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Le Calanques du Soleil

Posted on Maggio 1, 2013 by randagia

Ore 7.00, Tesoriera. Zaini e sorrisi. Destinazione Le Calanques, Costa Azzurra. Comodamente divisi tra qualche macchina e due divertenti furgoni nove posti,si parte.
“Per escursionisti dal piede fermo, che non soffrano di vertigini” recitava il volantino. E che non abbiano paura della pioggia, ma questo sul volantino non c’era. Arriviamo al Camping du Soleil di La Ciotat, ci catapultiamo nei piccoli ma pratici bungalow per mollare tutto e sfruttare il soleil che rischia di rimanere solo nel nome.
Trascuriamo la stazione del paese, sì quella dove nel 1895 i fratelli Lumiere girarono “L’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat”, il primo cortometraggio, per dirigerci alla Calanque de Figuerolles: dopo pochi minuti di cammino siamo immersi una caletta dai bordi sfumati, rocce che il mare ed il vento hanno lavorato con pazienza e fantasia. I temerari iniziano a mettersi in evidenza, pantaloni “sverciati” e piedi in acqua, ma nessuno osa fare il bagno. Da lì proseguiamo per il “Park du Mugel”, dove saliamo gli addirittura 155 metri del Bec de l’Aigle, composto di “pudding”, un amalgama apparentemente inaffidabile di terra e sassi, che si dice sia il resto di un continente precedente. La metà dei sentieri risultano ufficialmente chiusi, ufficialmente. Da lassù si ammira il mare quasi calmo nella sua calanque. Scendendo si ammirano le scollature delle turiste o le spalle dei corridori, per accontentare tutti.
La cena al camping non è male, ed è abbondante. Quelli che al mattino erano sconosciuti, ora sono compagni di viaggio, merito un po’ del vino, un po’ della birra, un po’ di noi.
Qualche goccia ci accompagna alle Calanque di En Vau: il sentiero si tuffa nella vegetazione, emerge a regalarci scorci mozzafiato su queste rocce bianche, per poi immergersi di nuovo nel verde. Si sente la primavera. Soprattutto la sentono gli allergici. Il dislivello irrilevante del percorso fa sì che le chiacchiere non si siano mai fermate, e passo dopo passo ci si conosce meglio. La bionda che vuole fare il bagno ad ogni calanque, l’ingegnere che controlla il meteo sull’iphone ad ogni passo, i capigita che ci contano ad ogni sosta, come scolaretti in gita. E i conti che non tornano mai, come scolaretti indisciplinati in gita.
E’ forte la pioggia quando, il terzo giorno, ci dirigiamo verso Luminy, la zona universitaria da cui parte il sentiero per Sugiton e Mourgiu. Forte è anche la voglia di ripiegare su una gita turistica: i capigita passano a chiedere ai nostri finestrini “Ripieghiamo su Marsiglia, o andiamo lo stesso?” Chi, preso dall’entusiasmo del camminatore incita il suo furgone con un deciso “Noi vogliamo tutti camminare, vero ?!” viene accolto da un eloquente silenzio. Silenzio che, rotto da una risata, si trasforma in brusio e, per motivi non noti, si traduce in pochi minuti in un’unanimità di intenzioni: “Noi vogliamo camminare!”. Decisione presa. Faremo mica come il PD, tutti coesi fino all’attacco del sentiero, e poi abbandoniamo il gruppo? Per fortuna no, compatti, con ombrelli e coprizaino si parte, tutti. La fortuna aiuta gli audaci. La pioggia cessa, ammiriamo lo stradone fino a Sugiton, qualcuno si arrampica su un secondo grado, qualcuno fa foto. Tutti sorridono. Raggiungiamo la cala di Mourgiu, con le sue casette decorate, le persiane colorate, boccioli e fiori a rallegrare le case di un porto apparentemente deserto. Apparentemente, perchè un bar con una birra per tutti c’è.
La protratta assenza di dislivello porta allucinazioni: una collinetta viene vista come una montagna e all’inno di “Lasciaci sciogliere le gambe!” si sale con passo spedito e chiacchiera azzerata, apprezzando con il sorriso le gocce che scendono sul viso: finalmente non è pioggia.

Randagia, che Calanque vuol dire caletta, più o meno.

Colle Tovetto, itinerario perfetto!

Posted on Aprile 21, 2013 by randagia

“Non è mai sensato mettersi contro la natura, a sto giro vince lei”, dice il saggio. Anzi la saggia, con le gambe sotto il tavolo. La neve scende calma e costante. Qualcuno da dietro le finestre aspetta ancora Babbo Natale, peccato che abbiamo già passato Pasqua. Siamo arrivati questa sera qui, al Rifugio Ciriè, Pian della Mussa.
La pioggia triste e grigia ha ridotto drasticamente il numero di partecipanti. Noi, per ottimismo o perché non avevamo di meglio da fare, abbiam messo gli sci ai piedi nel tardo pomeriggio all’ironico incitamento di “Sfruttiamo questa schiarita, ragazzi!”. Infatti partiamo con la schiarita e saliamo con la nevicata. Che poi quel bianco tra i pini, misto nebbia, in fondo piace pure. Dopo qualche minuto i colori delle giacche e degli zaini quasi non si distinguevano: tutti bianchi di neve. Saliti chiacchierando, o ascoltando le chiacchiere altrui, che risulta più comodo quando il fiato non abbonda. Chi conosceva la zona non aveva parole gentili per i sei chilometri di noiosa stradina per arrivare all’altro lato del Piano, dove c’è il rifugio. Chi non la conosce, oggi la apprezza, domani cambierà idea. Siamo arrivati in un’oretta, con qualche centimetro di neve accumulato sullo zaino, sui cappellini ed anche sui bastonicini. Sci accatastati all’ingresso e corsa alle stufe per asciugare l’asciugabile. Capi sintetici adagiati sui poutage a sfidare note leggi della fisica.
Se ne scende tanta così, domani mattina facciam colazione ad Ala. Il piano A, punta Adami, salta quando ci servono un fantastico risotto gamberetti e zucchine. Il piano B, Croce rossa della Sea, sfuma con lo strudel. “Non è mai sensato mettersi contro la natura, a sto giro vince lei”, dice il saggio. Il piano C inizia con “ubriacatevi ragazzi!”.
Al mattino, l’impavido di turno esce a fare i rilevamenti: oltre 60 centimetri di fresca. I canaloni non hanno ancora scaricato, e non saremo certo noi a farli scaricare. Non ci resta che la seconda parte del piano C: aspettiamo il Diretur e quelli che hanno puntato la sveglia alle 3 per raggiungerci da Torino, e con loro torniamo a valle, concedendoci però una deviazione collinare: la grande scalata al “Colle Tovetto”, 400 metri di dislivello, allenamento ideale per chi la prossima settimana parteciperà al Mezzalama, no? E’ tutta nel bosco, senza rischio quindi, o quasi. Un pendio un po’ più inclinato, senza alberi, ci fa mettere in pratica la “tecnica di alleggerimento”: uno per volta, che stiamo in sicurezza e diamo un po’ d’emozione. Al colle arriviamo tutti insieme, senza distacchi, roba che sulle gite serie degli ultimi tempi, dove accumulavamo ritardi di un’ora, ci sognavamo.
Si scende in un attimo, si toglie la neve delle macchine. La gita continua nella sua versione enogastronomica: acquisti di salame di Turgia e piola ad Ala.

Randagia, che ci si diverte anche quando ci si arrende.

Ma che bello, torna il Carosello!

Posted on Aprile 19, 2013 by randagia

“Nonna, ma tu lo vedevi Carosello?” chiede Jessica, 15 anni. Con gli occhi illuminati di nostalgia, la nonna esulta: “Paulista, il baffo che conquista!”. Carosello. Carosello alla televisione. La televisione era solo in bianco e nero, i canali erano solo uno. Mike Bongiorno, era solo uno, ma era sempre. Le interruzioni pubblicitarie non esistevano: la pubblicità era Carosello, tutt’altro che un’interruzione, un programma a sè. Tutte le sere, dopo il TG. “Paulista?” chiede Jessica, risvegliando la nonna dal suo silenzioso amarcord. “Certo! Paulista e Carmencita, era la pubblicità del caffè Paulista.. della Lavazza? No no, della Paulista.” Paulista era, ed ancora è, una miscela di caffè della Lavazza, ma non è certo questo che importa alla nonna, che ormai naviga nel mare delle citazioni e continua “Olivella e le gite domenicali. Chi è Olivella? Ma sì, quella di Olivolì olivolà, olivolà olive Saclà.” Forse fa un po’ di confusione: Olivella era la protagonista del cartone dell’olio Bertolli, mentre il jingle della Saclà arrivava dagli sketch di Nino Manfredi, ma intere o spremute, sempre olive erano. Il nonno non si esime dalla sua dose di ricordi: “Con quella bocca può dire ciò che vuole… e c’era la Virna Lisi, era la pubblicità del dentifricio Durbans”. Vero, era un dentifricio, ma il Chlorodont non il Durbans. “E poi c’era l’ispettore Rock, un po’ come Colombo ma con gli occhi dritti, aveva pipa, soprabito e cappello. Beccava il colpevole, non commetteva mai un errore, ma alla fine un errore lo aveva commesso, lo stesso di Montalbano e del nonno: si toglieva il cappello, e mostrando la pelata ammetteva di non aver mai usato la Brillantina Linetti”. “E poi c’era Calimero ” continua Jessica ” quello lo conosco anche io, quello di “non sei sporco, sei solo nero”.

Calimero, Olivella, Carmencita e tanti jingle che sono entrati nelle case e nel cuore degli italiani, meno nei loro portafogli: si badava molto ai personaggi, meno alle marche. se la Miralanza ha guadagnato, deve ringraziare più la banale raccolta punti dei fustoni che il tenero Calimero. Con l’avvento dei canali Fininvest e delle interruzioni pubblicitarie, molto più mirate e, pare, efficaci, Carosello ha chiuso. Ma adesso torna. Carosello Reloaded, dal 6 Maggio su RAI 1. Chissà che in tempo di crisi, ci affezioniamo a qualcuno invece che a qualcosa.

Randagia, reloaded.

Ferrata di Camoglieres – c’è processione e processionaria

Posted on Aprile 14, 2013 by randagia

Quattro donne, quattro uomini. Destinazione Ferrata di Camoglieres, Val Maira.
Tappa d’obbligo a Verzuolo, ma no, non alla pasticceria della piazza dove si ferman tutti. Al baretto poco più in là, dalla barista dagli occhi blu e dal bel sorriso, molto apprezzati soprattutto quando si gira a fare il caffè.
“Ragazze, non è colpa nostra, ste gite all’inizio eran di soli maschietti, e poi è diventata tradizione fermarsi qui…”. Nessuna obiezione: in fondo ci portano ovunque, ci fanno scegliere le destinazioni, c’è sempre una corda pronta, un cancelletto controllo nodi pre-partenza, e soprattutto, quell’atto da gentlemen che la macchina una donna non la prende mai: e non stiamo a menarla, su queste cose mica insistiamo per la parità.

Una giornata di sole pieno e nuvole in sciopero. All’attacco, tre ragazzi che stanno rinunciando. Troppo difficile per loro. Peccaro. L’uomo con la corda detta l’ordine di partenza e si parte, sento le risate isteriche della new entry qualche cambio più giù. Ohi, mi preoccupo? Chiedo notizie all’uomo con la corda che mi tranquillizza “No, no tutto bene. Come? Risate isteriche? Che ne so se erano isteriche, rideva, ho dedotto che andasse tutto bene…”. Guardo giù, e i tre ragazzi che sembravano aver rinunciato stanno salendo: ci han visti e han pensato “Se ce la fanno quelli!”. Grazie, la nostra buona azione per oggi è fatta.

La ferrata si articola in cinque segmenti distinti, dopo ogni tratto una via di fuga. Ma le vie di fuga, o vie di figa, come qualcuno si è premurato di correggere su qualche cartello, non sembrano servirci. Un pilastro, due. Il “cordino corto”, il più amato dalle donne, aiuta nei cambi più difficili. La bellezza del paesaggio, anche se qualcuno non osa guardare giù, accompagna in quelli semplici. Lunghissime cordate di processionaria, o “gatte” ci tagliano la strada: sembran millepiedi che van tutti avanti in fila, ma si tratta di un parassita dei pini urticante per gli umani. Un ponte tibetano da 50 metri, niente male: ma com’è che quando hai imparato a fare quelli con una fune sola per i piedi, qui te ne mettono due? E’ comunque facile, solo luuuuuungo. Qualcuna sculetta nell’attraversamento, qualcuno si limita a due paroline contro il vento, che fa ondeggiare più del dovuto. I più concentrati non hanno neanche sentito il potente odore di campagna che la valle emanava in quel tratto.

Ultimo segmento, il più difficile, il più strapiombante. Uno di noi rinuncia, l’uomo con la corda, un po’ preoccupato per la new entry le dice “Io non ti consiglerei di farlo, poi valuta tu”. Diciamo che se gli uomini non sanno leggere tra le righe, le donne non sanno leggere tra le rocce: “Ah beh se non me lo consigli, non mi dici di non farlo, quindi vengo!”. Nonostante la mia traduzione in tempo reale “Secondo lui è meglio che non la fai, solo che non si osa dirtelo”, l’entusiasmo della new entry è troppo alto e chi la ferma più? “Allora dai ci provo, se ho problemi… che succede?”. La solita voce tranquilla afferma “Al massimo c’è una corda, in qualche modo se ne esce”. L’ultimo pezzo è bellissimo, due tratti strapiombanti, ma con parecchi ferri, e anche chi ha gambe corte e culo grosso se la cava. La new entry, neanche un problema: gran donna, arriva su con un sorriso smagliante e festeggiata da tutti! Ancora quattro passi per arrivare in vetta, firma del libro (grazie a quel Gigi che l’ha portato su!), e giù a spaparanzarsi al sole.

Randagia, che è primavera svegliatevi cordini…

365 giorni a metà

Posted on Aprile 8, 2013 by randagia

Capodanno. Il primo giorno di primavera. Il proprio compleanno. Il primo del mese. Ogni giorno, anche il più anonimo, è buono per iniziare qualcosa. 17 settembre 2012, un giorno anonimo: Fabrizio, come va di moda tra i personaggi del secolo, annuncia su Facebook il suo progetto “365 giorni di equilibrio”, uno scatto al giorno. “Ussignur. Ci vuole troppa costanza, non arriverà a Natale!” han pensato gli amici. Forse lo ha pensato anche lui. Ma a Natale è arrivato, ha anche passato Pasqua, e quindi eccolo qui a celebrare i sei mesi di “equilibrio” con una mostra.

Sei mesi di equilibrio sono invidiabili, quando tutti viviamo di alti e bassi, di precarietà e fortuna, di affetti e delusioni. E allora? Come ci spieghiamo “365 giorni di equilibrio”? Come ha scritto Fabrizio stesso in due righe di accompagnamento ad una foto:
“Equilibrio neanche a parlarne. Di quelle giornate dove esiste solo il caos!!
Comunque alla fine ho voluto rappresentare…” (30/09/2012)

Ah ecco, tutto spiegato. Non è che l’equilibrio ce l’ha, l’equilibrio lo cerca: forse trovarlo è solo una parte del gioco, il bello è il cercarlo. Dovremmo provarci tutti, e magari già ci stiamo provando.

A chi gli chiede come mai abbia scelto un progetto, per di più pubblico, di quelli che se li interrompi rischi una bella figuraccia, Fabrizio risponde “Lavorare per progetti mi aiuta a sviluppare meglio la mia fotografia, trovare un mio stile e non cercare di assomigliare a qualcuno. Intanto mi diverto e riesco ad esprimere ciò che ho dentro, per ora mi basta. Questo dei 365 poi, che mi “obbliga” ad esprimere questa sensazione di equilibrio tramite la fotografia, mi ha aiutato a guardare con più attenzione e cercare quello che veramente voglio”. Ma su 365 giorni, un giorno che sia uno, gli sarà successo di dimenticare la macchina foto a casa, no? E anche qui Fabrizio ci stupisce “No, mai. E’ diventata una mia appendice, e la cosa mi piace, mi piace vedere il mondo filtrato dal mio obiettivo, sapere che posso mettere un filtro fra me e il mondo mi aiuta molto, per un orso come me è l’ideale”.

Randagia, che ammira l’equilibrio altrui, ma ha qualche problema con il proprio.

Ma perché avrà scelto proprio l’equilibrio? Possiamo chiederglielo di persona, andando all’inaugurazione della mostra, che si terrà il 12 Aprile alle 19:00 nella sala “8e9 sotto” presso E-belf, C.so Regina Margherita 89.

La mostra è curata da Davide Giglio, Centro Visual
Sala “8e9 sotto” presso e-belf in C.so Regina Margherita 89 (To)
Orari: dal 12 al 27 Aprile),5.00-18.00 dal lunedì al sabato
Quotidianamente Online: http://fabriziobocchino.blogspot.it/

L’uomo con la corda

Posted on Marzo 18, 2013 by randagia

Ferrata de La Brigue

In collina si iniziano a vedere le primule, le giornate sono più luminose, c’è aria di primavera, c’è aria di ferrate. “Andiamo a fare la Brigue! E’ tutta al sole”. Hai iniziato l’anno scorso, non ha mai osato superare il livello D (difficile), lasciandolo per l’anno successivo. Eccerto, ma non intendevi per la prima ferrata dell’anno successivo! Peccato o fortuna, non hai letto la relazione tecnica, quindi non lo sai.
Si paga l’ingresso all’azienda di turismo, 5 euro prezzo ufficiale, cui viebne applicato uno sconto su base simpatia, credo.

“Randa, devo prendere la corda?” Sì, certo. Che non si sa mai.

Si parte in verticale, ovvio, le ferrate non sono in piano. Sì, ma c’è verticale e verticale: questo ti sembra verticale tanto, ma sarà solo che non sei più abituata. Sali un pofrom_unixtime( l’allegria del paesaggio ti prende. Sali ancora un pofrom_unixtime( le braccia danno segni di affatacicamento. Una nicchia nel primo pilastro ti invita a sedertici dentro, come le statuina della bambina con l’agnellino che mettevi sulle montagne del presepio, e stava lì, fino a Natale. Pensi di stare lì, fino a Pasqua. Ma è un po’ troppo presto per arrendersi, e non hai nessun agnellino da fare arrosto. Sali ancora un pofrom_unixtime( una vocina dentro ti dice “Dopo una stagione passata a tentare di allenare il fiato, vai a fare una ferrata dove servono le dimenticate braccia? Ma se vai a dare un esame di storia, prima ripassi inglese? Se vuoi farti segare, magari sì.” E infatti a farsi segare sono le braccia. I battiti salgono, per il panico non per la fatica, il cuore si è spostato nelle narici. E’ bastato un quarto d’ora, in cui non hai applicato nessuno dei trucchi imparati l’anno prima, per trovarti panata. Possibile che tu non abbia imparato niente? Sì sì, una cosa te la ricordi: attacchi il cordino corto, lasci giù le braccia, e stai seduta sull’imbrago urlando un “Raga, aspettate che non ce la fo di braccia!”. Chi ti conosce meglio, annuisce e tace. Chi ti conosce meno, continua a fare incitazioni. Chi è più esperta, ti consiglia “Molla giù tutte e due le braccia, poi quando te la senti, levati veloce di lì che ti manca un cambio e sei fuori”, e con andi materno aggiunge “Vuoi che ti venga vicino lui che ha la corda?”. L’uomo con la corda e con la fiducia, mi comunica pacato “Ti aspetto qui!”. Eh, arrivarci “qui”. Gli avambracci, rossissimi, sono duri: il “cicin” che li caratterizza si è pietrificato. Minchia Randa, le gambe! Dovevi usare di più le gambe, ricordi? ‘Ca troia, invece hai fatto la figa, un ferro dopo l’altro e su veloce. E mo? E mo stai lì appesa finchè il cicin si depietrifica. Ti aspettano, il tempo che ti serve, non ti mettono fretta, non ti mettono ansia, per questo adori i tuoi compagni di gita. Quando riprendi, sali gli scalini ricordandoti bene di metterci su entrambi i piedi e alzarti di gambe, tieni le braccia tese il più possibile, e vai su senza fermarti. Il cuore torna nella cassa toracica, gli occhi ridono, anche questa è fatta. “A posto Randa?” Eh si, un po’ idiota ma a posto. Passato il primo pilastro le cose si semplificano, sempre esposta ma non così strapiombante, la ferrata percorre tutto il massiccio in traverso, per poi regalare una bella tyrollien, senza farsi mancare i ponti delle scimmie, nove in tutto, neanche necessari, ma messi lì per il divertimento delle masse. Tutti i ponti sono rivolti alla parete, tranne l’ultimo, da fare faccia a valle: come se servisse a mantenere l’equilibrio fissi quell’albero, sulla montagna innevata davanti a te, ma poi ti fai prendere, e lasci che lo sguardo spazi su tutta la valle, i piedi scandiscono un passo dopo l’altro, gli occhi una vetta dopo l’altra, un sorriso al cielo su e uno sguardo al paesino giù. All’arrivo uno ti dice “Sto ponte si sentiva nelle braccia”. Dirà davvero o per prenderti per il culo? Non chiedertelo, ma soprattutto non chiederglielo. La ferrata continua ancora per alcuni traversi, e poi scende verso il sentiero. La roccia nei tratti più bassi, mista cespugli, un po’ si sfalda, ma poco.
Tutti entusiasti, andiamo a mettere le gambe sotto il tavolo, facciamo un tour per il paesino di Briga, che qualcuno valuta come possibile meta di una tre giorni romantica, e poi si rientra, con la tappa alla Venchi a Vernante.

Randagia, che tra fiato e braccia, è meglio allenare la memoria!

PS: se volete fare la ferrata di Brigue, qui la relazione seria.

meteo miracolo

Posted on Febbraio 24, 2013 by randagia

Il tergicristallo va, a spazzare la neve mista a pioggia. Oggi saremo pochi, penso, con sto tempo. Pochi un corno, ci son tutti, o quasi. Mi addormento sul bus, con la neve che cade e tutto grigio intorno. Mi sveglio che siamo già fuori dall’autostrada. Non nevica più. Si parcheggia alla pista di fondo di Flassin (1370m), frazione di Saint Oyen. La sbisa non manca: partiamo su un ampio pendio, con il passo deciso di chi vuole scaldarsi. Dieci minuti e il parcheggio non si vede più. E’ la prima gita in cui le piste da sci non ci seguono: era ora! Sembra quasi facile, peccato che qualche insignificante cunetta mi ricordi che la fifa anche oggi è salita sugli sci con me. Ma come faccio ad avere fifa in un posto dove, se cado, mal che vada, mi rompo un’unghia? “Randa, un passo dopo l’altro, non ti fermare su ste…” E lo so che voleva dire “cazzate”, ma non lo dice. Un signore. Il cielo si fa azzurro, di quell’azzurro che è ancora più bello quando parti aspettandoti il peggio. Il livello di allegria aumenta, e si impenna pensando alla discesa. Tanti alberi. Tanto bianco. Tanto silenzio? Sì, prima che arrivassimo noi. Qualcuno chiacchiera di più, qualcuno di meno, quanto il fiato permette. Una valanga si è sfogata qualche tempo fa nel valloncello a sinistra, li vedi quegli alberi spezzati a destra? Quelli sono il risultato di una valanga di neve polverosa. Le vedi le cornici lassu’? Tutte portate dal vento, non devi starci sotto, e neanche sopra. Perchè tu pensi che sia rilassante camminare sulla neve: sì lo è, alla Pellerina, quando invece vieni da queste parti, un po’ all’occhio devi stare. Si arriva alle baite Tsa de Flassin, candidata meta in caso di maltempo: ma il sole splende, e quei pendii poco sopra ci stanno chiamando. Una bevuta di té, e si continua a marcè. Qualcuno allunga da Testa Cordella, qualcuno si dirige al colle, che basta e avanza. Chi ha fiato e gambe, lasciati gli sci sale sulla Cima Flassin. E poi giù. Giù! Neve da 5 stelle, dice chi ne sa. Il mio gruppetto, come tanti altri, va alla ricerca del pendio vergine, di quel tratto dove non è ancora passato nessuno, un foglio bianco su cui dipingere o scarabocchiare le nostre curve. “Randa, non è possibile che ti fermi dopo ogni curva, una di fila all’altra le devi fare. Adesso vienimi dietro!” E mi si apre un mondo. vero che a “chiuderle” le curve evito l’effetto accellerazione incontrollata, vero che a farne una dopo l’altra la fifa mi molla, ed il divertimento inizia. Mi si spalma un sorriso in volto, che tarderà a svanire.

A valle ritrovo volti soddisfatti quanto il mio, entusiasti dalla neve, increduli del meteo-miracolo, esaltati dal lardo e miele, frutto della collaborazione attiva di due allievi del corso.

Unico neo: barella di emergenza, un ginocchio non è arrivato a valle sano, e a lui vanno tutti i nostri “in bocca al lupo” per riaverlo con noi alla prossima gita.

Randagia, che non sa valutare le stelle, ma è sicuramente per una giornata così che si era iscritta !

Hai mai provato a guardare l’alba dall’alto?

Posted on Febbraio 14, 2013 by randagia

6 Dicembre 2011.

Così è cominciato tutto. Quando ancora pensavo che la montagna fosse posto da tranquilli pic-nic domenicali, da spaparanzi al sole. “Tu non sai quant’è bello guardare l’alba dall’alto!”. Certo che no. Io l’alba la vedevo solo in sogno, perché mai avrei dovuto svegliarmi così presto? “Dai, prova una volta”. E proviamo, giusto perchè a dirmelo è un gran bel tocco d’uomo. “Passo a prenderti alle 5:30”. Del mattino.
Abbigliamento a cipolla, che la parola “materiale tecnico” mi sa di snob: maglietta di cotone del mercato, pile della volontaria olimpica, sciarpetta indiana che tiene tanti ricordi ma poco caldo. Bastoncini e scarponi. Cinque e trenta. Pure puntuale. Abbigliamento supertecnico lui, tutto una marca. Scarpe da corsa. Giuda faus, sarà dura. Si attraversa Torino in un attimo a quelle ore, e arriviamo a Piossasco. Buio pesto, e bisogna piazzarsi in testa questo elastico con la luce, per capire dove mettere i piedi. L’elastico con la luce è quello che i tecnici, o gli elettricisti, chiamano “la frontale”. E cammino, con il mio lampione personale. Solo il mio, perchè l’altro è avanti passi luce. Fatico, inizio ad aver caldo e a smontare la cipolla. Fa bella mostra di sé la maglietta da mercato, scollata, coperta dalla sciarpina. “Minchia Randa, non ti si può guardare! Ma il cotone manco mia nonna lo mette più. E sta roba al collo che è? Te oggi ti prendi un accidente”. Oh, sarà anche un bel tocco, ma sulla simpatia ci sarebbe da ridire. Continuiamo a salire, tranquillo lui, che parla e ride. Sfatta io, che arranco e ansimo. Un’oretta abbondante e siamo su. Sotto, la città che si sta svegliando. Mai notato che i primi a muoversi sono i furgoni della nettezza urbana, con i loro lampeggianti gialli? Intorno, l’alba sta illuminando una ad una tutte le nostre montagne: la croce bianca del Musinè, il Monviso, lontano ma inconfondibile, e tutte quelle altre di cui non so il nome, ma tutte insieme, ordinate, nel rosa del mattino hanno un fascino unico. Quasi dimentico che un’ora prima ero in città. Ho rimesso su tutti i miei strati di vestiario, e starei lì tranquilla a godermi questo spettacolo gratuito, quando mister abbigliamento tecnico confessa: “Sai questa roba tiene caldo quando ti muovi, ma da fermi no. Scendiamo?” E certo, scendiamo. In fondo sono addirittura due minuti che ho ripreso un respiro normale, perchè mantenerlo? Almeno a scendere non sarà tanto faticoso. Povera ingenua! Il volto serio di un omino verde si para davanti a noi. Un extraterrestre? No, una guardia forestale: “Dove pensate di andare voi? Sapete che c’è una battuta di caccia al cinghiale in corso? Come siete arrivati qui? Ma non li leggete i cartelli?”. Noi i cartelli li leggiamo anche, solo che se tu li metti dopo che noi siam passati, vien difficile. E quindi? “Adesso dico alla radio a questi poveri quaranta cacciatori di fermarsi, e voi svelti scendete e speriamo che nessuno vi spari addosso!”. “Certo scendiamo di corsa”. Se non gli sparano loro, quando arriviamo sotto, il “tocco d’uomo” lo ammazzo io. E via si scende. Di corsa? Di corsa, io? Io se corro cado, ringrazia che provo a spicciarmi. Sto stambecco parte, urlandomi ogni tanto “attenta qui, radice!” “attenta qui, pietra!”. Abbastanza inutile: quando alzo gli occhi per vedere dove è “qui”, quello è già 20 metri sotto, e chissà a che radice, a che pietra avrei dovuto stare attenta. Affranto, mi guarda e mi dice “Ma non puoi… correre?”. E che gli dico? “Sì potrei, ma preferisco volare?”. Nella mia affannata discesa per uscire dal campo minato, quella quarantina di cacciatori in pausa forzata si prodiga in frasi di incitamento che mai avrei immaginato “Vada tranquilla, signorina!”, “Vada piano, signorina!” “Vai tranquilla, meglio te viva che un cinghiale morto!”. Ecco questo il primo complimento della giornata. Arrivo viva a valle, fuori dalla zona minata, i cacciatori possono riprendere la loro battuta. Le mie gambe tremano, per l’ansia, per la paura, per la fatica, ma nei miei occhi si legge un chiaro “In fondo mi sono divertita”. Solo negli occhi, perchè il fiato per dirlo non ce l’ho.

E’ passato poco più di un anno. Adesso non esco alle 5:30 per andare al San Giorgio col primo tocco d’uomo che mi invita. Adesso esco alle 6:00 per salire a Superga con gli amici, per salire il sentiero 65 del parco, mentre la città si sveglia e le montagne “mi fanno ciao”. Per sentire le nostre chiacchiere che si diradano, fino ad annullarsi in profondi respiri negli ultimi metri, mentre il cielo si sta accendendo. Oggi c’è la neve. I cani delle case, la cui indifferenza ci lasciava delusi nei giorni più freddi, oggi abbaiano al nostro passaggio. La frontale non serve quasi più. Sarà per la neve, sarà perchè siamo a metà febbraio, ma l’alba oggi arriva prima. Qualcuno va su tranquillo, qualcuno con il fiatone dalla prima scorciatoia, io mi sento come su un tapis roulant farlocco: vado due passi avanti, e scivolo uno indietro. Bella la neve. Arriviamo alla Basilica. Cielo terso. La nostra Torino lì sotto, la Mole che ci solletica il naso. Quelli bravi riconoscono anche i corsi e li indicano per nome. Le montagne bianche sotto la luce rosa mi dipingono un sorriso compiaciuto. Scendiamo subito, che l’abbigliamento minimale che abbiamo va bene se ti muovi, ma se stai fermo, hai freddo. Un classico. In discesa qualcuno plana da un albero all’altro come una scimmia volante, qualcuno corre leggero sul manto bianco, io mi tengo in bilico con i bastoncini e qualche preghiera.
Scivolare sulla neve fresca prima di colazione, è un’emozione da bambini. La colazione da Gallizioli, a San Mauro, è un lusso da adulti.

Randagia, che sa quant’è bella l’alba vista dall’alto

Cuore e stomaco

Posted on Febbraio 5, 2013 by randagia

Pullman da Mirafiori, meta Monte Creusa, da Limonetto. La prima uscita pelli ai piedi. Ci dividono a gruppi: tre allievi due istruttori, che se uno si impappina almeno un istruttore con lui rimane. E ci fanno l’annuncio “Ragazzi, abbiamo sbagliato, oggi ci sono qui anche quelli della scuola Sucai, ma loro vanno su un colle, noi sull’altro”. In fondo la montagna è di tutti. Noi 40, loro forse 100. Tanti omini che salgono così, a linea continua, non li avevo mai visti. La montagna sarà anche di tutti, ma almeno si potrebbe fare a turni? Al confronto le piste sembrano deserte. Non pensiamoci, concentriamoci sulla salita che già darà i suoi problemi. In gruppo con me quelle che il Diretur chiama “le due toste del bosco”. E toste sono: attrezzatura “aggressive” e fisico longilineo. I miei chili di troppo invece, non mi lasciano sola neanche oggi. Come dicono gli amici NoTav “sarà dura”. Ed infatti lo è: io voglio andare avanti, gli sci scivolano indietro. Il mio angelo custode del giorno, che non ha le ali ma indossa quella giacca con scritto “istruttore”, mi spiega che se evito di grattare con il naso la punta degli sci, ma sto un po’ più perpendicolare al terreno, le pelli fanno il loro dovere. E mica conta balle. Si sale. Le longilinee partono con un passo invidiabile, che subito seguo, poi mi limito ad invidiare. Zig. Zag. E la spiegazione della curva in salita. Zig. Zag. Che se non l’hai capita la rispiegano. Zig. Zag. A fa caud. Zig Zag. Zig. Zag.”53!” urla l’angelo custode. Quando la fatica già si fa sentire, subentra il panico “53 Zig Zag ancora??!!” No, 53 sono le persone davanti. Tra le due cose, non so cosa sia peggio. Forse con 53 Zig Zag la tecnica della curva l’avrei capita! Poi la neve si fa più dura, qualcuno cade. Parola d’ordine “coltelli”, quelle lame in più da agganciare tra sci e attacco.
Quando arrivo alla cima, affollata come Rimini a Ferragosto, non distinguo più i nostri da quelli dell’altra scuola. Ma non dovevano andare sull’altro colle? O i colli son così vicini? Troppo vento per farsi tutte queste domande. Due passi senza sci alla cima. Troppo vento per mangiare qui. Togli le pelli, blocchi gli attacchi per la discesa. Il solito casino per azzeccare il punta, ma poi un colpo di tacco e son fissati. E intanto ammiro qualche “leggera” impegnatissima in forsennati colpi di gamba per chiudere l’attacco, che sta sprecando probabilmente le stesse energie che io ho speso fin qui per starle dietro. La soddisfazione di qualche chilo in più. Il pendio è largo, e non è ripido. Scendere non sarebbe difficile, se non ci fosse quest’orda di cristiani da far invidia al Sestriere sotto le feste di Natale. Aspettare dieci minuti che scendano gli altri? No, qui aspettare non si fa. E si scende, sulla famigerata e attesa neve fresca. Sperando che nessuno ti infili, perchè se in pista riesci ad evitare gli altri, qui puoi solo sperare che gli altri riescano ad evitare te. Peccato che lo stiamo sperando tutti.
Arrivati a valle, il sole ci scalda ancora mentre assistiamo alla “demo” della ricerca del travolto, pensando ognuno con il suo io “Se toccasse a me, avreste tempo a morire, e non ne serve tanto.”. Ma impareremo no? E’ solo questione di allenamento.
Qualcuno arranca verso il pullman chiedendosi chi gliel’ha fatto fare, qualcun altro sfoggia un sorriso estremamente goduto, qualcuno toglie gli scarponi con un sospiro di sollievo, ma la maggior parte dei volti dice “fame”. E dagli zaini, dalle sacche degli scarponi, da angoli reconditi escono quiche, salami, tome, paste di meliga, torte, casse di birra.

Randagia, che la montagna riempe il cuore, ma anche lo stomaco vuole la sua

Con la luna e con la neve

Posted on Gennaio 31, 2013 by randagia

Classico ritrovo a bordo città per fuggire più in là, dove le valli danno il meglio di sè, dove i palazzi smettono di occupare l’orizzonte e lasciano spazio alle montagne. Più o meno bianche. Per gentile concessione dell’organizzatore, le donne sono esonerate dalla guida. Mai capito se sia semplice galanteria o assoluta, quanto fondata, sfiducia nella guida femminile su neve. Le partecipanti apprezzano, e non sembrano alla ricerca di disperate dimostrazioni di parità dei sessi, non oggi.
Non abbiamo certo fatto a meno del classico personaggio ritardatario, che preso da crisi isterica da smarrimento tra Borgaro e Venaria, note metropoli, ti urla al telefono “Voi andate, io non ce la farò mai!”. Sì, sì, il personaggio in causa non è maschile, perché, si sa, l’uomo in auto non deve chiedere mai e non si perde mai. E se anche si perdesse, direbbe che non viene perchè Belen l’ha invitato a cena. Ma la solidarietà femminile fa miracoli, ripeschiamo la malcapitata in una rotonda e via, siamo ancora in orario per l’appuntamento finale a Balme. Venti lumini si muovono nel buio e nel freddo, qualcuno si conosce già, qualcuno si conoscerà, qualcuno “Ma dai, ci sei anche tu?”. Baci e abbracci.
La luna piena, il cielo terso, le luci frontali accese ad accecare chiunque osi guardarti mentre smadonnando cerchi di chiuderti le ciaspole. A ciaspole indossate, spegniamo la frontale: la luna e la neve consumano meno. E saliamo, su una strada larga e battuta. Qualcuno parte a scheggia, e lo vedrai solo in cima. Qualcuno ha paura a muovere i primi passi: ammettiamo che iniziare la salita da un letamaio non è propriamente geniale. Ogni tanto ci si ferma a guardarsi attorno, non che questa valle sia la più bella del mondo, ma questa sera anche lei ha il suo fascino. Allungo il passo per chiacchierare con uno, lo accorcio per parlare con l’altra, tengo il mio e parlo con chi mi capita. Un’oretta di chiacchiere e visi sorridenti ed eccoci arrivati: Agriturismo la Masinà. Peccato per il lampione che proprio bene non sta. Proseguiamo ancora un pofrom_unixtime( della luce artificiale oggi non ne vogliamo proprio sapere. Il bosco, la neve, la luna. Due foto. Due “ooooooooo”. E poi il silenzio, il silenzio della montagna, il silenzio della natura, il silenzio del “Cazzo son entrati tutti, non ci lasceranno niente da mangiare!”. Un improvviso disinteresse per la luna piena, un esagerato desiderio di avere piena la panza: torniamo all’agriturismo a grandi falcate. In fondo ci hanno aspettati. Il vino è abbondante, le porzioni meno, ma per fortuna abbiamo chi non si fa troppi problemi e informa i camerieri che il cibo “non basta”, e viene ascoltato. Le donne sono un po’ distratte dalla sfilata PittiUomo che si sta accomodando al tavolo vicino, ma prontamente la compagnia riguadagna il loro interesse: “Avete notato che son tutti uomini? E che qualcuno ha anche l’orecchino?”. No, però abbiamo notato che noi stiamo ridendo di più. La cena va: affettati, vitello tonnato, polenta e suatisa, polenta e spezzatino, la concia, torte di mais o di cioccolato, il caffè, il pusa cafè. Venti euro. Non male.
Qualcuno si ferma a dormire lì, mentre gli altri scendono, tirando gran pacche sulle spalle a chi ha organizzato la serata, tenendo sempre alto il volume delle risate, alla faccia del silenzio della luna e della neve.

Randagia, che tra un mese la luna è piena di nuovo…

Prova su Pista

Posted on Gennaio 31, 2013 by randagia

E’ da un paio di mesi che aspetto. Gli amici a novembre già andavano a sciare e giravano foto da fare invidia. Ma io no, mica son capace, devo aspettare il corso. E finalmente arriva, il tanto osannato “corso di sci alpinismo”. Attrezzatura nuova, che quella da gagna non son riuscita a recuperarla. Ed è tutto diverso. Già stare sotto i dieci minuti per infilare gli attacchi mi sembra un record.

Prima uscita: prova su pista. In quaranta si sale sul bus. Quattro chiacchiere a conoscere sconosciuti, e via. Si parte dal cancelletto. Nessuna gara, solo per vedere se due curve le sai fare: “discesa controllata”. E bravi. Peccato che per me gli sci siano divertimento tanto, ma controllo zero. C’è chi si spara una serpentina da nuvola bianca, chi mostra il suo miglior spazzaneve, sorridendo a denti stretti. Chi presenta la tecnica sci unitissimi quasi sovrapposti, che il carving l’ha comprato ma non l’ha mai conosciuto. Quando arrivi in fondo, i commenti: “Randa, ti han mai detto che si scia anche con le caviglie e non solo spostando il culo?” E poi l’incitamento “Dai ragazzi, provate la fresca, scendiamo fuori pista”. E quaranta pseudo-incapaci si buttano in fresca. Un’immagine inquietante. Una mandria tra i pini. Ora, le piante sono dure. ma almeno stanno ferme, almeno provi ad evitarle. La mandria no, si muove, più come decide la neve che come decide lei. Ti fai coraggio e vai, in fondo sei un componente della mandria anche tu, e ti ci trovi bene.
Secondo giro: finito l’effetto mandria, si scende a gruppetti di due o tre, seguendo un istruttore, che ti da un minimo di nozioni. Prima fra tutte: le piante non sono morbide. Seconda, il peso: non contano le lamine, conta come distribuisci il peso del corpo sugli sci. Se ti sbilanci, cappotti. E quale miglior lezione che l’esempio? Mentre si scende, il santo cui son toccata, si contorce per rispondere alla radio in curva, e opplà, si cappotta magistralmente e ci dimostra che anche se le piante son dure, la neve rimane morbida.

Randagia, che sarà divertente questo corso!

Metti una sera con Degas

Posted on Dicembre 6, 2012 by randagia

Un’amica pubblica su Facebook l’immagine di due pennelli sulle punte, che si incrociano come gambe di una ballerina, e la commenta con il più sincero “Geniale!”. Geniale che per la pubblicità della mostra di un pittore non si usi un suo quadro, quanto piuttosto uno strumento, il pennello, e un soggetto, la danza. E così gli anni di danza classica dell’infanzia fanno capolino e nostalgia.
Un click sull’immagine e approdo al sito (http://mostradegas.it) che è quasi una visita virtuale. Ohila, c’è un’app. Allora è vero che per tutto c’è un’app. Ma non ho un i-phone, e neanche voglia di dargli 3 euro e rotti: già si pagherà l’ingresso, perché pagare anche l’app? E molti se lo devono essere chiesto dal momento che il riquadro predisposto su i-tunes per le statistiche di gradimento espone un triste “Non abbiamo ricevuto abbastanza valutazioni per visualizzare una media per la versione attuale di questo(a) applicazione.”.

“Degas, Capolavori dal Museo d’Orsay”. Già. Mica i disegni che faceva all’asilo. C-A-P-O-L-A-V-O-R-I che uno dei più grandi Musei d’Europa offre temporaneamente in prestito alla nostra città. Vogliamo mica perdercela?
Nelle ore non di punta (noi siamo andati un giovedì verso le 19, aprofittando della giornata in cui gran parte dei musei torinesi ha un orario di apertura più generoso, fino alle 22) vi è solo una ragazza alla biglietteria, che si deve preoccupare di smistare visitatori “prenotati” e non. Questo non senza le classiche polemiche “Dovrebbero avere una fila apposta per i prenotati!”, anche se poi è solo una persona ad essersi prenotata e la coda non è più lunga di quella che si fa, senza minimamente lamentarsi, in ufficio per la macchinetta del caffè.
Quasi subito mi imbatto in una delle opere principali, La famiglia Benelli, lui orso, lei incazzusa e due bambine che sembrano rognosette. Una è quella che si vede sui manifesti. Però, se la cavava bene con i ritratti Edgar! Le guide parlano talmente forte che anche se non ne hai richiesta, non la puoi evitare. Nel bene e nel male.
Circa a metà percorso una splendida sala sui nudi: ma non la Venere che esce dalle acque, la Salomè che balla o quella che ti fa il pic nic per colazione. No, è piuttosto la Giusi del mercato, mentre si asciuga il mignolino dopo il bagno, che quasi quasi si vedono anche i calli. La Molly che si pettina alla bell’e meglio. La Betty che esce dalla vasca, senza rompersi il femore. Ora, ditemi se vi viene in mente un altro artista che abbia inanellato una serie di nudi “ordinari” così? A me no, o almeno non prima di lui. Pare che Edgar pescasse nei bordelli le sue modelle, e le invitasse a venire a darsi una lavatina da lui. E quella in piedi, di schiena, con le mani appoggiate alle chiappe? Quella che nel video descrivono come “tozza e poco aggraziata”? Quella che sembra me tutte le mattine quando guardo l’armadio con quel punto interrogativo del “e oggi che mi metto?” . Mentre la guardo mi aspetto che si muova, che alzi un braccio e tiri una patela alla porta scorrevole del Pax Ikea. No, non si muove. No, non mi sembra tozza. E nemmeno poco aggraziata. Mi sembra naturale, e senza dubbio simpatica.
L’universo delle ballerine è lasciato alle ultime sale, e tanto per cambiare, ci spiegano che un corpo di ballo non era altro che un bordello con il tutù. E a guardar bene i dipinti, tra le ballerine c’è sempre una figura maschile, vestita di nero, con il cilindro, che sembra non c’entri nulla con il quadro, e invece… E dire che io alle ballerine ho sempre associato quell’innocente viso della Fracci…
Quasi in fondo al percorso, e poco visibile, è posizionata la sala audiovisivi. A ciclo continuo viene proiettato un video che propone analisi e osservazioni talmente interessanti da convincerci a tornare indietro a rivedere alcuni pezzi. Ma metticelo all’inizio un video così, che ci stimoli la curiosità, lo spirito d’osservazione, fai anche un po’ atmosfera! Non alla fine, che, con i piedi che fan male, vuoi che torni a rivedere I particolari? Ringrazio che la sede, la Palazzina della Promotrice delle Belle Arti, non è poi così grossa e torno indietro, ma se voi ci dovete ancora andare, entrate dall’uscita con la scusa di andare alle toilette e guardatevi prima il video.
La visita è finita, chiudiamo le giacche, alziamo il bavero, e saluti. Non abbiamo comprato nulla al negozietto, ma portiamo con noi le immagini di quelle ballerine “di malaffare”, di quei nudi insoliti. Riflettiamo sulle ballerine di allora che potevano essere le escort di adesso, sorridiamo a vedere Edgar che si riempie lo studio di vasche da bagno e asciugamani. Ironizziamo su come quest’artista passasse più tempo nelle case di piacere che nella propria.

Infine, puntiamo diretti una pizzeria: il chiosco del parco, unico punto ristoro “a vista” non offre nulla di simile ad una cena.

Randagia, che la cultura arrichisce, ma non sazia.

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