorama immenso quando si è in vetta, sopra a tutto, e lasciare correre lo sguardo, magari anche per scegliere la prossima destinazione.

A fine giornata, stanco ma felice, ricordava con gli amici i momenti più belli della giornata per riviverli:
“Non male il diedro”,
“Giuda fauss! Il guado… ho ancora le mutande bagnate.”.

Socializzava in fretta con gli altri tra scambi di consigli, itinerari e genepy. Una settimana era in questa valle, un’altra in quella, anche fuori provincia, benzina permettendo. Corde e scarponi, esplorare e conoscere: questo importava. Se anche non fosse mai salito su un quattromila poco male, forse neanche sapeva contare fino a quattromila.

Un violento sbuffo del minestrone risveglia Luca dai suoi pensieri. Serve la cena ai suoi ospiti, ma quello che si vede dalla finestra diventa presto più interessante di quanto c’è nel piatto. Il cielo, il sole e le nuvole si sono vestiti di colori caldi e stanno danzando lenti: uno scenario che la natura regala volentieri a chi sa fermarsi a guardarla. Luca sorride compiaciuto, esce a guardare da vicino con un bicchiere di vino in mano.

Quando ormai lo spettacolo è finito, sfoglia il libro del rifugio per vedere se si sono aggiunte firme nuove:

20/07/2016 nonostante il caldo, saliti in 1h 58′. Pronti per Capanna Margherita, oltre 4.500!
20/07/2016. Giusy e Gio, sudatissimi in 1h 52′. Scendiamo subito che fa freddo.
HO VISTO TANTI STAMBECCHI E ACUILE, BELLO! SONIA 6 ANNI

Chiude il libro e spera nella generazione di Sonia, sembra essere l’unica a non dare i numeri.

Oggi gli ospiti sono cinque. Mentre accende il fuoco sotto la pentola del minestrone in una sera di luglio, Luca realizza che qualche anno fa cinque sarebbero stati i posti liberi, non quelli occupati. Leggi tutto “Il tempo”

Ti presento il mio rifugio….

E’ venerdì, hai sonno e andresti volentieri a dormire, però…

Però la vita del rifugista ti ha sempre affascinata, e se trent’anni fa il tuo film poteva essere “Volevo sposare Simon Le Bon”, adesso sarebbe “Volevo sposare un rifugista”. E allora prendi un caffè e vai, vai a sentire cosa hanno da dire due rifugisti della tua zona: Nino del Vaccarone e Andrea del Gastaldi.

La serata è nella nostra sede Cai, alla tesoriera. La sala è piena, qualcuno sta anche in piedi.

Nino è accompagnato da tre donne: una bellissima moglie, una bambina vivace ed una bambola di pezza.
Andrea, che fa egregiamente le veci del gestore ufficiale, è accompagnato da qualche amico e da una contagiosa passione per le vie di arrampicata.

Il presentatore della serata ci spiega “Il filo che lega i due rifugi è Antonio Tonini.”
Ah si, e chi è? Chi mi siede vicino mi guarda male, possibile che io non sappia chi sia questo Tonini? Poco male, tanto stasera me lo spiegano.

Tonini è il primo scalotore di quasi tutte le vette della Val d’Ala: nel 1857 l’ingegner Tonini viene spedito in Val d’Ala per prendere misure trigonometriche delle varie cime. Il suo aiutante, Ambrosini, sotto minaccia di licenziamento, si carica un leggero strumento di misura, saran stati si e no 40 chili, su queste “collinette” intorno al Gastaldi che superano i 3.000 metri, come la Bessanese e la Ciamarella, giusto per dirne due poco note. Nelle valli del Gastaldi, nasce la storia di Tonini come alpinista. Purtroppo nelle valli del Vaccarone questa storia di chiude: la caduta in un crepaccio nella valle dell’Ambin non gli lascia scampo. (Il vicino di sedia sostiene che sia stato Ambrosini a buttarlo giù). Pare che ci sia una targa a suo nome da qualche parte, vista dal nonno dello zio del cugino, ma non si sa dove sia esattamente, da qualche parte, sul terreno sfasciumoso del Ghiacciaio dell’Agnello.

Ah bon, capito il filo della serata andiamo al sodo.

Nino ci presenta le valli del Vaccarone con il suo accento non proprio autoctono e con le sue spettacolari foto: nubi in basso a Luglio, nubi in alto ad Agosto, albe rosa e notti di fulmini. La posizione interessante sul Tour d’Ambin: passando dal lago del Moncenisio, o attraversando il famoso Pertus di Romean, non importa che via si scelga, che direzione, quello che ci consiglia è la calma e l’osservazione. Evitiamo i panini mangiati in fretta sulla panchetta del rifugio per scendere, andiamo venti metri più in là, mangiamoceli guardando il lago, assaporando il panorama. I fortunati possono incontrare ermellini e pernici, gli stambecchi invece sono quasi una garanzia per tutti. Il momento più bello qui è l’alba, e ce lo mostra con una bella selezione di foto scattate dalla finestra della sua cucina. Una cucina con vista. Ci tiene anche a dirci che in quella cucina cercano di evitare il più possibile di aprire scatolette: cibo fresco, verdura fresca, questo vogliono dare ai loro ospiti, e se lo portano su a spalla, per 3 ore. Il vicino Rifugio d’Ambin ha adottato un’altra tecnica di trasporto: lascia una cassetta con quello che serve ad inizio sentiero ed un cartello “Grazie a chi ce lo vorrà portare al rifugio”. Pare che il rifugista così salga sempre scarico. Francesi, chissà se anche in Italia potrebbe funzionare.

Dalle parole di Nino e Andrea, si capisce che non tutti gli escursionisti sono poi così esperti: Andrea ti punta una zona in foto, dove tutti si confondono e “tocca andarli a riprendere”. Nino ti spiega che “Spesso la gente crede di andare a destra e poi va a sinistra. Allora anche se ci chiedono colazione nel cuore della notte, abbiamo preso l’abitudine di alzarci anche noi invece di lasciare tutto pronto: giusto per guardare che direzione prenderanno per poi sapere eventualmente dove andarli a cercare”.
Sia Nino che Andrea fanno parte del Soccorso Alpino, e meno male che ci sono!

Un bel video illustra il Tour della Bessanese, che unisce rifugi italiani e francesi. L’entusiasmo di Andrea ci racconta la storia di Tonini con questo gusto per l’alpinismo antico, e sfruttando la sua figura ci presenta tutte le vette della sua valle: la Ciamarella e il Collerin, raggiungibili con vie di alpinismo Facile (F) o Poco Difficile (PD), ma si vede che la passione sale quando ci racconta dello Spigolo Murari (AD+, più che Abbastanza Difficile) per salire alla Bessanese invece della via normale.

Una bella serata, due belle persone, tante belle escursioni.

Randagia, che non sa da quale valle iniziare…

E’ venerdì, hai sonno e andresti volentieri a dormire, però…

Però la vita del rifugista ti ha sempre affascinata, e se trent’anni fa il tuo film poteva essere “Volevo sposare Simon Le Bon”, adesso sarebbe “Volevo sposare un rifugista”. E allora prendi un caffè e vai, vai a sentire cosa hanno da dire due rifugisti della tua zona: Nino del Vaccarone e Andrea del Gastaldi. Leggi tutto “Ti presento il mio rifugio….”

Patagonia: El Calafate, dove si nascondono gli italiani

Sono frequenti i bus che da Puerto Natales portano a El Calafate, in circa quattro ore si arriva.
Il pullmann sale sulla collina, e si ferma al terminal. Il bus terminal è il centro nevralgico del nostro mondo: qui c’è il cambio (più conveniente di quanto vi faranno in ostello o altrove, basta aspettare che qualcuno compaia al banco), Noi abbiamo già prenotato l’ostello, quindi ci concentriamo solo sull’organizzarci le escursioni: qui non bastano i piedi, servono quattro ruote: circa 60 km per andare al perito moreno, ed altrettanti per il lago roja, che ci hanno detto essere un posto spettacolare ma servito dai bus solo nel weekend. In meno di due minuti convinciamo Chloe e Ben, una coppia francese, che queste sono le due destinazioni fighe da vedere, e che la cosa migliore è dividere un taxi con noi. Concordiamo tariffe e orari con un certo Federico, di cui non vi scrivo i contatti perchè pur offrendoci un buon servizio, ha provato poi a fregarci sul prezzo, pur non riuscendoci, quindi tanto vale che ne proviate un altro. Noi alloggiamo all’Hostal de Los Pioneros, comodissimo per il bus terminal. Camere da quattro, docce calde, cucina enorme e sala da pranzo che sembra una birreria. Ma gli ostelli sono tutti belli così? Non tutti.

Lasciamo i bagagli, e via, uno yogurt al supermercato Anonima, e due passi su Avenida Libertador. Un salto al museo della città, che ci parla del Perito Moreno, della fauna, della flora… Toh guarda, queste sono le bacche di Calafate, blu e con le spine. Ma quelle che abbiam mangiato noi eran rosse e senza spine: ma cosa ci siamo mangiati? Meglio non sapere, guardiamo la foto e andiamo avanti.

Passiamo davanti alla Riserva Naturale Laguna Nimez, si vede qualche fenicottero, e continuiamo fino al Lago Argentino, dove l’acqua rispetta il nome che ha.

Il taxi ci lascia al Camping Lago Roca, da dove parte la salita al Cerro Cristal, senza zainone è una meraviglia salire. Dalla cima il panorama è bellissimo, e la sgambata ci ha divertiti. Quando scendiamo, attraversiamo il campo recintato e andiamo in riva al lago, ad aspettarci una miriade di uccelli di tutte le forme e colori, che piano piano si allontana appena ci avviciniamo, ma va bene così.

Già a El Calafate sentivamo parlare italiano, ma quando arriviamo al Perito Moreno, sembra di essere a Porta Palazzo. Eleganti passarelle di legno costeggiano questo ghiacciaio, che cresce ogni giorno di un paio di metri, che continuamente si sgretolano. Si sta ore a guardare i pezzi di ghiaccio cadere, aspettando la nascita dell’iceberg. Sei a pochi metri dal ghiaccio, ma praticamente stai passeggiando in città.

Le giornate di relax sono finite: mettiamo quello che è necessario nello zaino, e lasciamo vestiti sporchi guide e amenità varie in una sacca all’ostello, ce lo custodiranno fino al ritorno.

Sono frequenti i bus che da Puerto Natales portano a El Calafate, in circa quattro ore si arriva. Leggi tutto “Patagonia: El Calafate, dove si nascondono gli italiani”

Patagonia: Torres del Paine

Da un articolo su cai uget notizie:

Ci regaliamo venti comode ore di pullman per raggiungere il Parco Nazionale Torres del Paine, in terra cilena. In questa zona tutte le bellezze naturali sono diventate parchi dagli anni ‘30. Alla dogana i controlli sono seri: niente frutta o formaggi freschi. Le buste di cibo disidratato invece passano tranquillamente, e noi con loro. Dal bus ci godiamo un lungo tramonto che inizia alle 20 per finire tre ore dopo. Per fortuna almeno la luce cambia, perché il panorama
invece è sempre lo stesso: una infinita strada dritta, asfaltata, in mezzo alla pampa. Solo all’alba le montagne iniziano a costeggiare il nostro percorso. Nel parco percorriamo l’itinerario classico, il W-circuit che ci consente di addentrarci in tre valli, le più belle del parco, pur non percorrendolo completamente. Richiede cinque giorni, a passo lesto ne basterebbero quattro, ma mica siam venuti qui a correre: sei giorni, cinque per noi ed uno per il brutto tempo.
Paghiamo i soliti 260 pesos di ingresso e ascoltiamo le indicazioni: non accendere fuochi (con il loro vento!), percorrere solo i sentieri segnalati e portare i rifiuti a valle. E finalmente iniziamo a camminare, presi dall’euforia, partiamo velocissimi.
Sorpassiamo sorridendo e salutando una coppia un po’ affaticata e sentiamo commentare “Questi sono al primo giorno”. Presto avremmo capito anche noi.
Usciamo dal bosco, risaliamo la valle del fiume costeggiata di notros, grandi fiori rossi. Montiamo la tenda al Campamento Torres, un campeggio gratuito. Un guardiaparco ci
accoglie sorridente, con le raccomandazioni di rito: niente fuochi se non i fornellini nella casetta dedicata, i vostri bisogni fateli solo nel bagno che consiste in una dignitosissima casetta di legno e se vi lavate con il sapone allontanatevi dal fiume. Chi si aspettava di trovare un negozietto rimane giustamente deluso: eh no, qui siamo nel nulla, mangiamo solo quello che abbiamo, quello che a fatica ci siamo portati. Quanto all’acqua invece, è limpida, pulita e potabile: una bottiglietta da mezzo litro basta, e mi pare importante, quando lo zaino pesa già quindici chili, con tenda, giacche e viveri. La possibilità di rifornirsi di acqua in ogni momento ed i dislivelli ridotti degli spostamenti, che raramente superano gli 800 metri, rendono questo trekking un po’ più facile anche per chi vuole allontanarsi un po’ dai turistici rifugi, basta essere disposti a percorrere distanze corpose, sempre più di venti chilometri al giorno.
Proseguiamo per il Mirador de las Torres, una salita ripida ma breve, affollata meta delle gite di un giorno. Le tre Torres si specchiano sul loro lago glaciale, sferzato dal vento. Un lago verde latteo, dove il “polvo glaciar” offusca la limpidezza delle acque, ma regala colore al paesaggio. Foto, canti, scambi di parole con gente di tutto il mondo, di tutte le età, tutti emozionati di essere qui. Un ragazzo scandinavo si fa un tuffo, noi abbiamo i brividi solo a scattargli la foto. Attorno al lago ognuno cerca la propria roccia, per sdraiarsi al sole ad ammirare questo quadro della natura. Prima o poi, tocca scendere.
Due ragazzi tedeschi stanno scendendo sul sentiero, assicurati tra loro da un metro di corda: la ragazza è probabilmente ipovedente e sicuramente coraggiosa, solo che è
stanchissima, scivola ad ogni passo, il viso rigato dalle lacrime.
Non è un sentiero facile, è un po’ come il Musinè: provaci tu a farlo ad occhi chiusi! Chissà cosa avrà provato quando era lassù, con il vento che faceva a gara con il sole
per asciugare la fatica, chissà se avrà sentito il freddo del ghiacciaio che noi ammiravamo, chissà se l’ombra delle Torres che le si posava addosso dava alla sua pelle la stessa emozione che le Torres davano ai nostri occhi. Non sappiamo, però le papille gustative le ha buone: una bella tavoletta di cioccolato le fa tornare il sorriso, e continua a scendere, gran donna!
Dormiamo al campamento. Non albeggia ancora e già si sente un grande movimento: tutti salgono di nuovo verso il mirador per vedere l’alba da lassù. Già, ma tutti hanno
la metà dei miei anni: se mi alzo per vedere l’alba, finisce che stasera non arrivo viva al tramonto, quindi continuo a dormire e lascio questo azzardo al mio allenatissimo compagno. Al suo ritorno iniziamo lo spostamento che ci porta ai piedi della Valle Francés, dove campeggiamo. Dopo due giorni con colazione a base di the e gallette contate ed una busta di minestra per cena, le energie iniziano a scarseggiare:
meno male che c’è l’entusiasmo, ma ci fosse anche un rifugio non sarebbe male! Lasciamo gli zaini al Campamento Italiano e risaliamo la valle verso il Britannico, dopo un’oretta ci ritroviamo all’affascinante Mirador sul ghiacciaio. Ci sediamo ad ammirare i distacchi: sono frequenti, polverosi, lasciano un brivido di paura. Chissà se
qualcuno osa salirli questi ghiacci, di sicuro non noi. Proseguendo oltre, il sentiero è “chiuso” da un tronco, forse perché c’è ancora parecchia neve sul percorso. Non osiamo
scavalcarlo, come sicuramente avremmo fatto in Italia. Rispettiamo lo stop e torniamo indietro. Qui sono tutti rispettosi, è meraviglioso come le acque siano limpide e i
sentieri puliti, tanto che l’unica volta che abbiamo visto una carta per terra, era una banconota, e non potevamo lasciare che l’ambiente ne venisse deturpato.
Intorno alle sei arriviamo al ventosissimo Campamento Paine Grande, privato questa volta: si paga, ma si mangia! Ci accampiamo ai piedi del “cerro”, dove ci dicono il vento sia meno forte. Una bella doccia calda, una cena in rifugio, ed un negozietto dove, senza badare a spese, si possono rimpinguare le scorte. Ora sì che abbiamo fatto il pieno di energia, pronti a continuare. Costeggiando il lago Grey lo sguardo si perde tra queste isolette bianche, vicine a riva o lontane, grandi o quasi invisibili:
gli iceberg. Il ghiaccio non decora solo i laghi, ma regala anche una criniera bianco azzurra alle vette. Si tratta di formazioni di ghiaccio e detriti scolpite dal forte vento di queste zone, grandi fredde “meringhe” che fanno variare l’altezza di una montagna da un anno all’altro in base ai metri di ghiaccio che vi si aggiungono. Le più famose sono quelle del Cerro Torre, sfidate dagli alpinisti, ma anche queste non sembrano scherzare.
Siamo al campamento Grey, e anche questa volta apprezziamo la cena all’omonimo rifugio, in preparazione per l’escursione al passo Gardner. Il meteo deve aver capito
che il giorno in più era dedicato alla pioggia, perché ce la regala proprio oggi, quando allunghiamo il giro, abbandonando la W per continuare verso il passo Gardner. Se
lungo il sentiero battuto bastava una zona un po’ fangosa perché comparissero comode passerelle di legno, appena ci addentriamo nel parco troviamo un fiume in piena senza
uno straccio di ponte o corda. Com’è dura l’avventura, ma quanto è bella! La salita inizia nel bosco. Il vento ha distrutto molti alberi e fa un po’ paura camminare tra questi tronchi appena spezzati, che sembrano piangere ad ogni raffica di vento con il loro cigolio ritmato. Passiamo veloci, decidessero mai di cadere proprio adesso. Usciti dal bosco, iniziamo a pestare la neve, mentre vento e pioggia pestano noi. Tiriamo fuori berretto e guanti, abbassiamo la testa e saliamo. Il ghiacciaio Grey, preannunciato dagli iceberg lungo la via, ci tiene compagnia alla nostra sinistra per tutta la salita, con i crepacci azzurri che lo separano in scaglie irregolari.
Abbiamo patito la fame, abbiamo faticato, ma abbiamo visto cose che i pigri non possono neanche immaginare.
Ecco perché siamo ben disposti a farlo ancora: un catamarano ci porta all’uscita del parco, per la prossima meta: El Calafate ed il Parco de Los Glaciares, per salutare il Fitz Roy ed il Cerro Torre.

Da un articolo su cai uget notizie:

Ci regaliamo venti comode ore di pullman per raggiungere il Parco Nazionale Torres del Paine, in terra cilena. In questa zona tutte le bellezze naturali sono diventate parchi dagli anni ‘30. Leggi tutto “Patagonia: Torres del Paine”

Patagonia: Penisola Valdés

21 Novembre 2015. E’ mattina presto quando, dopo un’ottima colazione e relativa scorta da Panaderia Valentina, lasciamo Puerto Madryn per dirigerci verso la Penisola Valdés. L’accesso alla penisola si paga (260 pesos a testa), ma ne vale veramente la pena. I più truffaldini entrano quando la “dogana” è chiusa ed il campeggio incustodito, così si fanno l’ingresso gratis e la doccia fredda. Sì perché al campeggio di Puerto Piramides, l’acqua calda c’è solo fino alle 19, poi i ragazzi vanno via e la caldaia si spegne. Leggi tutto “Patagonia: Penisola Valdés”

Patagonia: Puerto Madryn

20 Novembre, Penisola Valdes con auto a noleggio. Guidando sulla Costanera, il lungo mare, avvistiamo una forma grigia e grossa quasi a riva. Un relitto, lo diceva la guida. Si ma i relitti si muovono? Un po’ si vede, un po’ non si vede. Un po’ sbuffa: alla faccia del relitto, questa è una balena! In un attimo ci buttiamo verso la spiagga, quell’animale è enorme, e l’emozione nel vederla così di sorpresa pure, viene da trattenere il fiato. Emerge, poi scende, con un colpo di coda. E salta, fuori dall’acqua. Ancora nessuno si è spiegato perché le balene saltino: forse per mitigare la temperatura corporea, forse per sgranchirsi, o forse solo perché si divertono, un po’ come l’uomo ad arrampicare. Questa balena è la prima di una lunga serie, e ancora non siamo arrivati alla penisola, siamo a Puerto Madryn. Qui il lungo molo consente ottimi avvistamenti, tanto che eviteremo le affollatissime ed antieconomiche escursioni in barca che partono da Puerto Piramides. Certo, non avessimo dimenticato a casa il binocolo saremmo più felici e meno pirla, ma nessuno è perfetto.

Paghiamo il nostro accesso all’isola (260 pesos a testa) e capiamo ben presto che ne vale la pena. Sulle strade sterrate, di ghiaia, “ripio”, si incrociano più animali che automobili. I turisti procedono con cautela, rispettando il limite dei 60 chilometri all’ora, i minibus e i pullmann del loco, invece li raddoppiano: ma si sa, loro hanno più ruote.
Numerosi sono i guanachi, della famiglia degli alpaca, che si muovono soli o in branco. Più rari i choique, un emù, razza interessante, in cui il maschio cova le uova di tutte le femmine con cui si è divertito, ed infatti noi ne vediamo uno a spasso con i suoi sedici piccoli. I mara ci sembrano quasi creature mitologiche: mezzi cane e mezzi lepre. Anche se Wikipedia li definisce banalmente dei roditori noti come “lepre della patagonia”, lasciateci sognare.

Ci fermiamo ad ammirare le acque azzurre di Caleta Valdes e i leoni marini che giocano sulla spiaggia, non verrei più via “Ancora cinque minuti, quando ci ricapita una cosa così?”. “Spero domani”, mi risponde lui, ma mi regala ancora quei cinque minuti.

Proseguendo, qualcosa ci attraversa la strada. E’ lontano, è piccolo, è lento: è un pinguino di Magellano! Il primo pinguino non si scorda mai: mi catapulto giù dalla macchina e lo tempesto di foto, neanche fosse Brad Pitt. Lui non si scompone, attraversa e prosegue. In breve raggiungiamo la Pinguinera: una montagnola vicino all’acqua dove diverse coppie di pinguini, una delle poche razze monogame, ha bucherellato la terra per costruirsi casa, vista mare. Si vede che anche loro fanno i mutui perchè ogni coppia torna allo stesso nido ogni anno. Il vento tira forte, i più pigri si riparano nelle tane i più impavidi si asciugano al vento, gonfiando i polmoni per far sentire di tanto in tanto la loro voce.

E’ solo un assaggio perchè spostandoci di qualche centinaio di chilometri su una dritta e infinita strada di ripio, arriviamo a Punta Tombo: una colonia con 300.000 pinguini. A Punta Tombo, si cammina su quattro chilometri di passerelle, praticamente in mezzo a loro. Questo è il periodo di apertura delle uova: qualcuno è ancora chiuso, qualcuno è già  rotto. Si vedono le mamme che danno da mangiare ai piccoli, oppure sono i papà? Difficile distingure. Qualcuno va a lavarsi in mare, a giocare o a fare ginnastica e poi pian piano ripasseggia fino alla tana. E tu li segui, con lo sguardo e con le gambe.

Arriviamo in aereo a Trelew che è mezzogiorno, ci spostiamo subito a Puerto Madryn, cercando un campeggio, l’unico forse aperto perché è ancora bassa stagione, è il Campeggio Comunale ACA. Leggi tutto “Patagonia: Puerto Madryn”