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Porgi l’altra guancia

Posted on Aprile 22, 2012 by randagia

“Opposizione. E’ fisica. Metti un piede a sinistra, una mano a destra, una a sinistra. Gambe larghe. E spingi. Opposizione. Vedi che stai su? E adesso muovi un piede e vieni avanti”. E questo te lo dice con la tranquillità e la sicurezza della nonna che ti insegna a fare la maionese, sicura che non impazzirà, anche se sei tu e non lei a sbattere le uova. Tu ti fidi, segui quelle che credi siano le regole base per non sfracellarti qualche metro sotto. Perché lì, sotto le tue gambe, tra la roccia di destra e quella di sinistra, è vuoto. Non altissimo, ma vuoto. Sotto, la rossa sabbia giordana. Non deve essere morbida. Un passo. Una botta di adrenalina o quello che è. Un “Minchia!”. Due passi. Un altro “Minchia!”. Un passo. E’ fatta. “Minchia!”. Bello. Sorridi, ringrazi Mister Tranquillità per la ricetta della maionese, e a sera pensi: “Perdo dieci chili, e a primavera mi iscrivo al corso di arrampicata. Salire è bello, ma portare a spasso tutta questa roba, è uno sbattimento!”. La vacanza finisce, l’inverno pure. Ma quei dieci chili sono ancora tutti lì, o quasi. Rinunci? Sfogli il calendario gite del CAI. Ferrate. Che sia la giusta via di mezzo? Ma le saprai fare? Poco male, c’è l’uscita di prova. Attrezzatura in affitto, e un paio di persone di esperienza e buon cuore si offrono di portare i nuovi arrivati su una ferrata prima di portarli nelle gite sociali con il branco. Un pomeriggio in settimana. Caprie. Hai l’agitasiun già da un’ora prima, quello stomaco che si chiude e si chiede se ce la fai o no. Sole che spacca. Imbrago, set e cordino corto, quello che quando sei stanca, ti agganci penzoloni e riposi. Passi corti, per non stancarti. Riposati se sei stanca. “Si si, si si”. Si sale, bello, facile. Che caldo. Oh, qui è dritta proprio. Passi corti, per non stancarti. Riposati se sei stanca. Oppure, casca come una pera cotta. E pera cotta sia. Le braccia ti lasciano. E’ tutto un attimo. Mica come i testacoda con la macchina, che hai tempo a riviverti tutta la vita prima del botto. Qui il botto è subito. E nessuna carrozzeria a proteggerti. E’ la faccia quel pezzo di te che sbatte contro la roccia. E capisci perché dicono “duro come la roccia”. Male? No, la paura anestetizza. Non hai male. Due occhi seri si sbarrano dentro i tuoi, due mani ti fanno il contorno della faccia, solo dopo parlano: “Cosa hai picchiato?” Eh, vallo a sapere. Guarda dov’e il sangue, avrai battuto lì. Sangue in bocca, si attaccherà mica al lavoro del tuo dentista? No, sembra di no. Ed è già un sollievo da 1000 euro almeno. La diagnosi è banalmente un labbro tagliato. Avrai picchiato la guancia, ma ti è andata di culo. I danni dentro sono altri e non fan testo qui. Ci bevi su quel mezzo litro d’acqua, mentre ti chiedi come hai fatto, e qualche risposta viene. Ora te lo ricorderai a cosa serve il “cordino corto”. Dai, sono cose che prima o poi capitano. Dicono. Già, avresti preferito poi. Si riparte. “Randa, ti leghiamo per salire?” No dai, proviamo. Respiri. E avanti. Non tremi, ma proprio sicura non sei. Qualche mano amica cambia i moschettoni al posto tuo quando ti vede in difficoltà, che per oggi importa solo uscirne. E capisci perché le chiamano “vie di fuga”.

Randagia, che porge l’altra guancia…

Mont Ros, Champorcher: cuscini blu su lenzuola bianche

Posted on Marzo 18, 2012 by randagia

Quest’anno hai detto “Basta”. Basta. Basta a quelle gite in montagna che fai 700 metri di dislivello a inizio stagione, dicendo “alla prossima ne facciamo di più”, e ti ritrovi a fine stagione che sempre 700 ne fai. Crescita zero, come l’Italia. Ma quest’anno lo fai, ti iscrivi al C.A.I. (Club Alpino Italiano), almeno si cambia.
Scarichi da internet il Programma Gite, con discreto anticipo. Tanto discreto, che invece delle gite primaverili ci trovi le gite con le racchette da neve. Perché no?
Iscrizioni il giovedì in sede. “Ah, non hai mai messo le ciaspole? Sì, è una gita facile. E’ praticamente pianura.” Se praticamente è pianura, perché sul volantino c’è scritto dislivello 600 metri? La matematica non è un’opinione, ma la pianura sì?
Ritrovo la domenica, all’incrocio tra Corso Giulio Cesare e Corso Vercelli. Ah perchè, si incrociano? Pare di sì, si incrociano su un bel parcheggio ghiacciato, punto di ritrovo di escursionisti e immigrati rumeni. Dietro corso Romania, appunto. Vedi di azzeccare il gruppo giusto, o tu e le tue ciaspole vi ritrovate a Timisoara, e lì non sai se c’è neve.

Trovi il tuo gruppo, si compattano le macchine, una camicia a quadri carica te e altri. Non sa a cosa si è condannato: oltre al passaggio ti serve anche qualcuno che ti insegni come si cammina con le ciaspole, e una camicia a quadri è tipicamente più disponibile di chi ha il culo TheNorthFace e i pettorali Montura. Destinazione Champorcher. Durante il viaggio, racconti epici vedono protagonisti i vari personaggi del gruppo, in abiti fantozziani. E ridi. “Sta stra a fa ‘vni lurd” ti senti dire, quando di fronte a te si presenta la serpentina d’asfalto che da Bard porta a Champorcher, con tante di quelle curve da diventar scemi (n.d.r. traduzione non letterale).
Parcheggio. Arva. Racchette. Il tuo gentilissimo autista, si prodiga nella lezione numero uno: “Allora Randa, le racchette si mettono così… Ecco, sgancia dietro. Cammina davanti a me che vediamo come sali.” E non lo dice per guardarti il culo, o almeno credi.
Un’immensa distesa di bianco ai tuoi piedi, anni che non ne vedevi una così. In quel momento ti chiedi perchè poi hai scelto lo sci di pista perdendoti tutto questo. Qualcuno ha già lasciato impronte prima di voi, e le seguite, mentre lo sguardo, quando hai il fiato per sollevarlo, spazia su distese bianche schiantate contro il blu limpido del cielo. Lenzuola bianche e cuscini blu: immagini che la levataccia di questa mattina ti porta ad evocare. Fatichi come un mulo, e improvvisamente ricordi: era la fatica della salita che ti aveva fatto scegliere lo sci di pista! Troppo tardi per i rimpianti, grondando sudore, rimani affezionata al passo dell’apripista, che lento e inesorabile, costa dopo costa, ignorando il concetto di sosta, ti frega e ti porta fino in punta.
Respira: ce l’hai fatta! Guardati attorno: un panorama di quelli che visti in cartolina son belli, ma visti mentre ti asciughi il sudore sulla fronte, lo sono di più. No, non sai riconoscere le montagne, gli altri sì, e te le indicano per nome: ancora non sanno che è tutto inutile, perchè tu e la memoria avete un pessimo rapporto. E che dire del bacio di vetta? Quando si arriva su e, con tutto il sudore di cui si è intrisi, si baciano gli altri? Meglio non dire. Volano i complimenti per quelli che “Noi è la prima volta!”. Un bicchiere di the, un panino, due chiacchiere, quattro risate. Chi sbuccia frutta, chi gusta la trippa condita preparata dalla moglie, chi beve solo “sennò non digerisce”. Tu vorresti dormire, ma non sai come dirlo, e allora non lo dici.
In discesa, il tuo involontario mentore, è diventato volontario: “Allora a scendere, talloni verso il basso e lasciati scivolare… Guarda come faccio io, e fai uguale!” E tu lo fai, scendi. Dopo i primi passi incerti, inizia il divertimento: un passo dopo l’altro, correndo sul manto bianco, nel manto bianco. Ti ricordano le dune del deserto, ma bianche, farinose, fresche. Se cadi, chissene! E ridi. C’è chi dice che la montagna dovrebbe essere silenzio, ma non sei convinta. E ridi. Quando ti volti indietro vedi i segni dei vostri passi su quelle lenzuola bianche, confusi e disordinati come fossero di bambini. E sorridi.

Randagia, che bisogna mantenersi un po’ bambini. E ride.

Giordania Settentrionale: Panorami biblici!

Posted on Febbraio 5, 2012 by randagia

Le inquietanti inferriate alle finestre al quinto piano di grigi palazzi non ti stimolano a rimanere ad Amman più del necessario: notte di riposo, giornata di assaggio della Giordania settentrionale, prima del desiderato spostamento a sud. Si visita velocemente Umm Quais, un sito di rovine romane non particolarmente notevole, dove, come quasi ovunque in Giordania, vale più l’atmosfera del posto che il posto in sé. Da qui si gode una bella vista sul Lago di Tiberiade. Sì, sì, proprio quello del catechismo. Sai quando Gesù dice a Pietro «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini», e tutti mollan le barche, mollan le reti e gli van dietro? Ecco, erano proprio su quel lago, a pescare. Ora quel lago è nel territorio di Israele, ed i palestinesi vengono qui a guardare questo fantastico panorama che era la loro patria: vedi il lago, i villaggi, le campagne di Galilea. E ti fa più effetto questo, che pensare che sia un lago di acqua dolce sotto il livello del mare. Le guide ti sconsigliano di andare a Umm Quaiss nei venerdì di sole, in quanto meta dei merenderos locali: sarà, ma non ti credi ti sarebbe dispiaciuto.

Non puoi mancare Jerash, sito archeologico ben più vasto e ricco del precedente. Cioè tu lo potresti anche mancare, ma la rossa modenese, potrebbe uccidere se l’itinerario dovesse escludere questa meraviglia. E tutti i torti non avrebbe. Jerash (Gerada) insieme ad Amman, Umm Quais e altre 7 città faceva parte della decapoli, cioè della decina di città collocate sul confine orientale dell’Impero Romano, tra le attuali Giordania, Siria e Cisgiordania. Ci capiti con la luce del tramonto, fai finta di non sapere che si sta disputando una ridicola corsa delle bighe, ti guardi intorno e respiri fascino. Tra un colonnato e un pavimento mosaicato, i ragazzi del posto si danno appuntamento al muretto, sparando la musica a palla e fumando narghilè: la versione giordana del muretto di Alassio. Un mini souk ti attende all’uscita: chefie di tutti gli stili e i colori. Se hai intenzione di comprarne una, prendila qui: nel deserto ti servirà, e a Petra la pagheresti il doppio. Certo, non sono le chefie ricamate a mano, che vedi indossate dai locali: altrimenti invece di 5 dinari te ne chiedono 50. Almeno evita di prendere quelle con stampato “Made in China”.

Un lungo spostamento vi porta verso Madaba, dove, peccato averlo scoperto dopo, c’è il miglior ristorante di tutta la Giordania a prezzi non proibitivi, l’Haret Jdoudna. Non puoi non provare le baklava in una delle tante pasticcerie che fanno mostra di questi dolcetti al miele in enormi vassoi rotondi, che ti viene l’acquolina solo a parlarne.

Nel gruppo non ci sono ragazzini, ma allora com’è che la guardia deve venirvi a dire “Vi ricordo che questa è una chiesa, meno casino!” ? Sì, per lo meno lo dice in inglese e non in italiano, ma è una magra consolazione. Il mosaico della mappa della Terra Promessa, incastonato sul pavimento di una chiesa, voleva indirizzare i pellegrini, verso i luoghi di culto, e quindi questi vi erano principalmente raffigurati. Risale al VI secolo, ed è talmente particolareggiato da essere stato base per la cartografia della zona. Se lo visitate al mattino, la luce che filtra dalla finestra può infastidire il fotografo appassionato, a tal punto che i suoi amici potrebbero incasinarsi nelle peggio pose per realizzare ombre opportune, magari senza mantenere il silenzio, quindi: ricordatevi che siete in una chiesa!
In questa zona son fanatici del mosaico, c’è anche una scuola, la migliore al mondo. Una bella collezione è presente sul Monte Nebo, ma in questo periodo (gennaio 2012) è chiusa per restauri, quindi non la vedete. Farci una puntatina merita comunque, perchè il Monte Nebo non è solo mosaici, no. Tu vai, mettiti lì, sul terrazzo panoramico, guarda davanti a te: si vede Gerico, la valle del Giordano e se il cielo è terso, anche Gerusalemme. Sentiti arrivato, come Mosè qualche migliaio di anni fa. Già era proprio il buon Mosè che, dopo aver condotto il suo popolo per anni di marcia, arriva qui e finalmente vede la Terra Promessa. Peccato non riesca ad andare oltre e schiatti qui, per volere di Dio o per sfiga, che spesso coincidono. Si dice che Dio stesso l’abbia sepolto su questo monte, lasciando al figlio Giosuè il compito di tagliare il traguardo.

Randagia, che per questo viaggio ha ripassato le lezioni di catechismo

Giordania Trekking: pronti, partenza, via!

Posted on Gennaio 24, 2012 by randagia

Dicembre.‭ ‬Voglia di deserto.‭ ‬Voglia di cambiare aria.‭ ‬Subito.‭ ‬Chissenefrega del Natale‭? ‬Parti subito che sfrutti meglio le ferie.‭ ‬Peccato che il resto d’Italia non la pensi come te,‭ ‬e fin a dopo Natale non c’è il numero di partecipanti sufficiente affinché un viaggio parta.‭ ‬E aspetti.‭ ‬Aspetti che passi Santo Stefano,‭ ‬e parti con il viaggio‭ Giordania Trekking‭ ‬di‭ Avventure nel Mondo‭.

Camminare ti piace,‭ ‬in montagna ci vai spesso,‭ ‬secondo la scheda del viaggio,‭ ‬si tratta di trekking di categoria‭ “facile”,‭ ‬vuoi non farcela‭? ‬Arrivano le prime mail del gruppo che si sta formando.‭ ‬Il viaggio è stato assegnato alla guida di un tizio di nome Donato ma di mail Renato,‭ ‬giusto per aver confusione già dall’inizio.‭ ‬La confusione però si limita al nome,‭ ‬perché le istruzioni di viaggio che vi propina sono nette:‭
1‎) ‏leggetevi la relazione che vi mando,‭ ‬scritta da chi prima di noi ha fatto lo stesso viaggio‭ (‬e vedete di non fare domande che lì hanno già una risposta‭).
2‎) ‏mettete l’indispensabile nel bagaglio a mano,‭ ‬che quello in stiva è probabile che ce lo perdano.
3‎) ‏portate qualcosa di tipico della vostra regione,‭ ‬meglio se alcolico.

Ecco diciamo che il decalogo del perfetto viaggiatore non serve,‭ ‬basta il trittico.

Iniziamo a leggere la relazione.‭ ‬Bello,‭ ‬ti dicono cosa ti devi portare.‭
Scarpe da trekking.‭ ‬Sì.‭
Vestiti comodi.‭ ‬Sì.‭
Una corda da‭ ‬20‭ ‬metri.‭ ‬Una corda da‭ ‬20‭ ‬metri‭? ‬Ma non era un viaggio di categoria‭ “‬facile‭”? ‬E scusa,‭ ‬fosse stato di categoria‭ “difficile” ‬serviva anche la corona del rosario da‭ ‬5‭? ‬No,‭ ‬la corda no.‭ ‬Tanto se la porti,‭ ‬mica la sai usare.‭ ‬La porteranno altri,‭ ‬ovvio.‭ ‬Altri sì,‭ ‬se solo non ragionassero come te.‭ ‬Però prendi il moschettone viola,‭ ‬che un moschettone serve sempre,‭ ‬dice tuo padre,‭ ‬ma mica è vero.
Di tipico cosa porti‭? ‬La bagna cauda‭? ‬E no,‭ ‬senza tapinambur no.‭ ‬I gianduiotti‭? ‬Si squagliano.‭ ‬Torrone,‭ ‬vai di torrone.‭ ‬E qualcuno ci provi a dire che non è tipico piemontese.
Sul bagaglio,‭ ‬già sai,‭ ‬non ti preoccupi:‭ ‬scarponi ai piedi,‭ ‬sacco a pelo nello zainetto,‭ ‬di tutto il resto,‭ ‬se va di sfiga,‭ ‬si può fare a meno,‭ ‬o quasi.

Il gruppo è di‭ dodici persone.‭ ‬Da Torino,‭ ‬siete in due a partire.‭ ‬I grandi accordi preliminari,‭ ‬presi circa tre ore prima della partenza,‭ ‬sono‭ “‬Ci si aspetta al check-in‭”‬.‭ ‬Beh,‭ ‬o siete entrambe immuni alla sindrome del‭ “‬ma tu cosa ti porti‭?” ‬o siete prese da altro,‭ ‬o non ve ne può fregare nulla di avere un’idea di con chi vi toccherà passare i prossimi giorni,‭ ‬l’importante è posare i piedi e l’anima in quel deserto.‭ ‬Probabilmente un mix delle tre.
Ci si riconosce facile,‭ ‬al check-in per Istanbul tante valigie,‭ ‬ed un solo zaino.‭ ‬Sarà lei,‭ ‬ma falle uno squillo che eviti figuracce.‭ ‬L’ultimo buon caffè prima del metal detector,‭ ‬con chi in aeroporto ti ci ha accompagnata e qualche amico che tra un check-in e un landed capita di lì.

L’incontro con tutto il gruppo è al gate del volo Istanbul-Amman.‭ ‬Scalo a tempi stretti,‭ ‬ma meglio i tuoi tempi stretti che le‭ ‬10‭ ‬ore di attesa di altri.‭ ‬Tra pochi metri incontri il‭ “‬gruppo‭”‬,‭ ‬e che Allah te la mandi buona. Anche qui riconoscerli è facile.‭ ‬Un cofanetto di Ferrero Rocher gira tra un gruppo eterogeneo di persone:‭ ‬matematico,‭ ‬sono loro.‭ ‬Un Terence Hill che non ha abusato di botulino si avvicina sorridente,‭ ‬con l’accento di Troisi:‭ ‬ecco è Renato/Donato‭! ‬Lui viaggia leggero,‭ ‬solo bagaglio a mano.‭ “‬Certo,‭ ‬perché la tenda te la sto portando io‭!” ‬dichiara sorridendo una voce con lo stesso accento,‭ ‬la sorella.‭ ‬I Ferrero Rocher hanno uno sponsor Emiliano,‭ ‬Tiziana e Franco,‭ ‬la coppia del gruppo.‭ ‬Il ruolo di cassiere,‭ ‬tanto odiato quanto indispensabile nei viaggi in cui è prevista una cassa comune‭ (‬sempre con Avventure nel Mondo‭)‬,‭ ‬è già stato assegnato in tua assenza a Ol,‭ ‬povera lei che si prende la rogna,‭ ‬ma contenta tu che l’hai scampata.‭ ‬Un Piero Pelù più in carne e con i capelli corti è arrivato da Milano per voi,‭ ‬sotto il falso nome di Ale.‭ ‬Il veneto è ben rappresentato dagli aitanti Wil e Henry.‭ ‬Ma belin,‭ ‬dove sono i genovesi‭?

I feel CUD

Posted on Gennaio 24, 2012 by randagia

Scrittorincittà. Cuneo. Non posso non fare un salto. Prenoto due biglietti per Michela Murgia. Non ho mai letto nulla di suo, ma mi è simpatica a pelle. E la pelle non sbaglia. Teatro Toselli. Le letture vanno. Belle. Che fanno pensare. Fino al bis. Che fa tremare. Michela ti informa, che Santa Romana Chiesa, per riprendersi dalla decimazione degli 8×1000, a seguito dei ben noti episodi di pedofilia, ha bandito un concorso a premi per le parrocchie. In palio un volo a Madrid, per le giornate della gioventù, per le parrocchie migliori. Ma migliori in che? Migliori nella raccolta CUD. I feel CUD. Così l’hanno chiamato. «Cosa hanno in comune giovani, anziani, l’8xmille e Madrid? È ifeelCUD.it, il concorso al quale possono partecipare i ragazzi e le ragazze delle parrocchie di tutta Italia.” Il logo? Un CUD piegato ad aeroplanino. Avete capito bene, il concorso invita i ragazzi delle parrocchie a raccogliere i CUD di coloro che, avendo solo redditi da lavoro dipendente o assimilati, non sono tenuti a consegnarli. Tipicamente anziani pensionati. Ma se non sono tenuti a consegnarli per lo stato, perché dovrebbero esserlo per la Chiesa? Caro ragazzino della parrocchia, non è che stai aiutando un vecchietto in qualcosa che gli serve veramente. No, lo stai aiutando in una cosa che se non servisse a te per andare a Madrid, o meglio alla Chiesa per tirar su soldi, lui non dovrebbe neanche fare. C’è quella fantastica letterina che accompagna il CUD, quella in cui firmi per l’assegnazione del tuo otto per mille tra sette confessioni religiose (cattolica, valdese, ebraica,…). Vero, anche l’otto per mille di chi non firma viene comunque redistribuito tra sei dei sette enti contendenti, le assemblee di Dio disdegnano, secondo le percentuali calcolate in base a chi ha espresso una scelta. Ma se tu una scelta riesci a farla fare, vai a aumentare anche la tua percentuale del fettone di chi la scelta non esprime . E questo tu non lo sapevi, ma Santa Romana sì. E quindi vai, bel chierichetto, prendi il CUD del nonno, fagli firmare la letterina e portala a Babbo Ratzy, come faceva il nonno quando prendeva la tua e la portava a Babbo Natale. Solo che con le tue letterine, Babbo Natale non s’è fatto i soldi. Va che devi essere un genio a pensarla questa, va che devi aver avuto un’illuminazione dall’alto per esserci arrivato. Perché ad un comune mortale senza ganci lassù, questa sembrerebbe una truffa. Tanto quanto i finti esattori del gas che vanno a casa dei vecchietti e chiedono di pagare le bollette in contanti. Uguali. Solo che questi non chiedono soldi, chiedono solo fogli. E non rubano al vecchietto. Rubano allo stato, alle altre religioni, e va beh che tra di loro se la giocano, ma…
Se scoprissi che un ragazzino dall’aria innocente, va a chiedere il CUD di mia nonna e lo porta al suo Don Matteo con una firma sotto la voce “Chiesa Cattolica”, andrei dal suo Don Matteo e gli toglierei la gonnella in piazza. Prenderei la sua scatola delle offerte e la porterei ai valdesi. Raccoglierei l’elemosina durante l’eucarestia e la consegnerei al comune. E gli tirerei un cartone nello stomaco da fargli mancare il fiato. Altro che volo a Madrid.
Comunque ormai è tardi, il concorso è terminato. Sul sito sono elencate le parrocchie vincitrici. Tutte del sud. Probabilmente perché al nord, il CUD di tua nonna lo prendi tu, e le fai firmare nella casella dei valdesi un anno, alle assemblee di Dio un altro anno, allo Stato un altro anno ancora.

Questo l’articolo con cui, a Marzo, la Murgia denunciava il concorso su Il fatto.

Randagia, che non si sente CUD per niente…

Non aprite quell’armadio

Posted on Novembre 13, 2011 by randagia

Si apre il sipario su una stanza che sa di vecchio, con un armadio di quelli che chiunque abbia più di vent’anni e sia andato almeno una volta a casa dei nonni ne ha visto uno. Orrendo.
Quella che sembra una moderna casalinga frustrata fa il suo ingresso in scena, fascetta in testa, calze colorate, pantaloni domyos, quelli di deca, gli stessi che hai anche tu.
Inizio un po’ scarso: lei e lui che discutono della suocera e del lavoro mentre lui dichiara di essere in “mostruoso ritardo”. Quest’espressione deve essere particolarmente piaciuta al registra, se nei primi cinque minuti la fa ripetere almeno tre volte in una discussione infinita poco credibile. Quando è mattino, sei in ritardo, sei incazzato, non stai a far discussioni infinite, dici “vaffanculo” e esci. Qui no, va beh, è finzione e la mimica facciale di lui merita attenzione.

Vari personaggi si aggiungono alla scena. Monica, femminista incallita. Maria, che degli uomini ha paura, e avessi io il balcone che ha lei, forse mi porrei lo stesso problema. Giovanni, un uomo in crisi matrimoniale e non solo, con delle movenze da tenersi la pancia. Il ritmo si fa più incalzante, i problemi di ogni personaggio si presentano, si alternano magistralmente guidati da Carla, che non è una casalinga frustrata, ma una psicanalista alla prime armi. Si ride e si sorride, e si dimentica l’inizio scarso. Un bell’idraulico dal forte accento tedesco, con gli occhi spiritati, sovrasta la cadenza torinese degli altri attori, che non sarà da professionisti, ma sentirla piace. Eccome se piace, siamo a Torino, mica a Canicattì.

E anche oggi il teatro amatoriale ha dato soddisfazioni. Lo spettacolo era “Non aprite quell’armadio!” in scena il 12/11/2011 al teatro esedra, per la rassegna la Primavera del Giglio.

Randagia, che vorrebbe il numero dell’idraulico, e non solo perché le si è intasata la doccia.

Cena di Halloween

Posted on Novembre 1, 2011 by randagia

Halloween. Streghe, come ci si organizza per la cena? Partono gli incroci di e-mail. Ognuna porta qualcosa. No, meglio di no. L’anno scorso tutte che han fatto le taccagne e han portato una minestra, e manco del vino o un dolce a tavola c’erano. Quest’anno non si deve ripetere:
“Care streghe,
la filosofia dell’ognuno porta qualcosa funziona solo tra gente di buon senso, e voi di buon senso non siete, quindi questi i compiti:
Circe: culatello affettato o vitello tonnato, valuta tu in base al carattere dell’uomo che hai a tiro.
Amelia: sì sì, se riesci anche stavolta a sfilare la torta di zucca a Nonna Papera, non ci lamentiamo. Sennò va bene, la zuppa di zucca, che fa molto Halloween, o molto schifo, dipende dai gusti, ma quella sai fare e quella porti.
Medea: lo spezzatino, ti viene bene da sempre. Eviterei la carne umana a questo giro, con le nuove regole della comunità europea è un casino.
Morgana: a te inutile dare compiti, ci cucini solo illusioni e la fame resta. Quest’anno metti la casa tu, e libera il balcone che ci parcheggiamo le scope, sotto è tutta zona blu.
Tabata: ormai sei grande, tu porti il vino, sì rosso. No, non la damigiana. Tre bottiglie bastano. Tua madre c’è? Non legge mai la mail e non mi ha risposto su witchbook.

Allora, alle 22 da Morgana, ce la fate?
Grimilde, che porta il peso dell’organizzazione e le mele. “

Ce la fanno. Alle 22, parcheggiate le scope. Tutte dentro. L’ultima inserisce la 220 al citofono, un inconfondibile ghigno si stampa sul viso di tutte, in attesa che qualche bambino suoni per «dolcetto o scherzetto?» .

“Allora Grimy, come va con quel Mago, il rasta?”
“Oh raga, stavolta proprio credevo di perdere i miei poteri….”
“ma?”
“se mi lasciate finire… care mie, le meglio notti degli ultimi cent’anni, e non che nelle altre mi sia annoiata, ma… sì, beh aveva il vizio degli incantesimi alla marijuana”
“e da quando questo è un problema?”
“Tabata, vai un attimo a controllare se ho spento le saggine di posizione?”
“E no zia Grimy, non mi freghi, resto qui. Vai avanti, qual è la magagna?”
“Beh incantesimi a parte, questo aveva ancora Medusa in testa. Sai che palle, l’ho retto un po’, poi ho dato un colpo d’accetta, o meglio di rasoio. Mentre dormiva. Certe cose danno più soddisfazione senza incantesimo. Adesso è un Bruce Willis dei poveri, che torni pure dalla sua Medusa.”
“Ma non potevi lasciarlo e basta?”
“Sono una strega, non sono una fata!”
ZZzzzzzzzzzzzz. Scossa. Tutte corrono alla finestra. Tre fantasmini guardano un piccolo boia steso a terra. Dalla finestra parte il coro “Scherzetto!”. Ridono soddisfatte. C’è sempre qualche bambino nuovo nel quartiere, per fortuna. Fortuna loro, non certo del piccolo boia.
“Amelia, tu novità?”
“Oh, non del genere che piace a voi. Al contrario di Grimy, io so fare i conti con l’età…”
Ridono, senza scossa.
“Tabata, ma tua madre?”
“Sai com’è, ha preferito fare cena con papà.”
“Quel nasino alla francese ha fatto di lei un’altra.”
“Tutta quella felicità le toglierà i poteri… ma sai, certe cose succedono solo nei film.”
“Oh, ma sapete più niente del Mago do Nascimento? Non era male…”
“Stava con Viviana… questo un secolo fa. Ora?”
Morgana si fa rossa. Le rughe fremono. Vuoi vedere che questa l’aveva contattato per quella roba dell’eterna giovinezza e poi c’è caduta come una adolescente?
“Tabata, le mie saggine…”
“Zia… fammi sentire o te le spacco le tue saggine!”
“Sì tesoro, stai proprio crescendo bene, nonostante gli sforzi di tua madre.”
“Morgana?”
“Ehm, si ci sentiamo su witchbook. Dice che è al caldo… che quando si libera, viene da me e mi porta un fondoschiena come quelli che ha lì in Brasile..”
“Come no… Sveglia, quello non torna!”
“Torna!! Ve lo giuro che torna.. voi siete delle streghe, credete che le storie a distanza funzionino solo nei film, e invece no, prendete Montalbano e Livia!”
“Morg, Montalbano, per tua informazione, è un film!”
“Ehm, ancora vino, dolci fanciulle? “
ZZzzzzzzzzz. Scossa. “Scherzetto! Scherzetto!” Urlano tutte, affacciandosi alla finestra. Morgana non ride più. Quello steso a terra non è un bambino.

Grimilde, che a volte tornano…

International a Torino

Posted on Ottobre 17, 2011 by randagia

Si esce per una birra e due chiacchiere.‭ ‬Dopo un ciao e un come va,‭ ‬Luca si butta in gola un Daygum.‭ ‬E offrire,‭ n‬o‭? ‬No,‭ ‬bel casino offrire quando si portano i Daygum sparsi nella tasca dei jeans. Rinunci, solo che così ti rimane la voglia.

Dopo la birra,‭ alla cassa, ‬cerchi con lo sguardo l’espositore di caramelle e chewing-gum.‭ ‬Niente.‭ ‬Chiedi alla barista‭ “‬Scusi,‭ ‬avete delle gomme‭?” ‬Ti indica un distributore automatico,‭ ‬all’interno del locale.‭ “‬Non intendevo i preservativi‭” ‬pensi,‭ ‬mentre guardando meglio ti accorgi che effettivamente quel coso distribuisce chupa-chups e gomme,‭ ‬con una bella luce‭ ‬rossa lampeggiante che significa‭ “‬prodotto esaurito‭”‬.‭ ‬Ah,‭ ‬ma non si tengono più alla cassa‭? Altrimenti li rubano?
Di nuovo rinunci,‭ ‬mentre Luca ti chiede‭ “‬Perché le chiami gomme‭? ‬Sei a Torino,‭ ‬sono cicles‭!” ‬Già,‭ ‬ma tu vuoi essere international e le chiami gomme.‭ ‬Magari la barista viene da Canicattì e non lo sa.‭
Poco importa,‭ ‬li comprerai al primo bar che incontri.‭ ‬Il primo bar è ovviamente un bar-pizzeria-ristorante-cinese-chi-più-ne-ha-più-ne-metta.‭ ‬Entri con la solita domanda‭ “‬Gomme‭?”‬. Due occhi a mandorla ti sorridono e si scusano “No, spiace signora”, senza nascondere la ben nota erre cinese.‭ ‬ Stai per uscirtene,‭ ma ‬vedi l’oggetto del tuo desiderio che fa bella mostra di sé in una vetrinetta sul bancone.‭ ‬E ti chiedi se quel paio di occhi a mandorla te li voleva negare per farti prendere due nuvolette di drago,‭ ‬o se forse‭ “‬gomme‭” ‬non è abbastanza international e avresti‭ ‬dovuto dire‭ “‬chewing-gum‭”‬,‭ ‬magari lavorando anche un po‭’ ‬sulla pronuncia all’americana.‭ ‬Ti chiedi tante altre cose mentre banalmente dici,‭ ‬indicandoli‭ “‬Quelli voglio‭!”‬.‭ ‬Con espressione sorpresa e sorridente gli occhi a mandorla ti precisano:‭ “‬Ah,‭ ‬i cicles‭!” ‬Eh.‭ ‬Già.‭

Randagia,‭ ‬che cicles è international,‭ ‬a Torino.

Voglia di tramonto

Posted on Settembre 28, 2011 by randagia

23 Settembre 2011. Voglia di tramonto. Come al solito decido in un attimo: si va! E poi quale sera meglio di questa? Da ieri sera tutto è cambiato, anche la teoria della relatività di Einstein sembra essere superata: dicono ci siano particelle maleducate che osino viaggiare più veloci della luce. E poi stasera sul Piemonte, forse, cadranno pezzi sparsi di satellite impazzito in rientro in atmosfera, non posso perdermi lo spettacolo delle eventuali scie luminose dei residui in frantumi al contatto con lʼatmosfera! Quindi, davvero, quale notte meglio di questa? Non controllo nemmeno in macchina, gli scarponi sono già lì, sicuro! Prendo zainetto, maglia di ricambio e luce frontale per la discesa. Si parte, direzione solita e conosciuta, Monte San Giorgio. Mentre guido, chisssà perché controllo negli specchietti: no, tutto a posto, dietro la piana e davanti Musinè e San Giorgio, direzione giusta. Parcheggio la macchina, infilo gli scarponcini, bacchette? No stanno bene lì dove sono, salita agile! Lascio lʻasfalto ed infilo lo sterrato che porta in cima, neanche duecento metri ed incrocio il solito simpaticone dai valenti consigli: “Varda che a ven nòit prima nè adess!”. Rispondo? No? Si! “Ti tʼlas mai vistlu ʻn tramunt a mesdì?”. Accelero il passo, se tramonto deve essere, devo arrivarci in tempo. Il sole in caduta lancia ombre lunghe tra i castagni e le querce, la salita mi par più agevole, aria frizzante e profumi conosciuti. Dalle narici escono sbuffi da animale in affanno e sugli occhi colano stille di sudore, fattori noti: mountain is my therapy!

Giungo alla piega di sentiero abbandonata la quale si volta a destra in ripida salita verso la radura, vado, cinque minuti e ci sono, il sole cʼè ancora, aspetta me prima di tuffarsi oltre i monti. Radura. Poso tutto e cambio maglia. Certo che se parti di fretta la macchina fotografica la lasci a casa! Io lo zaino di Mary Poppins non ce lʼho! Cellulare? Cʼè! Almeno quello.

Lʼattesa. Scende il sole ad ampie falcate, che silenzio! Qualche cane in lontananza e nulla più. Scende, scende, sorpassa la linea immaginarie delle montagne e, giù, se ne va! Lascia un cielo porpora meraviglioso, forse più bello perché ci sono salito apposta, e mica vorrai trovarlo così così! Attendo ed assaporo lʼaria, mi guardo intorno ed anche Torino in lontananza sembra essere piccola e da quassù persino simpatica.
Scatto una foto col telefono, lʼultima volta che ci ho provato stavo guidando: lasciamo perdere! Fisso negli occhi quel cielo, me lo devo ricordare! Ora si è fatto scuro, prime stelle ad est, ma di satellite impazzito nessuna traccia. La protezione civile recitava 21.25 – 22.15, aspetto ancora 5 minuti. Niente, solo aerei curvi verso Caselle in discesa.

Dai, è ora di andare. Infilo la frontale e la accendo. Quando le avrai cambiate le pile lʼultima volta? Vedrai che regge, in unʼora sei giù! Ultimo sguardo verso il Monviso e poi decido di andare. Lascio la radura, venti trenti passi poi mi fermo. Torno indietro, mi manca qualcosa. Eppure mi manca… radura, radura, lo dico senza pizzicare la “erre”. Già, ecco cosʼera quel senso di vuoto di prima: lei che avrei voluto fosse qui, ed invece è al mare con MaVco.

Comincio a scendere, con quella strana voglia di merenda sinoira.
W.

Il tempo della moda

Posted on Settembre 21, 2011 by randagia

“Chiama mamma, che c’è la moda!”. E la bimbetta corre obbediente in cucina. Con un canovaccio e le mani ancora umide dei piatti, la signora Adelaide accorre in salotto a guardare ragazze anoressiche che sfilano indossando abiti dalle forme improbabili. Ma quella è moda, pensa, fantasticando su quali colori si celano davvero dietro quello schermo in bianco e nero. La figlia è troppo piccola per condividere, il marito troppo “uomo” per capire che non sono le curve assenti delle modelle, ma il taglio degli abiti a dover essere commentato. Adelaide si gode lo spettacolo in silenzio, per poi tornare con un sorriso ai suoi lavori.

“Mamma, c’è la moda!”. E la ragazzina, tutt’altro che anoressica, rimane imbambolata davanti allo schermo mentre Adelaide accorre in salotto. “Ma è trasparente quello, si vedono le mutande! Che coraggio!”. Abiti dai colori sgargianti e dalle abbondanti trasperenze si avvicendano sullo schermo, mentre l’entusiasmo della figlia sovrasta le iniziali note polemiche della madre: “Ma no mamma è moda, è stile. Non sono mica più i tuoi tempi. Quanto lo vorrei! Ma quanto costerà?” Una voce paterna conclude il sogno ad occhi aperti: “Tu studia, poi lavora, poi se ti va te lo compri!”. Adelaide risponde scuotendo silenziosamente la testa, cede il canovaccio alla figlia e si siede sul divano con il marito, constatando che pur non avendo abiti firmati, ha tutto quello che le serve per essere felice. E non sta pensando alla tv a colori.

“Donne, c’è la moda!”. Rumore di rubinetto che si chiude, e madre e figlia accorrono in salotto, asciugandosi le mani nello stesso canovaccio. Ad ogni passo delle modelle un commento.
“Quel colore è troppo. Questo è Cavalli, non ci è mai piaciuto.”
“Beh no mamma, a te non sarà mai piaciuto, a me piacerebbe anche, sono i prezzi che me lo rendono antipatico.” Passano le modelle di Versace, e Adelaide si fa propositiva “Bambin, se questo modello esce su Burda te lo faccio. E’ svasato, ti starebbe bene.” Un sorriso esagerato si dipinge sul volto della figlia, che ha studiato abbastanza per permettersi un abito fatto a mano dalla madre, con gli speciali poteri di Burda. E ben più di uno. Adelaide glieli avrebbe confezionati a prescindere, anche fosse stata l’ultima della classe, ma questo la figlia non lo sa. Vedere la propria bambina indossare capi creati da lei, le riempie il cuore. Un po’ come quando il marito chiede il bis dell’ultimo manicaretto servito. Certo ai fornelli si fa più in fretta che alla macchina da cucire, ma ad ognuno le proprie passioni, ad ognuno le proprie gratificazioni: le dimostrazioni d’affetto sono su misura.

“Bambini silenzio! C’è la moda!”. Con un deciso colpo di fianchi chiude la lavastoviglie e accorre in salotto. Si siede sul divano, accanto a nonna Adelaide, che sta faticosamente cercando il silenzio dei nipotini che le siedono sulle ginocchia. La voce paterna interviene, quasi provvidenziale: “Dai bambini, venite di là con me. Noi giochiamo alla uiiiiiiiii, la tv è delle donne per altri dieci minuti.” Nonostante le modelle sfilino con la collezione autunno inverno dell’anno appena iniziato su uno schermo piatto, tutto sembra un deja vu. Forse perché anche quest’anno, nonostante il grande impegno dei media, le curve delle modelle continuano ad essere assenti. Sfila Versace, sempre notevole, ma si nota che Gianni non c’è più. Custo invece porta una ventata di novità che entusiasma l’una, ma lascia perplessa l’altra: “Bambin, devi perdere venti chili prima di mettere quella roba da extraterrestre.” La figlia sospira e sogna. La voce paterna tuona dalla cucina “Custo costa! Hai un mutuo e due figli, pensaci quando sarai in pensione!”. “Quello viola, sembra quel vestito che ti ho fatto dieci anni fa, ce l’hai ancora?” Certo che ce l’ha. Lo indossava ieri, ma Adelaide non lo ricorda più.

Le due donne si guardano, si sorridono, e vanno a salvare il nonno da umilianti imprese con i videogiochi. Lo stile di un abito firmato scalda il cuore, l’armonia di una famiglia di più.

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