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Quando sai tutte le domande…

Posted on Giugno 6, 2013 by randagia

La loro prima volta

Posted on Maggio 12, 2013 by randagia

Le Calanques du Soleil

Posted on Maggio 1, 2013 by randagia

Ore 7.00, Tesoriera. Zaini e sorrisi. Destinazione Le Calanques, Costa Azzurra. Comodamente divisi tra qualche macchina e due divertenti furgoni nove posti,si parte.
“Per escursionisti dal piede fermo, che non soffrano di vertigini” recitava il volantino. E che non abbiano paura della pioggia, ma questo sul volantino non c’era. Arriviamo al Camping du Soleil di La Ciotat, ci catapultiamo nei piccoli ma pratici bungalow per mollare tutto e sfruttare il soleil che rischia di rimanere solo nel nome.
Trascuriamo la stazione del paese, sì quella dove nel 1895 i fratelli Lumiere girarono “L’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat”, il primo cortometraggio, per dirigerci alla Calanque de Figuerolles: dopo pochi minuti di cammino siamo immersi una caletta dai bordi sfumati, rocce che il mare ed il vento hanno lavorato con pazienza e fantasia. I temerari iniziano a mettersi in evidenza, pantaloni “sverciati” e piedi in acqua, ma nessuno osa fare il bagno. Da lì proseguiamo per il “Park du Mugel”, dove saliamo gli addirittura 155 metri del Bec de l’Aigle, composto di “pudding”, un amalgama apparentemente inaffidabile di terra e sassi, che si dice sia il resto di un continente precedente. La metà dei sentieri risultano ufficialmente chiusi, ufficialmente. Da lassù si ammira il mare quasi calmo nella sua calanque. Scendendo si ammirano le scollature delle turiste o le spalle dei corridori, per accontentare tutti.
La cena al camping non è male, ed è abbondante. Quelli che al mattino erano sconosciuti, ora sono compagni di viaggio, merito un po’ del vino, un po’ della birra, un po’ di noi.
Qualche goccia ci accompagna alle Calanque di En Vau: il sentiero si tuffa nella vegetazione, emerge a regalarci scorci mozzafiato su queste rocce bianche, per poi immergersi di nuovo nel verde. Si sente la primavera. Soprattutto la sentono gli allergici. Il dislivello irrilevante del percorso fa sì che le chiacchiere non si siano mai fermate, e passo dopo passo ci si conosce meglio. La bionda che vuole fare il bagno ad ogni calanque, l’ingegnere che controlla il meteo sull’iphone ad ogni passo, i capigita che ci contano ad ogni sosta, come scolaretti in gita. E i conti che non tornano mai, come scolaretti indisciplinati in gita.
E’ forte la pioggia quando, il terzo giorno, ci dirigiamo verso Luminy, la zona universitaria da cui parte il sentiero per Sugiton e Mourgiu. Forte è anche la voglia di ripiegare su una gita turistica: i capigita passano a chiedere ai nostri finestrini “Ripieghiamo su Marsiglia, o andiamo lo stesso?” Chi, preso dall’entusiasmo del camminatore incita il suo furgone con un deciso “Noi vogliamo tutti camminare, vero ?!” viene accolto da un eloquente silenzio. Silenzio che, rotto da una risata, si trasforma in brusio e, per motivi non noti, si traduce in pochi minuti in un’unanimità di intenzioni: “Noi vogliamo camminare!”. Decisione presa. Faremo mica come il PD, tutti coesi fino all’attacco del sentiero, e poi abbandoniamo il gruppo? Per fortuna no, compatti, con ombrelli e coprizaino si parte, tutti. La fortuna aiuta gli audaci. La pioggia cessa, ammiriamo lo stradone fino a Sugiton, qualcuno si arrampica su un secondo grado, qualcuno fa foto. Tutti sorridono. Raggiungiamo la cala di Mourgiu, con le sue casette decorate, le persiane colorate, boccioli e fiori a rallegrare le case di un porto apparentemente deserto. Apparentemente, perchè un bar con una birra per tutti c’è.
La protratta assenza di dislivello porta allucinazioni: una collinetta viene vista come una montagna e all’inno di “Lasciaci sciogliere le gambe!” si sale con passo spedito e chiacchiera azzerata, apprezzando con il sorriso le gocce che scendono sul viso: finalmente non è pioggia.

Randagia, che Calanque vuol dire caletta, più o meno.

Ma che bello, torna il Carosello!

Posted on Aprile 19, 2013 by randagia

“Nonna, ma tu lo vedevi Carosello?” chiede Jessica, 15 anni. Con gli occhi illuminati di nostalgia, la nonna esulta: “Paulista, il baffo che conquista!”. Carosello. Carosello alla televisione. La televisione era solo in bianco e nero, i canali erano solo uno. Mike Bongiorno, era solo uno, ma era sempre. Le interruzioni pubblicitarie non esistevano: la pubblicità era Carosello, tutt’altro che un’interruzione, un programma a sè. Tutte le sere, dopo il TG. “Paulista?” chiede Jessica, risvegliando la nonna dal suo silenzioso amarcord. “Certo! Paulista e Carmencita, era la pubblicità del caffè Paulista.. della Lavazza? No no, della Paulista.” Paulista era, ed ancora è, una miscela di caffè della Lavazza, ma non è certo questo che importa alla nonna, che ormai naviga nel mare delle citazioni e continua “Olivella e le gite domenicali. Chi è Olivella? Ma sì, quella di Olivolì olivolà, olivolà olive Saclà.” Forse fa un po’ di confusione: Olivella era la protagonista del cartone dell’olio Bertolli, mentre il jingle della Saclà arrivava dagli sketch di Nino Manfredi, ma intere o spremute, sempre olive erano. Il nonno non si esime dalla sua dose di ricordi: “Con quella bocca può dire ciò che vuole… e c’era la Virna Lisi, era la pubblicità del dentifricio Durbans”. Vero, era un dentifricio, ma il Chlorodont non il Durbans. “E poi c’era l’ispettore Rock, un po’ come Colombo ma con gli occhi dritti, aveva pipa, soprabito e cappello. Beccava il colpevole, non commetteva mai un errore, ma alla fine un errore lo aveva commesso, lo stesso di Montalbano e del nonno: si toglieva il cappello, e mostrando la pelata ammetteva di non aver mai usato la Brillantina Linetti”. “E poi c’era Calimero ” continua Jessica ” quello lo conosco anche io, quello di “non sei sporco, sei solo nero”.

Calimero, Olivella, Carmencita e tanti jingle che sono entrati nelle case e nel cuore degli italiani, meno nei loro portafogli: si badava molto ai personaggi, meno alle marche. se la Miralanza ha guadagnato, deve ringraziare più la banale raccolta punti dei fustoni che il tenero Calimero. Con l’avvento dei canali Fininvest e delle interruzioni pubblicitarie, molto più mirate e, pare, efficaci, Carosello ha chiuso. Ma adesso torna. Carosello Reloaded, dal 6 Maggio su RAI 1. Chissà che in tempo di crisi, ci affezioniamo a qualcuno invece che a qualcosa.

Randagia, reloaded.

365 giorni a metà

Posted on Aprile 8, 2013 by randagia

Capodanno. Il primo giorno di primavera. Il proprio compleanno. Il primo del mese. Ogni giorno, anche il più anonimo, è buono per iniziare qualcosa. 17 settembre 2012, un giorno anonimo: Fabrizio, come va di moda tra i personaggi del secolo, annuncia su Facebook il suo progetto “365 giorni di equilibrio”, uno scatto al giorno. “Ussignur. Ci vuole troppa costanza, non arriverà a Natale!” han pensato gli amici. Forse lo ha pensato anche lui. Ma a Natale è arrivato, ha anche passato Pasqua, e quindi eccolo qui a celebrare i sei mesi di “equilibrio” con una mostra.

Sei mesi di equilibrio sono invidiabili, quando tutti viviamo di alti e bassi, di precarietà e fortuna, di affetti e delusioni. E allora? Come ci spieghiamo “365 giorni di equilibrio”? Come ha scritto Fabrizio stesso in due righe di accompagnamento ad una foto:
“Equilibrio neanche a parlarne. Di quelle giornate dove esiste solo il caos!!
Comunque alla fine ho voluto rappresentare…” (30/09/2012)

Ah ecco, tutto spiegato. Non è che l’equilibrio ce l’ha, l’equilibrio lo cerca: forse trovarlo è solo una parte del gioco, il bello è il cercarlo. Dovremmo provarci tutti, e magari già ci stiamo provando.

A chi gli chiede come mai abbia scelto un progetto, per di più pubblico, di quelli che se li interrompi rischi una bella figuraccia, Fabrizio risponde “Lavorare per progetti mi aiuta a sviluppare meglio la mia fotografia, trovare un mio stile e non cercare di assomigliare a qualcuno. Intanto mi diverto e riesco ad esprimere ciò che ho dentro, per ora mi basta. Questo dei 365 poi, che mi “obbliga” ad esprimere questa sensazione di equilibrio tramite la fotografia, mi ha aiutato a guardare con più attenzione e cercare quello che veramente voglio”. Ma su 365 giorni, un giorno che sia uno, gli sarà successo di dimenticare la macchina foto a casa, no? E anche qui Fabrizio ci stupisce “No, mai. E’ diventata una mia appendice, e la cosa mi piace, mi piace vedere il mondo filtrato dal mio obiettivo, sapere che posso mettere un filtro fra me e il mondo mi aiuta molto, per un orso come me è l’ideale”.

Randagia, che ammira l’equilibrio altrui, ma ha qualche problema con il proprio.

Ma perché avrà scelto proprio l’equilibrio? Possiamo chiederglielo di persona, andando all’inaugurazione della mostra, che si terrà il 12 Aprile alle 19:00 nella sala “8e9 sotto” presso E-belf, C.so Regina Margherita 89.

La mostra è curata da Davide Giglio, Centro Visual
Sala “8e9 sotto” presso e-belf in C.so Regina Margherita 89 (To)
Orari: dal 12 al 27 Aprile),5.00-18.00 dal lunedì al sabato
Quotidianamente Online: http://fabriziobocchino.blogspot.it/

meteo miracolo

Posted on Febbraio 24, 2013 by randagia

Il tergicristallo va, a spazzare la neve mista a pioggia. Oggi saremo pochi, penso, con sto tempo. Pochi un corno, ci son tutti, o quasi. Mi addormento sul bus, con la neve che cade e tutto grigio intorno. Mi sveglio che siamo già fuori dall’autostrada. Non nevica più. Si parcheggia alla pista di fondo di Flassin (1370m), frazione di Saint Oyen. La sbisa non manca: partiamo su un ampio pendio, con il passo deciso di chi vuole scaldarsi. Dieci minuti e il parcheggio non si vede più. E’ la prima gita in cui le piste da sci non ci seguono: era ora! Sembra quasi facile, peccato che qualche insignificante cunetta mi ricordi che la fifa anche oggi è salita sugli sci con me. Ma come faccio ad avere fifa in un posto dove, se cado, mal che vada, mi rompo un’unghia? “Randa, un passo dopo l’altro, non ti fermare su ste…” E lo so che voleva dire “cazzate”, ma non lo dice. Un signore. Il cielo si fa azzurro, di quell’azzurro che è ancora più bello quando parti aspettandoti il peggio. Il livello di allegria aumenta, e si impenna pensando alla discesa. Tanti alberi. Tanto bianco. Tanto silenzio? Sì, prima che arrivassimo noi. Qualcuno chiacchiera di più, qualcuno di meno, quanto il fiato permette. Una valanga si è sfogata qualche tempo fa nel valloncello a sinistra, li vedi quegli alberi spezzati a destra? Quelli sono il risultato di una valanga di neve polverosa. Le vedi le cornici lassu’? Tutte portate dal vento, non devi starci sotto, e neanche sopra. Perchè tu pensi che sia rilassante camminare sulla neve: sì lo è, alla Pellerina, quando invece vieni da queste parti, un po’ all’occhio devi stare. Si arriva alle baite Tsa de Flassin, candidata meta in caso di maltempo: ma il sole splende, e quei pendii poco sopra ci stanno chiamando. Una bevuta di té, e si continua a marcè. Qualcuno allunga da Testa Cordella, qualcuno si dirige al colle, che basta e avanza. Chi ha fiato e gambe, lasciati gli sci sale sulla Cima Flassin. E poi giù. Giù! Neve da 5 stelle, dice chi ne sa. Il mio gruppetto, come tanti altri, va alla ricerca del pendio vergine, di quel tratto dove non è ancora passato nessuno, un foglio bianco su cui dipingere o scarabocchiare le nostre curve. “Randa, non è possibile che ti fermi dopo ogni curva, una di fila all’altra le devi fare. Adesso vienimi dietro!” E mi si apre un mondo. vero che a “chiuderle” le curve evito l’effetto accellerazione incontrollata, vero che a farne una dopo l’altra la fifa mi molla, ed il divertimento inizia. Mi si spalma un sorriso in volto, che tarderà a svanire.

A valle ritrovo volti soddisfatti quanto il mio, entusiasti dalla neve, increduli del meteo-miracolo, esaltati dal lardo e miele, frutto della collaborazione attiva di due allievi del corso.

Unico neo: barella di emergenza, un ginocchio non è arrivato a valle sano, e a lui vanno tutti i nostri “in bocca al lupo” per riaverlo con noi alla prossima gita.

Randagia, che non sa valutare le stelle, ma è sicuramente per una giornata così che si era iscritta !

Prova su Pista

Posted on Gennaio 31, 2013 by randagia

E’ da un paio di mesi che aspetto. Gli amici a novembre già andavano a sciare e giravano foto da fare invidia. Ma io no, mica son capace, devo aspettare il corso. E finalmente arriva, il tanto osannato “corso di sci alpinismo”. Attrezzatura nuova, che quella da gagna non son riuscita a recuperarla. Ed è tutto diverso. Già stare sotto i dieci minuti per infilare gli attacchi mi sembra un record.

Prima uscita: prova su pista. In quaranta si sale sul bus. Quattro chiacchiere a conoscere sconosciuti, e via. Si parte dal cancelletto. Nessuna gara, solo per vedere se due curve le sai fare: “discesa controllata”. E bravi. Peccato che per me gli sci siano divertimento tanto, ma controllo zero. C’è chi si spara una serpentina da nuvola bianca, chi mostra il suo miglior spazzaneve, sorridendo a denti stretti. Chi presenta la tecnica sci unitissimi quasi sovrapposti, che il carving l’ha comprato ma non l’ha mai conosciuto. Quando arrivi in fondo, i commenti: “Randa, ti han mai detto che si scia anche con le caviglie e non solo spostando il culo?” E poi l’incitamento “Dai ragazzi, provate la fresca, scendiamo fuori pista”. E quaranta pseudo-incapaci si buttano in fresca. Un’immagine inquietante. Una mandria tra i pini. Ora, le piante sono dure. ma almeno stanno ferme, almeno provi ad evitarle. La mandria no, si muove, più come decide la neve che come decide lei. Ti fai coraggio e vai, in fondo sei un componente della mandria anche tu, e ti ci trovi bene.
Secondo giro: finito l’effetto mandria, si scende a gruppetti di due o tre, seguendo un istruttore, che ti da un minimo di nozioni. Prima fra tutte: le piante non sono morbide. Seconda, il peso: non contano le lamine, conta come distribuisci il peso del corpo sugli sci. Se ti sbilanci, cappotti. E quale miglior lezione che l’esempio? Mentre si scende, il santo cui son toccata, si contorce per rispondere alla radio in curva, e opplà, si cappotta magistralmente e ci dimostra che anche se le piante son dure, la neve rimane morbida.

Randagia, che sarà divertente questo corso!

Metti una sera con Degas

Posted on Dicembre 6, 2012 by randagia

Un’amica pubblica su Facebook l’immagine di due pennelli sulle punte, che si incrociano come gambe di una ballerina, e la commenta con il più sincero “Geniale!”. Geniale che per la pubblicità della mostra di un pittore non si usi un suo quadro, quanto piuttosto uno strumento, il pennello, e un soggetto, la danza. E così gli anni di danza classica dell’infanzia fanno capolino e nostalgia.
Un click sull’immagine e approdo al sito (http://mostradegas.it) che è quasi una visita virtuale. Ohila, c’è un’app. Allora è vero che per tutto c’è un’app. Ma non ho un i-phone, e neanche voglia di dargli 3 euro e rotti: già si pagherà l’ingresso, perché pagare anche l’app? E molti se lo devono essere chiesto dal momento che il riquadro predisposto su i-tunes per le statistiche di gradimento espone un triste “Non abbiamo ricevuto abbastanza valutazioni per visualizzare una media per la versione attuale di questo(a) applicazione.”.

“Degas, Capolavori dal Museo d’Orsay”. Già. Mica i disegni che faceva all’asilo. C-A-P-O-L-A-V-O-R-I che uno dei più grandi Musei d’Europa offre temporaneamente in prestito alla nostra città. Vogliamo mica perdercela?
Nelle ore non di punta (noi siamo andati un giovedì verso le 19, aprofittando della giornata in cui gran parte dei musei torinesi ha un orario di apertura più generoso, fino alle 22) vi è solo una ragazza alla biglietteria, che si deve preoccupare di smistare visitatori “prenotati” e non. Questo non senza le classiche polemiche “Dovrebbero avere una fila apposta per i prenotati!”, anche se poi è solo una persona ad essersi prenotata e la coda non è più lunga di quella che si fa, senza minimamente lamentarsi, in ufficio per la macchinetta del caffè.
Quasi subito mi imbatto in una delle opere principali, La famiglia Benelli, lui orso, lei incazzusa e due bambine che sembrano rognosette. Una è quella che si vede sui manifesti. Però, se la cavava bene con i ritratti Edgar! Le guide parlano talmente forte che anche se non ne hai richiesta, non la puoi evitare. Nel bene e nel male.
Circa a metà percorso una splendida sala sui nudi: ma non la Venere che esce dalle acque, la Salomè che balla o quella che ti fa il pic nic per colazione. No, è piuttosto la Giusi del mercato, mentre si asciuga il mignolino dopo il bagno, che quasi quasi si vedono anche i calli. La Molly che si pettina alla bell’e meglio. La Betty che esce dalla vasca, senza rompersi il femore. Ora, ditemi se vi viene in mente un altro artista che abbia inanellato una serie di nudi “ordinari” così? A me no, o almeno non prima di lui. Pare che Edgar pescasse nei bordelli le sue modelle, e le invitasse a venire a darsi una lavatina da lui. E quella in piedi, di schiena, con le mani appoggiate alle chiappe? Quella che nel video descrivono come “tozza e poco aggraziata”? Quella che sembra me tutte le mattine quando guardo l’armadio con quel punto interrogativo del “e oggi che mi metto?” . Mentre la guardo mi aspetto che si muova, che alzi un braccio e tiri una patela alla porta scorrevole del Pax Ikea. No, non si muove. No, non mi sembra tozza. E nemmeno poco aggraziata. Mi sembra naturale, e senza dubbio simpatica.
L’universo delle ballerine è lasciato alle ultime sale, e tanto per cambiare, ci spiegano che un corpo di ballo non era altro che un bordello con il tutù. E a guardar bene i dipinti, tra le ballerine c’è sempre una figura maschile, vestita di nero, con il cilindro, che sembra non c’entri nulla con il quadro, e invece… E dire che io alle ballerine ho sempre associato quell’innocente viso della Fracci…
Quasi in fondo al percorso, e poco visibile, è posizionata la sala audiovisivi. A ciclo continuo viene proiettato un video che propone analisi e osservazioni talmente interessanti da convincerci a tornare indietro a rivedere alcuni pezzi. Ma metticelo all’inizio un video così, che ci stimoli la curiosità, lo spirito d’osservazione, fai anche un po’ atmosfera! Non alla fine, che, con i piedi che fan male, vuoi che torni a rivedere I particolari? Ringrazio che la sede, la Palazzina della Promotrice delle Belle Arti, non è poi così grossa e torno indietro, ma se voi ci dovete ancora andare, entrate dall’uscita con la scusa di andare alle toilette e guardatevi prima il video.
La visita è finita, chiudiamo le giacche, alziamo il bavero, e saluti. Non abbiamo comprato nulla al negozietto, ma portiamo con noi le immagini di quelle ballerine “di malaffare”, di quei nudi insoliti. Riflettiamo sulle ballerine di allora che potevano essere le escort di adesso, sorridiamo a vedere Edgar che si riempie lo studio di vasche da bagno e asciugamani. Ironizziamo su come quest’artista passasse più tempo nelle case di piacere che nella propria.

Infine, puntiamo diretti una pizzeria: il chiosco del parco, unico punto ristoro “a vista” non offre nulla di simile ad una cena.

Randagia, che la cultura arrichisce, ma non sazia.

Il battesimo del ghiaccio

Posted on Luglio 2, 2012 by randagia

Con tutto sto caldo, l’idea di pestar neve ti affascina. E la neve d’estate si chiama ghiacciaio. Nella cantina di famiglia recuperi ramponi d’epoca e piccozza arrugginita. I ramponi sono ancora di quelli con i cordini, da regolare con la chiave da 5 e il cacciavite. “Randa, io te li regolo, che aprire ste viti dopo che son state chiuse trent’anni non è facile. Ma quando te li devi mettere, stai vicino a qualcuno con i capelli bianchi, che dovrebbero conoscerli.” E ti iscrivi alla gita Cai Uget al Gonella. Il pezzo di ghiacciaio è breve, ottimo per capire se ce la fai, anche solo ad agganciarli quei ramponi.
Si parte. Destinazione Val Veny, sopra Courmayeur. Parcheggio. Zaino più pesante del solito con imbrago, corde e ambaradan vari. Lago Combal. Una cresta sulla morena, che mette alla prova gli esercizi di equilibrio delle lezioni di pilates. Vedi la terra scivolare lentamente sotto i tuoi piedi e le chiappe stringono di più che in palestra. Quando l’hai percorsa però, ti è pure piaciuta. Pochi metri dopo, un branco di stambecchi, piccoli, con la mamma, ti strappa un sorriso. Un sorriso che neanche la pietraia lunghissima che stai per attraversare ti toglierà. Non è una pietraia qualunque: sotto c’è il ghiaccio. Ogni tanto lo vedi emergere, ma soprattutto vedi quelle voragini che sembrano inghiottire le pietre. Cammini, cammini. E finalmente la neve: di fronte a te un lenzuolo bianco, il ghiacciaio del Miage. Imbrago, ramponi. Adocchia quel tizio con i capelli bianchi, che una mano te la da’ sicuro. Infatti, ramponi legati. E sembrano anche tenere. Basta non cadere in quei crepi lì. Quali? Minchia quelli? Se guardi dove metti i piedi, non li metti lì. Eh grazie. “E quei rumori come boati che si sentono cosa sono? “E’ il ghiacciaio che si rompe sotto, ma non questo, quello di là, il Dome” Ah, quello lì che è tutto un seracco, un taglio, una ruga altro che lenzuolo bianco. No, non chiedi perché quello là si rompe, mente il tuo sta magicamente intero. Ci sono domande nella vita che hai imparato a non fare. “Randa, li hai mai usati i ramponi? Allora pesta bene, e a monte,
segui le impronte”. E prega, aggiungi tu. Pesta e prega, prega e pesta, neanche te ne accorgi che è già finito. Che sollievo. Il sorriso resiste nonostante manchino ancora un bel po’ di metri di dislivello per il rifugio. Roccette e cavo di canapa: “Randa, una mano sulla roccia e una sul canapone!” Esegui, ma che fatica: il sentiero ripido tira su, e lo zaino pesantissimo tira giù. Vedi il Gonella, con la sua architettura ipermoderna sempre più vicina. E canapone e roccia, roccia e canapone si continua. Guardi il ghiacciaio tutto crepato a destra: bello. Soprattutto bello che non sia il tuo. Lassù lassù c’è il Monte Bianco. Intanto il rifugio si avvicina, o almeno ti sembra. Scultura tecnicamente modernissima, dedicata alla memoria di Francesco Gonella, un alpinista torinese che ha fondato sedici rifugi del CAI, tra cui Capanna Margherita sulla punta Gniffetti. L’arrivo è dall’ingresso di servizio: un odore di fogna che non ti aspettavi, beh almeno chi cerca il bagno lo trova subito. Non avete incontrato molta gente in salita, ma qualche ospite al rifugio c’è: abbigliamento tecnico e fisico invidiabile, di donne neanche l’ombra. Da segnalare alle amiche. Forse un po’ fuori mano. Una coca, due chiacchiere, una panoramica dalla terrazza che ti ripaga delle fatiche. O almeno ti sembra.
Si scende quasi subito, che il riposo è per la prossima vita. E ti chiedi perché uno dica “è tutta discesa” per dire che una cosa è facile, che il peggio è passato. Mica vale per tutto, qui scendere facile non è! “Allora Randa, picca a monte e becca indietro”. Puoi arrivarci a capire cosa è la picca, ma ti ci vuole un attimo a capire cos’è la becca. Alla seconda alzata di voce ci arrivi. Almeno la nomenclatura potevi studiarla. Ficca il tacco nelle impronte, la picca nella neve e scendi. Picca nella neve, tacco nelle impronte, picca, tacco e…. culo! Non era contemplato, ma viene perdonato. Ti levi prima di sentire le imprecazioni degli altri cui hai spianato le comode orme. Dopo un po’ ci prendi la mano, anzi il piede. Quei crepaccetti in fondo son lontani. Tra un pezzo di neve e uno di roccia, con un discreto brivido, ficchi la picca tra la schiena e lo zaino, e che sia a portata di mano, da sfoderare alla Lady Oscar quando serve. “Randa, non saltare sul ponte!”. Quale ponte? Non ci sono ponti. C’è solo un passaggio obbligato stretto tra i crepaccetti. Come un ponte, appunto. Anche qui, ci metti il tuo tempo a capire le istruzioni. Respira. Ficca la picca. Fai sto passo. Fatto. Respira. Minchia! Poi si fa più facile, ma perchè adesso corrono giù? Da sola non vuoi rimanere, quindi corri pure tu e fai i passi lunghi sui tagli, che tanto mica hai paura, no? Vedi dei cinquantenni tornare bambini, e tu con loro.
Il bianco finisce, il ritorno sulla pietraia sembra eterno, si inizia a sentire il relax del rientro e le boiate vengono sparate a raffica.
“Ma qui si suda in salita, e si suda in discesa!”
“sat pias nen, va al mar!” (se non ti piace, vai al mare!)

Ma se battesimo del ghiaccio deve essere, che lo sia a tutto tondo: una bella grandinatina sulle braccia nude rinfresca, quando ormai siete già al Combal. Il sorriso? rimane.

Randagia, tra ghiacci e sorrisi perenni

Dritta come un’aquila!

Posted on Maggio 13, 2012 by randagia

SMS del venerdì “8:30 da Vicky, andiamo all’Aquila”. E andiamo. Passate Giaveno, proseguendo per Pontepietra, dove riconosci un’auto dagli inconfondibili adesivi: “Fermi!”, urli manco avessi riconosciuto l’auto di Brad Pitt. E sbucano a destra e manca facce CAI UGET. Qui? Sì, è l’uscita di esercitazione prima di imbarcarsi, nel vero senso dela parola, in Selvaggio Blu Integrale: un nome che è tutto un programma per una settimana in Sardegna, imbrago e corde, mica secchiello e paletta. Un paio di volti nuovi, che per te nuovi non sono, li hai già visti in tutt’altro contesto. A forza le socie ti strappano dalle chiacchiere e si riprende la strada. Parcheggi all’Alpe Colombino, dove una volta partiva la seggiovia. Segui uno stradone ex pista che non è che sia tutta sta figata, anzi brutto proprio. All’intermedio di quella che era una seggiovia, sembra di essere nelle scene di un film di zombi: skilift rotti, piloni coricati, casupole distrutte. Dopo scoprirai che stanno ripulendo tutto, ma quella sensazione di desolazione ti rimane, nonostante il panorama susciti tutt’altra emozione. Dopo va meglio, un quasi sentiero c’è. All’orizzonte un’altra faccia nota, Mario di Verticale ma non troppo, lui che mette sempre su Facebook la gita del giorno dopo. Tu che per una volta non apri Facebook, e proprio una bella figura non fai. “Randa, ma come fai a conoscere sempre tutti?” E’ un caso, un piacevole caso.
Arrivate alla chiesetta, ti viene un dubbio “Ma la punta sarà qui o sarà quella la’?” “Ma va Randa, è qui! Siediti e mangia!”. Fai ancora due passi per guardare dall’altra valle, bello il panorama, misto sole nuvole… “C’è il libro di vetta!” ti urlano le socie. Colpo basso. Subisci il fascino dei libri di vetta. E inizi a leggere. Monica si scusa di aver bruciato i libri degli altri anni, ma aveva freddo quella notte che è rimasta bloccata qui. E assumi sia poi tornata a scrivere giorni dopo, altrimenti avrebbe bruciato anche quello. Qualcuno si firma CAI Lingotto. Ah, c’è pure il CAI Lingotto? Se sfogli ancora un po’ trovi il CAI Gru Village? Mister qualcosa chiede “Ma qua niente figa?” Alice e Laura si presentano. Chissà se hanno concluso. C’è poi Andrea che sale qui quasi tutti i giorni, in corsa solitaria. Roba che qualcuno chiede se questo una casa ce l’ha. Una giovane alpinista, con calligrafia spiccatamente maschile, gli chiede il numero di cellulare. Ale e Maura erano qui in una notte di luna piena. Mauro era qui a festeggiare il compleanno scrivendo “Chissà se anche il prossimo anno avrò le forze di salire” e quando vedi l’età, capisci che il dubbio è legittimo.
Mentre leggi arriva una madama che vi chiede “Ma non siete andate in punta?” Punta? Ah, sì certo alla croce. Sì certo l’avevate vista che era più in alto, ma ci volevate andare dopo il caffè. Ti senti un’idiota, “drita cume n’aquila”, ma non stai a scriverlo sul libro di vetta. In piedi, e si continua.

Randagia, che “drita cume n’aquila” glielo diceva sempre la nonna, e non si sbagliava.

PS: l’itinerario.

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