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Patagonia: Torres del Paine

Posted on Novembre 26, 2015 by randagia

Patagonia: Penisola Valdés

Posted on Novembre 21, 2015 by randagia

21 Novembre 2015. E’ mattina presto quando, dopo un’ottima colazione e relativa scorta da Panaderia Valentina, lasciamo Puerto Madryn per dirigerci verso la Penisola Valdés. L’accesso alla penisola si paga (260 pesos a testa), ma ne vale veramente la pena. I più truffaldini entrano quando la “dogana” è chiusa ed il campeggio incustodito, così si fanno …

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Patagonia: Puerto Madryn

Posted on Novembre 20, 2015 by randagia

20 Novembre, Penisola Valdes con auto a noleggio. Guidando sulla Costanera, il lungo mare, avvistiamo una forma grigia e grossa quasi a riva. Un relitto, lo diceva la guida. Si ma i relitti si muovono? Un po’ si vede, un po’ non si vede. Un po’ sbuffa: alla faccia del relitto, questa è una balena! In un attimo ci buttiamo verso la spiagga, quell’animale è enorme, e l’emozione nel vederla così di sorpresa pure, viene da trattenere il fiato. Emerge, poi scende, con un colpo di coda. E salta, fuori dall’acqua. Ancora nessuno si è spiegato perché le balene saltino: forse per mitigare la temperatura corporea, forse per sgranchirsi, o forse solo perché si divertono, un po’ come l’uomo ad arrampicare. Questa balena è la prima di una lunga serie, e ancora non siamo arrivati alla penisola, siamo a Puerto Madryn. Qui il lungo molo consente ottimi avvistamenti, tanto che eviteremo le affollatissime ed antieconomiche escursioni in barca che partono da Puerto Piramides. Certo, non avessimo dimenticato a casa il binocolo saremmo più felici e meno pirla, ma nessuno è perfetto.

Paghiamo il nostro accesso all’isola (260 pesos a testa) e capiamo ben presto che ne vale la pena. Sulle strade sterrate, di ghiaia, “ripio”, si incrociano più animali che automobili. I turisti procedono con cautela, rispettando il limite dei 60 chilometri all’ora, i minibus e i pullmann del loco, invece li raddoppiano: ma si sa, loro hanno più ruote.
Numerosi sono i guanachi, della famiglia degli alpaca, che si muovono soli o in branco. Più rari i choique, un emù, razza interessante, in cui il maschio cova le uova di tutte le femmine con cui si è divertito, ed infatti noi ne vediamo uno a spasso con i suoi sedici piccoli. I mara ci sembrano quasi creature mitologiche: mezzi cane e mezzi lepre. Anche se Wikipedia li definisce banalmente dei roditori noti come “lepre della patagonia”, lasciateci sognare.

Ci fermiamo ad ammirare le acque azzurre di Caleta Valdes e i leoni marini che giocano sulla spiaggia, non verrei più via “Ancora cinque minuti, quando ci ricapita una cosa così?”. “Spero domani”, mi risponde lui, ma mi regala ancora quei cinque minuti.

Proseguendo, qualcosa ci attraversa la strada. E’ lontano, è piccolo, è lento: è un pinguino di Magellano! Il primo pinguino non si scorda mai: mi catapulto giù dalla macchina e lo tempesto di foto, neanche fosse Brad Pitt. Lui non si scompone, attraversa e prosegue. In breve raggiungiamo la Pinguinera: una montagnola vicino all’acqua dove diverse coppie di pinguini, una delle poche razze monogame, ha bucherellato la terra per costruirsi casa, vista mare. Si vede che anche loro fanno i mutui perchè ogni coppia torna allo stesso nido ogni anno. Il vento tira forte, i più pigri si riparano nelle tane i più impavidi si asciugano al vento, gonfiando i polmoni per far sentire di tanto in tanto la loro voce.

E’ solo un assaggio perchè spostandoci di qualche centinaio di chilometri su una dritta e infinita strada di ripio, arriviamo a Punta Tombo: una colonia con 300.000 pinguini. A Punta Tombo, si cammina su quattro chilometri di passerelle, praticamente in mezzo a loro. Questo è il periodo di apertura delle uova: qualcuno è ancora chiuso, qualcuno è già  rotto. Si vedono le mamme che danno da mangiare ai piccoli, oppure sono i papà? Difficile distingure. Qualcuno va a lavarsi in mare, a giocare o a fare ginnastica e poi pian piano ripasseggia fino alla tana. E tu li segui, con lo sguardo e con le gambe.

Consigli Pratici – Penisola Valdés

Posted on Novembre 5, 2015 by randagia

Per girarla come si deve serve un’auto. Scordatevi mezzi pubblici, e sconsiglierei anche l’autostop, perché non c’è traffico, non vi caricherebbe nessuno.

Patagonia 2015: consigli pratici

Posted on Novembre 4, 2015 by randagia

Voli per la Patagonia Abbiamo prenotato il volo con 6 mesi di anticipo, in realtà 3-4 mesi sarebbero bastati per ottenere la stessa cifra.

La Traversata dei Re Magi

Posted on Aprile 2, 2015 by randagia

E’ una manifestazione storica, una roba turistica, una passeggiata. Con queste parole ti convince e ti iscrive alla decima edizione della “traversèe des rois mages”, una escursione scialpinistica che ogni anno, dall’olimpico 2006, il Cai di Bardonecchia e il Caf di Modane Valfrejùs organizzano, per commemorare una storica traversata alpinistica. Le prime edizioni sono state agonistiche, con tanto di pettorali, imbrago e salita alla vetta Thabor. Le ultime più turistiche, o per lo meno senza pettorali e imbraghi, dichiaratamente aperte a tutti.
Traversata dei Re Magi
Quest’anno si parte dalla Francia, da Valfrejus e si arriva a Bardonecchia. Tocca quindi a noi italiani svegliarci prima per andare in bus dagli amici d’oltralpe. L’appuntamento è a Pian del Colle alle 6:30, che poi sono le 5:30 con l’ora solare. E’ buio. Tu sai infilarti gli scarponi al buio? No, ma il furgone parcheggiato vicino ti ospita sotto il suo invidiabile impianto di illuminazione. Son già simpatici sti partecipanti.
Quando arriva il pullmann si accendono le luci e si iniziano a vedere le facce altrui: tutti alti, magri, fisicati e marchiati con teste di leopardo da testa a piedi. L’attrezzatura non fa lo scialpinista? Forse no, ma ti dà comunque un’idea.

In bus si arriva Valfrejus, e mentre si registrano le iscrizioni, si consuma una colazione a “pain de chocolate” che mette il buon umore. Qualche faccia è conosciuta, qualcuna lo diventerà. Si parte con le pelli? Si parte in discesa? Si parte all’insegna dell’arrangiarsi. Poche le raccomandazioni: “La traccia è segnata, ci sono bandierine verdi e rosse, seguitele e fate dei piccoli gruppi”. Parte il primo gruppetto, due o tre persone che ti sembrano sfocate tanto son veloci. Parte il secondo gruppetto e non è da meno. Partono tutti gli altri: un unico gruppetto da cinquanta persone, una mandria. E trascinata dalla mandria, fai la prima salita. Al cambio d’assetto, c’è chi si toglie le pelli senza neanche togliere gli sci e chi invece le infiocchetta e le ripone nello zaino. Opti per la via di mezzo: le stacchi e le infili sotto la giacca, quella sana sensazione di umido sullo stomaco, che tanto bene non fa. La discesa è caotica, nessuna difficoltà tecnica effettiva se non schivare gli altri, che scendono come meteore impazzite. Una passeggiata turistica? Questi corrono! Ma chi te l’ha fatto fare di buttarti in questo caos? Ma una bella gita tra pochi amici, no?
Si ripresenta la salita, per fortuna. Pian piano il gruppo si trasforma da mandria al pascolo in processionaria in fila, il sole splende, il vento tira, la calca non c’è più. Trovi la tua dimensione: ne hai parecchi davanti, parecchi dietro, puoi andar serena. Qualcuno ti sorpassa dichiarando “Il n’est pas froid”, “gnanca na frisa” rispondi tu, con la pelle d’oca sotto le maniche corte. Qualcuno, nonostante la testa di leopardo in fronte, ti si affianca e fa due chiacchiere “La prima volta? In questa direzione è bella, ma nell’altra come sciabilità è migliore, ci vediamo l’anno prossimo”. Certo, perchè oggi mica riesci a stargli dietro. Ma va bene così.

Il sole se la gioca con il vento per regalarti degli spendidi scorci: sei in un corridoio bellissimo, sulle alpi. Non importa se siete uno o cinquanta, adesso quel panorama è tutto tuo, e nonostante la fatica, o forse proprio per la fatica, lo trovi bellissimo. Il fascino della traversata è anche questo: gli occhi non puntano alla vetta, all’arrivo, non sono chiusi in una valle, galleggiano su una, poi due, tre valli.

Chissà se davvero devi passare i Re Magi: mica li riconosci, non sei fisionomista con le persone, figurati con le montagne. Riconosci il Rifugio del Thabor però, dove qualcuno ti urla: “Vai che c’è una torta buonissima!”. Beh, c’era: perchè quando arrivi tu è rimasto solo il te con la frutta secca. Poco importa, ora si scende. Via le pelli per l’ultima volta e giù, parlando italiano con i francesi, e francese con gli italiani, confondendo la fatica con il divertimento, vivendo una splendida esperienza.

Arrivi ai rifugi della Valle Stretta, dove ti attende l’ultima fatica: il pranzo. Nell’attesa, ecco una coppia di turisti, italiani. Lui urla a lei “Cosa vuoi che ci diano da mangiare qui, con sto branco di coglioni che fa casino!”. Il branco, siamo noi. Informiamo la malcapitata che c’è una manifestazione scialpinistica qui, e magari all’altro rifugio ci sono meno “coglioni”. Lei arrossisce e si scusa “scusatelo, è arrabbiato perchè l’ho fatto salire a piedi, a lui piace il mare, a me la montagna ma sapete in una coppia…”. Ma cara figliola, butta un occhio sul ben di dio di figlioli del branco, e lascia perdere l’uomo da mare. L’amour a l’è nen pulenta. Ma che buona che è la pulenta, ottima conclusione di una divertente esperienza.

Il prossimo anno? Si rifà, certo. Complimenti agli organizzatori: per l’agilità nei trasporti, la qualità dei ristori, la costanza che ci mettono tutti gli anni.

Randagia, che tiene d’occhio il sito ufficiale http://traverseedesroismages.hautetfort.com/

Hai sentito di quella guida?

Posted on Settembre 27, 2014 by randagia

Quante volte ci scambiamo questa domanda. Purtroppo le notizie di persone esperte che lasciano la loro vita tra le montagne non sono rare: valanghe d’inverno, crepacci d’estate.

Alla domanda “Hai sentito di quella guida?” mi viene solo da chiedere “dove?” non chiedi neanche “come?”. Chiedo solo “dove?”.
“In Algeria, decapitato”. Decapitato? Non può essere stata una valanga, e neanche un crepaccio. La montagna non ti decapita. I tuoi simili sì, però.
“Ma era un giornalista?!” No, non era un giornalista. E neanche un fotoreporter.
Era un turista che stava facendo una vacanza di trekking, come quelle che faccio io, forse un po’ più impegnative.
Herve Pierre Gourdel, 55 anni, era una guida del Parco del Marcantour, sulle Alpi-Marittime, che stava facendo una vacanza in Algeria. Non un volontario come Arrigoni, non un giornalista come Steven. Era un turista che amava la montagna, come te. Ma la montagna algerina adesso non ama i turisti. Herve è stato rapito, usato in un video per intimare alla Francia di cessare i bombardamenti entro 48 ore. La Francia non ha interrotto i bombardamenti, ma la vita di Hervè, che è stato decapitato poco dopo. Forse sarebbe stato decapitato comunque, ma non lo possiamo sapere.

Riposa in Pace Hervè, ti ricordiamo come un uomo che amava scoprire, insegnare e accompagnare, con il sorriso soddisfatto per essere riuscito a realizzare il proprio lavoro fuori da un ufficio, come ci ricorda tua moglie e come si legge dal tuo sito: http://www.hervegourdel.com.

Riposa in Pace Hervè, dopo averci insegnato che siamo in guerra, che da un po’ il premio Nobel per la pace Barack Obama ha iniziato a bombardare i paesi del “Califfato” e l’Europa lo sta seguendo. Insegnaci che se siamo noi ad attaccare, non saremo al sicuro da nessuna parte, neanche sulle nostre amate montagne.

Tour dei Ghiacciai della Vanoise

Posted on Agosto 27, 2014 by randagia

Alti e Bassi

Posted on Agosto 19, 2014 by randagia

Le Grigne. Vicine ma sconosciute. Fino all’altra settimana.

Grignetta. Grignone. Grigna Meridionale. Grigna Settentrionale. Oh, ma quante sono? Solo due, il resto è scena. La Meridionale, la più bassa di quota (2184 m.) è la Grignetta. Quindi per esclusione, ed anche per quota (2410 m.), la Settentrionale è il Grignone. Poi abbiamo il Resegone, che con i suoi nove dentoni, è stato protagonista, insieme al più popolare “Quel ramo del lago di Como”, dell’incipit dei Promessi Sposi: con voce lombarda, il Resegone, dai molti suoi cocuzzoli in fila, che in vero lo fanno somigliare a una sega.

La grandine di questo insolito ferragosto, ci consiglia di trasformare la già programmata traversata delle Grigne di due giorni, con pernotto al Rifugio Brioschi, in una di un giorno solo, con partenza dal Rifugio Carlo Porta. Ah no, l’itinerario non cambia, il dislivello rimane di 1800 metri, solo hai un giorno in meno per percorrerlo.

Al Porta oltre noi, solo altri due ospiti. Hanno attraversato il lago a nuoto stamattina, e salgono nel pomeriggio. Ma allora vedi che i NuotoEscursionisti esistono? Esistono, ma non arrivano. Nell’attesa Claudio, il simpatico gestore, ci da due dritte per la Traversata Alta. Le nostre domande per capire se si può alleggerire lo zaino di imbraghi e caschi lo fanno sorridere: “Io vado sempre con lo zaino pieno, perchè poi succede la volta che lo devi riempire e non ce la fai”. E lo so, caro Claudio, ma quella volta per me potrebbe essere domani. Avendoci ormai presi per delle mezze calzette, ci consiglia anche dove parcheggiare la macchina per evitare l’ultimo tratto di strada asfaltata al rientro. E noi mezze calzette ti ringraziamo, Claudio. Alle 22 arrivano gli altri ospiti, notevolmente provati dalla giornata. Tutti sani e salvi, si può andare a dormire.

Partiamo presto, che il sole c’è ma non scalda ancora. Saliamo alla Grignetta seguendo il sentiero 7. Dapprima nel bosco, poi all’aperto su un sentiero sassoso che dipinge i contorni della cresta nel verde, la Cresta Cermenati. Fonti d’acqua, niente. L’acqua qui è venuta, ha distrutto i sentieri, ed è andata via.
Un uomo porta sullo zaino due materassini, un ragazzino lo segue. Stanno scendendo dopo aver dormito al Bivacco Ferrario, in vetta alla Grignetta: a zero gradi, alla faccia del Ferragosto! Il ragazzino sembra voler far colazione al caldo dalla mamma, e forse anche il papà.
Superiamo un canalone, aiutandoci con le mani. Mancano venti metri alla vetta, e sto bivacco ancora non si vede. Ma possibile? Ancora qualche passo, un paio di comode catene aiutano quando si fa un po’ esposto, ed eccoci. Di fronte a noi, il modulo lunare del bivacco: un esagono essenziale, senza nulla dentro se non un diario di vetta, esaurito, e qualche candela. Sul diario qualcuno discute se siamo a 2177 o 2184 metri. A noi poco importa la quota esatta, siamo sulla Grignetta. Attorno a noi, il panorama è bellissimo: si vede il Rosa, il Bianco, il Grignone. Ma mentre per il Bianco ed il Rosa è tutta poesia, per il Grignone son cazzi: lo devi raggiungere in giornata ed è lontanissimo!

Proseguiamo la Traversata Alta scendendo il canalino Federazione, dietro il bivacco. Bolli e catene indicano bene la strada. “Randa, in fuori con quel culo! E vai serena che quelle braccia ti reggono”. Sì sì, la teoria è quella, ma nella pratica, non è facile persuadersi che le braccia attaccate ad una catena sappiano tenere su me e il mio impercettibile fondoschiena. Comunque, obiettivamente, è facile per chi ha un minimo di dimestichezza con la roccia.

Da qui si scende, si scende, si scende. Sempre in cresta, sempre panoramico, ma si scende, fino al Buco di Grigna (1803 m), dove inizia un’altra gita: per il Grignone, risalendo per sentiero distrutto, roccia bagnata e fango. Sbucati su una cresta erbosa, ci ritroviamo in mezzo ad un’infinità di pecore, belle, bianche. Fanno poco nella vita: mangiano e cagano. Mangiano nei prati, cagano sul sentiero. E non è bello, quando nei tratti successivi su roccia, tu devi mettere le manine dove il socio ha già messo i piedi. Non è bello.

Risalite verticali e traversi, sempre con l’aiuto di catene, sempre da prestare attenzione, ma mai difficili o tecnici. Non ci siamo assicurati. Il casco? Con tutti i corvacci che volavano e atterravano facendo cader pietre sarebbe stato meglio indossarlo. Dopo tanta roccia, un bel traverso in piano, e dal sentiero deserto arriviamo all’autostrada: alla bocchetta della Bassa incontrariamo la folla che sale da Plareial per il pranzo al rifugio Brioschi.
La stanchezza si sente, la foschia in parte aiuta: almeno non vedo quanto il rifugio sia ancora lontano. C’è chi sale leggero, chi scende in bici, due ragazzine salendo parlano del loro primo amore, ma camminano troppo piano: se rallento per sentire come va a finire la loro storia, arrivo talmente tardi che finisce anche la mia. Un piatto di polenta al Brioschi con il socio che commenta “Ma non starò diventando troppo merendero? Dai dai non rilassarti troppo che si riparte”. Il rifugio è un buco, ma ben tenuto. Quattro tavolate ben stipate, polenta servita subito. Qualunque sia il meteo, il gestore ti dirà che c’è il sole. Infatti così aveva fatto ieri con me quando gli avevo detto che annullavo la prenotazione per maltempo. “Qui c’è il sole”. Ora che lo vedo, non mi faccio più tante domande. Mezza altezza, massiccio, tatuato. Uno che non farei incazzare mai, e se dice che c’è il sole, mi metto la crema protettiva.

Si torna alla bocchetta della Bassa, e si scende verso Prareial. Inizia la traversata bassa. Ormai ci sono le nuvole, ed il panorama non è spettacolare come prima, nè ci sono passaggi su roccia. Si può scendere in relax, per quanto relax si sappia concedere su un sentiero che è tutto un sasso. Dopo Prareial, si addentra in un bosco e le ultime due ore di cammino sono più morbide. E’ stata lunga, non vedo l’ora di togliermi gli scarponi, ma quando il sentiero sbuca sullo sterrato cambio idea. Siamo a Pian delle Fontane. Un cartello “Vendita Formaggi” e qualche bel tavolo nel giardino di una cascina invitano ad una merenda sinoira. Non puoi non fermarti a comprare qualcosa. Quartirolo e caciotta da portar via e un formaggio fresco da consumare subito. E buoni che sono. Ora è tutta strada sterrata fino al pian dei resinelli, il socio scherzando ti dice “Da qui è legale fare l’autostop”. Tre minuti dopo ho già il culo poggiato sulla macchina di una simpatica coppia: se il socio vuol salire e sballare le statistiche del GPS bene, altrimenti lo aspetto alla macchina.

Randagia, che se vuoi le indicazioni serie leggi gulliver

Che fico!

Posted on Luglio 21, 2014 by randagia

Partenza pomeridiana, destinazione Bivacco Clermont. Autostrada Torino Aosta. Il solito salasso. Uscita Nus, direzione Lignan. Per strada aguzzo la vista: cerco una fontana per riempire la borraccia ed un gelato per riempire lo stomaco. Un’insegna vecchio stile “Gelateria Buzzi” mi fa dimenticare della fontana ed il motore si spegne nel parcheggio riservato ai clienti.
“Dai, dai uno piccolo che poi cammino di più!”.
Il socio sa che non è vero, ma per fortuna il gelato piace anche a lui.

Mentre penso a quale insolito gusto scegliere, non posso non sorridere alla scritta sulla parete:
A volte mi sdraio sul divano
e penso a tutti gli errori della mia vita
e mi domando: sarà avanzato del gelato in frigo?

Un vecchietto da cartolina, con i capelli bianchi, il viso rugoso e bello si alza da un tavolino della sala. La ragazza che serve i gelati lo saluta, chiamandolo per nome: “A domani, Ernesto!”.

Io provo due gusti: Bacio di Nus (un godurioso bacio di dama alle noci) e Fico. Il socio non resiste al Pinolo Croccante. 10 e lode al fico, ottimi voti agli altri.

La lavagnetta che recita “coppa di gelato con frutta fresca e panna” è l’invito a tornare domani, e magari scambiare due chiacchiere con Ernesto. E se arrivassimo troppo tardi? Ci consoleremmo con il distributore automatico dei Baci di Nus.

Proseguiamo verso Lignan, c’è una fontana dopo un paio di tornanti, adocchio una deviazione verso l’accattivante agriturismo genuiNUS che avrei visitato solo per la creatività del nome, ma due tappe per la stessa gita non si fanno. Poco male, il Monte Faroma dal bivacco Clearmont non è l’unica cima interessante da queste parti, capiterà di ritornare…

Randagia, mica pizza e fichi, noci!

Il sito della pasticceria/gelateria è http://www.pasticceriabuzzi.it/.

Lacci Rossi

Posted on Luglio 9, 2014 by randagia

I primi scarponi, di cuoio con i lacci rossi. Lo zaino è gonfio: dentro c’è solo il piumino, che fa volume senza pesare. Tutti i viveri e l’abbigliamento che veramente serve sono negli zaini di mamma e papà. Corri, inseguendo le farfalle, incuriosita da genziane e anemoni, fin quando il verde dei prati sfuma nel bruno della terra: solo terra, pietre e salita, tanta salita. A due tornanti dalla fine, un signore senza un braccio, ma con un enorme sorriso, ti regala una caramella e ti dice “Vai vai, che su ci son le giostre!”.
Le giostre non ci sono. Le avranno già smontate? Ma come avranno fatto a portarle via? Tua madre seduta sullo scalino della cappella di vetta, con i fogli di prosciutto sulle gambe, cerca di dare risposta alle tue domande e alla tua fame. Rifocillata, trotterelli su quella cima grande, arida e disseminata di buchi. Sarà così la luna? Tutti guardano il panorama, tu guardi tutto, e tutti. Chissà perchè di tante gite fatte da bambina, quella è l’unica che ricordi bene. Forse per la storia delle giostre.

Cresci. Le discoteche. I ragazzi. Addio Montagna.

Cresci ancora. No, no, mica invecchi. Saluti il tacco dodici, riprendi gli scarponi, di goretex con i lacci rossi. Le passeggiate in collina diventano presto salite in montagna: la fatica è tanta, ma l’ambiente attorno ti ripaga sempre, o quasi. Ti lasci conquistare dai ghiacciai e con i ramponi d’epoca rubati a papà, di alluminio con i lacci rossi, conquisti i tuoi primi quattromila. E su tutto, torna la voglia di salire al Thabor, a vedere se le giostre nel frattempo le hanno messe. Parti da Bardonecchia, verso Nevache, Valle Stretta. L’abbondante colazione al Rifugio dei Re Magi ti dà l’energia giusta per la salita, su una mulattiera ben larga, fino alla Maison des Chamois. Una chitarra fa sentire le sue note, accompagnate da voci di bambini. E’ una colonia estiva, non di camosci: gente allegra, il ciel l’aiuta. Vada per il cielo, ma se il sole non desse una mano, forse non suderesti così tanto. Sì, sì, la fatica premia, ormai lo sai. Il percorso si addentra in una valle verdeggiante per poi trasformarsi in roccette e terra brunastra. Eccolo, quell’ambiente lunare che ricordavi! Sali, un tornante dopo l’altro, a zig-zag. Qualcuno sta già tornando indietro. Qualcuno ti supera, con la bici in spalla. Eccola, la chiesetta! Non c’è nessuno seduto sull’uscio a prepararti un panino: tua madre questi dislivelli mica li fa più. E allora un morso alla barretta energetica, che tanto va di moda ma ti lascia rimpiangere il panino, e prosegui su quell’altopiano sempre più lunare. La vera cima è poco dopo, dove lo sguardo spazia a destra e sinistra, gonfiando il cuore con uno splendido panorama. Una croce modesta ma significativa resiste ai venti da qualche decennio. Nel suo basamento è nascosto il diario di vetta su cui lasci un piccolo segno del tuo passaggio.

Le giostre? Le trovi in discesa, buttandoti come una bambina sui nastri di neve che ad inizio stagione sono ancora lì. E corri, e scivoli, cadi e ti rialzi. E sorridi, di quel sorriso che ti rimane stampato in volto, anche quando sei ormai tornata a casa. Fino alla prossima gita.

E fu sera. E fu mattina.

Posted on Aprile 8, 2014 by randagia

E una gita ti fermi al colle, e l’altra arranchi talmente che non hai neanche realizzato dove sei passata. O cambi sport, o cambi gruppo. La seconda che hai detto. “Vieni con noi che siamo più tranquilli” ti dice chi li conosce. E tu vai. Sci ai piedi il venerdì sera, alle 19. Si stimano due ore per arrivare al rifugio Pontese, parola della rifugista. Un continuo gava e buta salendo da Locana alla Diga di Teleccio, ad un ritmo che ti chiedi “Ma questi non erano quelli tranquilli?”.
E fu sera. Si preparano le luci frontali, che quelle naturali stanno finendo. In lontananza la luce del rifugio. Si sale ancora, poi la neve finisce. Ed una traccia con la frontale la segui, ma quando la neve finisce? Cerchi i bollini rossi, qualche orma, e dopo un po’ di ravanate su erba, rivedi una traccia. Sei felice di aver cambiato le pile alla frontale. Ormai son le nove passate, hai fame, hai sonno. E sto rifugio non si vede. Però che bello salire di notte. Arrivi sul dosso, e da lì si vedrà, no? Niente. Però si sente: il romantico rumore di un generatore. Lo segui, ancora un dosso, ed eccolo lì il rifugio: ragazzi ci siamo! Mara, la rifugista, ci serve cena anche se sono le dieci passate, e non stiamo a precisarle che forse è stata un po’ approssimativa con i tempi di salita, lo sa. Qualcuno che aveva già fatto cena, per compagnia, ripete.
E fu mattina. Dopo l’esperienza dell’avvicinamento al rifugio, qualche anima non si alza dalla branda. Chi ha ripreso l’uso delle gambe riparte all’alba, con la neve che sembra cambiar colore ad ogni passo, nel silenzio più totale, verso il Blanc Giuir. La valle è tutta vostra. Eccerto, pochi altri pirla si sparano quelle tre ore di salita su neve-asfalto-erba, gli altri aspettano che la strada sia aperta. Scopri che se sotto un filo di neve c’è la roccia, e ci poggi le lamine, un microsecondo dopo su quella stessa roccia ci poggerai anche il culo. E non è bello. Ma il panorama, al solito, merita la fatica. Quasi emozionante tornare tornare al rifugio con la luce del sole. Qualcuno deve tornare a valle, qualcuno avrebbe dovuto ma avvisa casa, e si ferma per la domenica, per la Punta di Ondezana. Birra, chiacchiere e pennichelle. E fu sera.

E fu mattina. Il passo è meno clemente di quello di ieri, e quando qualcuno dalla coda del gruppo, via radio, chiede “ragazzi, facciamo una sosta per compattare?”, spavaldi dalla testa rispondono “Noi siamo troppo avanti, non compattiamo più!”. Ah si? E allora vi raggiungiamo noi. O almeno ci proviamo. La salita piace, chi fa foto, chi fa sorrisi, chi fa fatica. “Randa, te la senti di andare in cima, o preferisci il colle?” Non sai come dire che di fermarti ai colli ne hai piene le scatole, ti limiti ad un serio “me la sento”, cui forse hanno fatto finta di credere. Grazie. Una serie di gucie, l’ennesimo tratto sci in spalla ed è fatta: sorriso a trentasei denti, sguardo a trecentosessanta gradi. E meno male che c’è il Cervino, che almeno una cima la riconosci anche tu!

Randagia, che adora i weekend “tranquilli”

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