8 Dicembre. Quando ero bambina, oggi si faceva il presepe, o almeno si iniziava. Perchè tra le pecorelle che girano, l’acqua che scende dalle cascate, le lucine nei prati, io e mio padre lavoravamo per giorni. Era la giornata in cui ogni famiglia metteva i suoi addobbi: chi l’albero, chi il presepe. Poi sono arrivati i babbi natale appesi ai balconi e nessuno più ha la pazienza di aspettare l’Immacolata: tolte le ragnatele di Halloween, compaiono subito le lucine di natale.
Ormai l’8 Dicembre è una festa come un’altra, quest’anno con un meteo spettacolare con cui celebrare la prima neve caduta nelle scorse settimane. L’uomo ha individuato la meta della nostra gita e per l’occasione si aggrega uno dei suoi soliti soci: quello che va più veloce di tutti, ma ciò nonostante mi aspetta sempre. Dice che viene con suo figlio, che è alla terza gita di scialpinismo della vita. Dai, forse stavolta non dovò correre, se viene un bambino…
Al ritrovo realizzo che il bambino è quasi maggiorenne, più alto di me e con un fisico che neanche Paltrinieri. Dotato di attrezzatura di recupero che solo un padre sa trovare: tutto delle misure sbagliate perché “prima deve provare se gli piace”. Come quando alla sua età avevo gli sci da 195 non per cimentarmi in discesa libera, ma perché un amico di famiglia “altino” li aveva dismessi. Peccato che l’attrezzatura sbagliata lasci il segno: tempo dieci minuti e il giovane sente profumo di vesciche ai piedi. Che dolore! In men che non si dica l’amorevole babbo estrae dallo zaino lo scotch americano e crea un “home made” compeed, convincendo tutti, se stesso per primo, che una roba così possa dare sollievo. Lo stesso sollievo di quando fai la ceretta a fine inverno, penso io. Invece quel marcantonio del figlio non fiata e prosegue, un passo dopo l’altro. Qui l’ambiente fa dimenticare la fatica: poca gente sul percorso, lontano dalle piste. Siamo in Francia, a Cervières, stiamo salendo alla Cote Belle, di nome e di fatto.
L’ultimo pendio è un po’ ripido, oso chiedere alla new entry “le gucie le sai fare?”, mi guarda sbacalito. Serve il servizio di traduzione: le inversioni, lo zig zag. A inizio gita le stava imparando, a fine gita ormai le sapeva, se poi impara a pronunciarle è fatta: gucia, gucie.

A rendere più affascinante la gita, una bella crestina facile faciile per iniziare la stagione e fare amicizia con la paura, la mia non quella del “bambino” che, avendo già salito Gran Paradiso e altre banali amenità, non ha fatto una piega.
Solo quando stiamo chiudendo gli scarponi per iniziare quella che si preannuncia come una gran bella discesa, l’uomo, con un minimo di apprensione, chiede al socio: “Ma tuo figlio come scia?”. Forse è un po’ tardi per preoccuparsene. “Molto meglio di me all’inizio!”. Non che ci volesse molto, non stava neanche in piedi… La neve oggi è bellissima, soffice, ancora tutta da ricamare: è quella facile, dove tutti i santi ti aiutano.

Ognuno si butta giù con il suo stile: l’uomo scende leggero con le curve strette e regolari, io che non so cosa sia la leggerezza faccio dapprima un brutto incontro con un paio di pietre coperte solo da qualche centimetro di neve, ma poi via, una curva dopo l’altra, con il mio ritmo tranquillo ma goduto. Il padre scende, il figlio segue: se la cava benone in discesa, anche con le vesciche ai piedi. E sorride.
La gita era bella, la neve era facile, la compagnia originale. Noi vecchi ci siamo divertiti e aspettiamo la prossima occasione, il giovane chissà?
Randagia, che la più bella di stagione non si può dire da subito
Molto bene scritto