un racconto per di dirsi addio
Il sole cala sulla spiaggia di Palus. Una lunga giornata estiva, una delle prime della loro vacanza sulle spiagge bretoni, sta volgendo al termine.
Contro ogni pronostico, Mira vince una combattuta partita a racchettoni. Sudatissime e divertite, le due avversarie si tolgono le scarpe e i vestiti, abbandonandoli sui ciottoli arrotondati della spiaggia e si tuffano in acqua, incuranti degli sguardi degli altri bagnanti. Va bene, qui non ci sono i quaranta gradi di Rimini, ma chi gioca seriamente a racchettoni suderebbe anche sotto zero e non è colpa loro se si sono dimenticate di indossare il costume per questa volta.
Di solito fanno a gara “Fino alla boa!” ma qui di boe non se ne vedono. Con un paio di bracciate decise guadagnano il largo e lì finalmente si rilassano. Ridono commentando la partita e i colpi di fortuna di Mira che, meno slanciata e atletica dell’amica, oggi ha portato a casa la partita. Ogni tanto succede, una volta su mille. Mira non se lo spiega: o ha consumato nelle due ore di partita la fortuna cui avrebbe avuto diritto nei due mesi a seguire, oppure ha davvero giocato bene. Forse tutte quelle ore passate a guardare Sinner sono servite a qualcosa, oltre che a provare gli effetti della tachicardia sul corpo umano?
Di solito è Zoe a vincere tutte le sfide, sportive e non solo: poco più grande di Mira per età, ma di almeno venti centimetri per statura. Zoe la più alta, la più bella, la più ordinata. Mira la più dolce, la più loquace, la più distratta. Sua madre glielo ricordava tutti i giorni: “Mira, smettila di andare in giro con quella o gli uomini guarderanno solo lei e tu rimarrai zitella. Almeno imparassi da lei ad essere più ordinata, a casa tua dovremo fare i salti per scavalcare la merda che lascerai in giro!”. Mira faceva spallucce: con un buon stipendio e un’amica come Zoe con cui girare il mondo, rimanere zitella non poteva che essere un vantaggio. Quanto al disordine, non le risultava avesse mai ucciso nessuno, ufficialmente.
Le due amiche organizzavano insieme viaggi e avventure talmente eccitanti che un povero principe azzurro avrebbe rischiato di aspettare a lungo, anche fino alla prossima vita, prima di ottenere attenzione. Sì qualche ragazzo c’era stato e c’era, ma niente di troppo serio. E poi questa fissazione tipica delle madri italiane di vedere la propria figlia accasata: ma non è meglio vederla con una professione in mano e uno stipendio adeguato? Dopo il liceo avevano seguito vie diverse, per l’università prima e per il lavoro poi, ma da tradizione trascorrevano le vacanze estive insieme.
Trekking in Patagonia, immersioni in Messico, turiste fai da te sulle ferrovie indiane. Organizzavano il viaggio dividendosi i compiti. Mira parlava e scriveva in tre lingue e aveva un feeling invidiabile con internet: se desiderava un volo, un albergo, un biglietto, sicuri che l’avrebbe trovato, dove voleva e al prezzo che riteneva corretto. Zoe non aveva mai capito esattamente come facesse, ma andava bene così. Concordavano l’itinerario di massima e le cose che volevano vedere poi Mira si tuffava nel mondo delle prenotazioni e Zoe andava alla ricerca di tutti gli angoli più curiosi da scoprire. I musei non erano in cima alla lista dei desideri, forse un paio di scalini più in basso del principe azzurro.
La Bretagna, con le sue scogliere a picco sull’oceano, è stata la destinazione eletta quest’anno: una tenda e due zaini nel baule, le canoe sul portapacchi e accendono il motore.Così sono arrivate alla spiaggia di Palus.
Escono dall’acqua e solo allora si accorgono di avere tutti gli occhi puntati addosso: essere giovani e non proprio brutte ha i suoi lati negativi. Cercano di rivestirsi velocemente ma nella confusione sbagliano l’una a prendere i pantaloncini dell’altra. Ridono, non sarà poi così grave. Sono quasi le sette. Ritornano alla tenda per prepararsi per la cena, in un bel ristorantino proprio lì sulla spiaggia.
Sono quasi pronte quando Mira inizia ad agitarsi senza ragione apparente, fruga inquieta in ogni angolo, sotto i materassini, nella borsa. Si è accorta di non avere più l’orologio. Quale orologio? Quello moderno, quello che l’anno scorso non aveva e adesso sì, perché qualcuno cui tiene molto gliel’ha regalato. Uno di quegli orologi “smart” che non solo ti dice se ti è arrivata una mail, ma ti avvisa anche quando ti arriverà il ciclo e ci azzecca. Non sembra uno strumento indispensabile per andare a cena, ma la ragazza non si dà pace. Zoe, dopo le energie consumate nella partita, nonostante il risultato deludente o forse proprio per quello, ha una fame esagerata che non le consente di tollerare l’ennesima distrazione dell’amica. “Ma possibile che quando ti allontani da una tastiera tu perda i pezzi? Certe volte con te è come avere un bambino, senza il divertimento di averlo fatto: si può sapere dove…” La ramanzina viene interrotta dal volto disperato di Mira: “L’ho tolto per fare il bagno, l’ho appoggiato sui pantaloncini, a terra…”. Zoe la guarda incredula “L’orologio che in piscina ti misura anche le vasche, qui lo togli per fare il bagno? E quando sei uscita dall’acqua non ti è venuto di riprenderlo?” Mira non le risponde, le fa cenno di andare al ristorante che l’avrebbe raggiunta e corre con le lacrime agli occhi a cercare l’orologio esattamente là dove credeva di averlo lasciato. Già, ma esattamente dove? Guarda un po’ sui ciottoli avanti e indietro, senza successo. Ormai è passata quasi un’ora, era un bell’orologio, di quelli super tecnologici, qualcuno sarà passato e l’avrà preso. Ma siamo in Bretagna non in una banlieue parigina, possibile che in meno di un’ora l’abbiano già rubato? Un ragazzo seduto in spiaggia a leggere un libro, la vede così affranta nella ricerca e prova ad aiutarla, chiede al ristorante, guarda sulle panchine, cerca con lei, ma inutilmente. Infine le suggerisce, dispiaciuto, di rinunciare: la marea sta già salendo da un po’. La marea! La marea! Non ci aveva pensato: qui l’acqua sale e tutto sparisce. Non c’è più speranza allora, è perso. Le lacrime scendono copiose, di andare a cena non ha nessuna voglia, per di più con miss ordine e organizzazione, quella sempre concentrata che non si distrae mai. Al ristorante Zoe è seduta al tavolo, tamburella impaziente con il piede e appena la vede: “Allora? Niente?”. Gli occhi umidi di Mira dicono tutto, aggiunge solo il fatale dettaglio della marea che sta salendo, togliendo ogni speranza.
Arriva il cameriere a registrare l’ordinazione: moule frites e sidro per Zoe, un’insalata per Mira. Un’insalata? Ma quando mai! Zoe usa sempre parole dure, ma capisce quanto l’amica stia soffrendo e prova a dare una svolta alla ricerca: “Dai non piangere, che non risolvi nulla. Lo so che ci tenevi. Vado a cercarlo io, tanto ci vuole un po’ prima che ci portino i piatti, mal che vada ti mangi le mie cozze e mi lasci l’insalata.” Mira sorride di un sorriso triste e spera, seguendo con lo sguardo la figura dell’amica che si dirige verso la spiaggia. Nell’attesa Mira sogna a occhi aperti, immagina l’amica tornare indietro correndo e ridendo, chiedendole se le fosse piaciuto lo scherzetto. O ancora camminando lentamente e sventolando l’orologio nella sinistra all’inno di “Non puoi immaginare dove l’ho trovato!”. Ma sono solo sogni, quando arriva ha le mani vuote e il sorriso spento. Purtroppo quello che non si è spento è l’effetto ramanzina, che sta per riprendere. Mira non riesce a sopportare, o commette un omicidio o trova una scusa per togliersi da lì. Senza proferire parola, mangia la sua insalata. Condita di olio e lacrime, il sale non serve. Prima che il cameriere venga a proporre il dolce, spezza il silenzio con un sofferto “Io vado a cercarlo ancora”. Zoe non si trattiene dal farle presente che dopo due ore è completamente inutile, chissà dove l’ha portato il mare… Probabilmente è più facile trovare un ago in un pagliaio che un orologio in un oceano, ma Mira ci vuole provare. Si pulisce lentamente le labbra con il tovagliolo e lo appoggia sul tavolo, scosta la sedia e si allontana a passo deciso.
Nella sua testa un turbinio di pensieri: lei così sempre distratta, tanto distratta da sembrare stupida senza esserlo. Lei che adora quell’orologio, lo vuole ritrovare e tenta tutto il possibile. Ormai è buio, la marea è salita ancora, la spiaggia di ciottoli è quasi tutta sommersa dall’acqua: neanche lo spazio per sedersi a piangere, solo per camminare. E Mira cammina, a testa bassa lungo quei venti metri di spiaggia dove l’ha visto per l’ultima volta, un po’ più avanti, un po’ più indietro, metro più metro meno, giusto per dare il margine alle onde. Una pietra più lucida delle altre le dà l’illusione di averlo ritrovato: ma con tutti i colori possibili proprio il cinturino color “blu oceano” doveva avere? Cammina, prega, piange e sogna. Sogna i mille modi di ritrovarlo: appoggiato su una panchina da un passante onesto, coperto di bave nella bocca di un cane giocherellone. O magari il mattino dopo, quando la marea si ritrae e il sole asciuga i ciottoli della riva, lo troverà abbracciato ad un’alga sulla sabbia del fondale. O magari la marea glielo riporta, sulle onde, piano piano. Glielo avvicina, onda dopo onda, verso riva, su quella spiaggia dove sta versando lacrime e speranze da oltre due ore. Magari la marea glielo riconsegna proprio lì, sulle onde che lo muovono avanti e indietro, lì a poco più di un metro, dove un’ora fa non c’era niente e ora qualcosa c’è.
Il respiro di Mira si fa più profondo, fino a fermarsi. Trema e fissa con lo sguardo quella sagoma familiare che si sposta a pelo d’acqua: sembra un cinturino blu oceano. Trattiene il fiato, ha paura a fare un passo, quel passo che la obbligherà a distinguere il sogno dalla realtà. Prende coraggio, muove un piede, l’altro, si china a terra e con un rapido gesto della mano afferra quello che potrebbe semplicemente essere il frutto della sua immaginazione. Ventuno e trentasei! Il quadrante del suo orologio le sta dicendo che sono le ventuno e trentasei, l’ha trovato! La marea le ha restituito quello che poco prima le aveva rubato. Piange ancora Mira, di felicità. L’ha desiderato talmente tanto, talmente forte, che l’ha ritrovato, anche se non esattamente in uno dei mille modi che aveva sognato, ma l’ha ritrovato. Ha di nuovo il suo orologio, lo guarda, lo bacia, lo stringe a sé come fosse un essere animato. Piange e corre verso il ristorante.
Non sa scegliere le parole Mira, corre, ride, piange e urla “Ventuno e trentasei! Ventuno e trentasei!”. Arriva da Zoe sventolando l’orologio, felice come una bambina. Zoe sorride incredula, ha gli occhi umidi anche lei, non riesce a capire come ha fatto, dove l’ha trovato, ma non importa, è felice per lei. “Io gliel’ho chiesto e la marea me l’ha restituito” dice Mira singhiozzando.
Zoe l’abbraccia stretta mentre il cameriere sorridente serve loro il dolce che non hanno mai ordinato: “Sembra che abbiate un desiderio realizzato da festeggiare, congratulazioni”.
Un racconto per dirsi addio

Mi piace salutare le cose cui ho voluto bene e questo orologio è uno di quelle. Avevo scelto il modello base, ma poi c’è stato qualche disguido e Andrea di Gioielleria Cuatto a Bussoleno me l’ha sostituito con la versione extralusso, che io da sola non mi sarei mai concessa.
Sono passati gli anni e sono scese le diottrie: non solo non ci leggo più i messaggi, anche sull’ora ho difficoltà, devo quindi metterlo mio malgrado a riposo, a favore di uno con lo schermo meno figo ma leggibile anche dagli over 50.
Anche il display amoled ci ha messo del suo: si è bruciato i pixel centrali al fine di stimolare la fantasia, quella che chi lo indossa deve attivare per indovinare l’ora o le voci al centro dello schermo. Sull’assistenza Garmin diciamo un’altra volta, ora è Natale e siamo tutti più buoni.
Randagia, che le scende la lacrima…