Corsica: gambe in spalla e scarponi al collo Trekking in corsica

Sei uomini. Sei donne. Tre auto. Un traghetto. Che parte in ritardo, e attracca in orario. Destinazione Bastia, il porto dove si attracca e da cui si va subito via. In vicina lontananza, il Cinto innevato, la Paglia Orba bianca, il Capo Tafunato che, buco escluso, è bianco anche lui. E siamo a Giugno. Strappiamo qualche baguette al furgone del pane, zaini in spalla e via, si sale. Una bel sole, un bel bosco, un bel fiume. Un bel ponte? No, quello non c’è. E i fiumi sono in piena. I guadi si fanno più impegnativi, non basta più saltellare di pietra in pietra, passando veloci con gli scarponi in acqua, bisogna passarli scarponi al collo. Ma non basta. Adesso l’acqua è più alta, la corrente più forte. La voce del saggio dice “Torniamo indietro, e cerchiamo un’altra strada”. Il saggio è già finito in acqua altre volte, evidentemente. Ma uno è già in mutande a valutare il miglior passaggio, un’altra ha già l’acqua alla bigioia e detta le regole del buon guado “tieni i piedi bassi, e l’equilibrio con i bastoncini”. E mentre i più rimaniamo titubanti e attenti a riva, un gruppo di francesi dalle chiome bianche ci raggiunge, e attraversa con una leggerezza che sembra eccessiva per la forza della corrente. Talmente leggeri che la corrente ne rivolta una come una tartaruga sul dorso: acchiappata prontamente dai nostri, è salva. Farla smettere di ringraziare risulterà più difficile che toglierla alla corrente. La nostra sporca dozzina si dimezza: sei guadano cauti seguendo i consigli, sei scendono a cercare un ponte più sicuro. Siamo al primo giorno di trek, e le nostre strade già si separano, fuor di metafora. Ci ritroviamo la sera all’ostello di Castel de Vergiu: si scambiano le impressioni, le emozioni, qualcuno vispo, qualcuno stanco, qualcuno preoccupato, qualcuno più morto che vivo. Si valutano i percorsi del giorno successivo, e si inizia a temere per i fiumi da attraversare: con questa primavera invernale, tutti i fiumi sono in piena, ed in Corsica non sembrano proprio aver il vizio di costruire ponti, infatti i pochi ponti che ci sono, li chiamano “genovesi”. Lasciamo il sentiero “Mare Mare Nord” per percorrere un tratto del famoso “GR20”. Partiamo presto, vogliamo guadare il guadabile prima di pranzo. Ad ogni rumore di fiume, una stretta al cuore, e anche più giù. Ne passiamo uno, due, tanti. Oggi tutta la dozzina è compatta, la strada è la stessa, la nostra. E infatti tutti compatti stiamo, sulla riva di un fiume immenso, sotto la pioggia, tutti a pensare “Porca miseria, qua vince lui!”. I più tenaci salgono e scendono la riva alla ricerca del passaggio giusto. Inutilmente. Poi un urlo, con un entusiasmo degno dello sbarco in Normandia: “Sono di là! Hanno attraversato!”. Qualche metro più su, un enorme pino laricio adagiato sul fiume ci aspetta. Uno dei capogita lo sta provando, avanti e indietro, prima di dare il via libera al resto della dozzina. Non è scivoloso, passi lenti e ben guidati, mani ancorate ai nodi dei rami, e siamo tutti di là. E nessuna delle sei donne ha fatto storie quando la mano del capogita si è appoggia alla chiappa per aiutarla: meglio una manata sul culo, che una culata in acqua. E quando pensi che i pericoli siano finiti, ti imbatti nella famigerata gentilezza corsa: un cavaliere corso non ha mancato di attacarci con il suo prode destriero, perchè non ci siamo allontanati abbastanza in fretta dal sentiero per dar spazio a loro. Quando si dice accoglienza turistica. Scampati anche alle ire del buttero corso, torniamo alla civiltà, e recuperate le auto, e imbatterci nelle ire degli automobilisti corsi, ma, come dicono a bastia, “lasuma perdi”.
Ci spostiamo verso il mare, verso le Calanques di Piana, con le loro pareti di granito rosso a strapiombo sul mare. Con una assolata escursione alla Torre di Capo Rosso, genovese come i ponti, diamo fondo alle nostre scorte di acqua, e ai nostri giorni di vacanza.
Un meritato riposo sul sundeck della Corsica Ferries, ci riporta, completamente ricaricati di energie, verso il continente.

Randagia, che no, non abbiamo foto dei guadi: i momenti più belli sono quelli in cui alle foto non si riesce a pensare.