La Nostalgia

Oggi si torna sui banchi di scuola, non la tua però. Orario serale, Palazzo Campana, Università Popolare. Chi lì ci ha fatto l’università, quella vera, si lascia prendere dai ricordi e dalla nostalgia delle scale, delle sale: sensazione che tu che hai fatto il Poli fatichi a comprendere.

Quando hai preparato quaderno e penna nello zaino del pc ti sei chiesta “E come la mettiamo con la messa a fuoco? O vedo la lavagna o vedo il quaderno degli appunti, mica riesco più a vedere le due cose insieme”. Le amiche hanno suggerito la prima fila, buona idea.

Peccato che le prime file siano piene: ti guadagni una terza centrale e inizi a guardarti attorno. In prima fila, una mano esile dalle unghie azzurre si sistema i capelli, il colore è identico. Un ragazzo con un forte accento straniero si scusa per il ritardo, mentre i più anziani sono già seduti da un pezzo. Capisci ben presto che “hai sprecato una buona preoccupazione” (cit. Schulz): la prof per prima si dimostra cintura nera di cambio occhiali e sei subito a tuo agio.

Aula piena. Neanche dieci minuti di lezione e al primo che dice “ho analizzato il sentimento” ecco che parte la caccia all’ingegnere, come in tutti i corsi umanistici cui ti è capitato di partecipare. Ma perché? Non ci pensare, non ti riguarda, puoi dire quello che vuoi: tu sei femmina e loro forse non sono abbastanza giovani da attivare l’associazione femmina-ingegnere, purtroppo.

Emozioni da Vivere e Scrivere, docente Francesca Di Gangi.

L’emozione di oggi è Nostalgia, come Inside Out ma in biblioteca invece che in TV.

Sarei più calma, serena e tranquilla se ancora oggi avessi la possibilità di sdraiarmi su quel divano giallo, con la testa sulle tue gambe, ad aspettare che inizi Beautiful. Ti racconterei che questa mattina in ufficio mi è partito un cristo ancora prima di prendere il caffè e ti incazzeresti, come tutte le volte che dico una parolaccia, solo che crescendo sono pure peggiorata, impossibile eh? Poi però mi diresti “sagrinte nen” (non ti preoccupare), mi ricorderesti che è solo un lavoro e mi tornerebbe il sorriso. Come quando mi lasciava un ragazzi e mi dicevi “l’è mac an napuli”: essere razzisti è male, ma talvolta aiuta. È passato quasi mezzo secolo da quel divano giallo, ma non so cosa darei per poggiare ancora la mia testa sulle tue gambe.

Randagia, che di studiare non si finisce mai.

Foto di copertina di Mikael Kristenson su Unsplash

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