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Il battesimo del ghiaccio

Posted on Luglio 2, 2012 by randagia

Con tutto sto caldo, l’idea di pestar neve ti affascina. E la neve d’estate si chiama ghiacciaio. Nella cantina di famiglia recuperi ramponi d’epoca e piccozza arrugginita. I ramponi sono ancora di quelli con i cordini, da regolare con la chiave da 5 e il cacciavite. “Randa, io te li regolo, che aprire ste viti dopo che son state chiuse trent’anni non è facile. Ma quando te li devi mettere, stai vicino a qualcuno con i capelli bianchi, che dovrebbero conoscerli.” E ti iscrivi alla gita Cai Uget al Gonella. Il pezzo di ghiacciaio è breve, ottimo per capire se ce la fai, anche solo ad agganciarli quei ramponi.
Si parte. Destinazione Val Veny, sopra Courmayeur. Parcheggio. Zaino più pesante del solito con imbrago, corde e ambaradan vari. Lago Combal. Una cresta sulla morena, che mette alla prova gli esercizi di equilibrio delle lezioni di pilates. Vedi la terra scivolare lentamente sotto i tuoi piedi e le chiappe stringono di più che in palestra. Quando l’hai percorsa però, ti è pure piaciuta. Pochi metri dopo, un branco di stambecchi, piccoli, con la mamma, ti strappa un sorriso. Un sorriso che neanche la pietraia lunghissima che stai per attraversare ti toglierà. Non è una pietraia qualunque: sotto c’è il ghiaccio. Ogni tanto lo vedi emergere, ma soprattutto vedi quelle voragini che sembrano inghiottire le pietre. Cammini, cammini. E finalmente la neve: di fronte a te un lenzuolo bianco, il ghiacciaio del Miage. Imbrago, ramponi. Adocchia quel tizio con i capelli bianchi, che una mano te la da’ sicuro. Infatti, ramponi legati. E sembrano anche tenere. Basta non cadere in quei crepi lì. Quali? Minchia quelli? Se guardi dove metti i piedi, non li metti lì. Eh grazie. “E quei rumori come boati che si sentono cosa sono? “E’ il ghiacciaio che si rompe sotto, ma non questo, quello di là, il Dome” Ah, quello lì che è tutto un seracco, un taglio, una ruga altro che lenzuolo bianco. No, non chiedi perché quello là si rompe, mente il tuo sta magicamente intero. Ci sono domande nella vita che hai imparato a non fare. “Randa, li hai mai usati i ramponi? Allora pesta bene, e a monte,
segui le impronte”. E prega, aggiungi tu. Pesta e prega, prega e pesta, neanche te ne accorgi che è già finito. Che sollievo. Il sorriso resiste nonostante manchino ancora un bel po’ di metri di dislivello per il rifugio. Roccette e cavo di canapa: “Randa, una mano sulla roccia e una sul canapone!” Esegui, ma che fatica: il sentiero ripido tira su, e lo zaino pesantissimo tira giù. Vedi il Gonella, con la sua architettura ipermoderna sempre più vicina. E canapone e roccia, roccia e canapone si continua. Guardi il ghiacciaio tutto crepato a destra: bello. Soprattutto bello che non sia il tuo. Lassù lassù c’è il Monte Bianco. Intanto il rifugio si avvicina, o almeno ti sembra. Scultura tecnicamente modernissima, dedicata alla memoria di Francesco Gonella, un alpinista torinese che ha fondato sedici rifugi del CAI, tra cui Capanna Margherita sulla punta Gniffetti. L’arrivo è dall’ingresso di servizio: un odore di fogna che non ti aspettavi, beh almeno chi cerca il bagno lo trova subito. Non avete incontrato molta gente in salita, ma qualche ospite al rifugio c’è: abbigliamento tecnico e fisico invidiabile, di donne neanche l’ombra. Da segnalare alle amiche. Forse un po’ fuori mano. Una coca, due chiacchiere, una panoramica dalla terrazza che ti ripaga delle fatiche. O almeno ti sembra.
Si scende quasi subito, che il riposo è per la prossima vita. E ti chiedi perché uno dica “è tutta discesa” per dire che una cosa è facile, che il peggio è passato. Mica vale per tutto, qui scendere facile non è! “Allora Randa, picca a monte e becca indietro”. Puoi arrivarci a capire cosa è la picca, ma ti ci vuole un attimo a capire cos’è la becca. Alla seconda alzata di voce ci arrivi. Almeno la nomenclatura potevi studiarla. Ficca il tacco nelle impronte, la picca nella neve e scendi. Picca nella neve, tacco nelle impronte, picca, tacco e…. culo! Non era contemplato, ma viene perdonato. Ti levi prima di sentire le imprecazioni degli altri cui hai spianato le comode orme. Dopo un po’ ci prendi la mano, anzi il piede. Quei crepaccetti in fondo son lontani. Tra un pezzo di neve e uno di roccia, con un discreto brivido, ficchi la picca tra la schiena e lo zaino, e che sia a portata di mano, da sfoderare alla Lady Oscar quando serve. “Randa, non saltare sul ponte!”. Quale ponte? Non ci sono ponti. C’è solo un passaggio obbligato stretto tra i crepaccetti. Come un ponte, appunto. Anche qui, ci metti il tuo tempo a capire le istruzioni. Respira. Ficca la picca. Fai sto passo. Fatto. Respira. Minchia! Poi si fa più facile, ma perchè adesso corrono giù? Da sola non vuoi rimanere, quindi corri pure tu e fai i passi lunghi sui tagli, che tanto mica hai paura, no? Vedi dei cinquantenni tornare bambini, e tu con loro.
Il bianco finisce, il ritorno sulla pietraia sembra eterno, si inizia a sentire il relax del rientro e le boiate vengono sparate a raffica.
“Ma qui si suda in salita, e si suda in discesa!”
“sat pias nen, va al mar!” (se non ti piace, vai al mare!)

Ma se battesimo del ghiaccio deve essere, che lo sia a tutto tondo: una bella grandinatina sulle braccia nude rinfresca, quando ormai siete già al Combal. Il sorriso? rimane.

Randagia, tra ghiacci e sorrisi perenni

Tra la Sacra e la Luna

Posted on Giugno 8, 2012 by randagia

Un’idea buttata a caso in un parcheggio. E raccolta. Subito. Come tutte le peggio boiate. E come tutte le peggio boiate va realizzata. Una ferrata in notturna con la luna piena.
E allora si aspetta, si aspetta la luna piena. Ma non una luna piena qualunque, una di quelle che i Maya ti raccomandano. Tanti “Io ci sono!”, entusiasti. Qualche “Non ce la faccio, passo.”
Un paio di macchine. Si chiacchiera. Si ride. Destinazione Caprie, ferrata di Rocca Bianca. “Dobbiam portare su il diario di vetta nuovo”. Eh già, che non lo gestisce la forestale, o il comune. No, va su base volontaria. Lo gestisce Franco. E lo scopri sul momento. Franco, che a Rocca Bianca ci sarà salito seicento volte. Franco, che la fa ad occhi chiusi, altro che in notturna. Franco, che conosce tutte le pietre per nome. E inauguriamo il quaderno nuovo, che tanto il peso, lo porta Franco!
Avigliana ovest.  Ma è presto. Alle otto e mezza è ancora chiaro.  Gli uomini veri vogliono la notturna vera. Le donne no. Quindi si parte, con il chiaro. Che il buio verrà. Pila frontale sul casco. Qualcuno la accende: “Distisa, badola! (spegni, badola!) che poi quando ti serve le batterie non le hai più”. Dopo pochi minuti i primi reclami:  “Oh, se andate veloci così, abbiam tempo a farla due volte prima che venga il buio!” Ma chi è in testa, se ne frega. E anche chi è in coda. Ognuno sale con il suo beato passo. Ridendo e scherzando. Ma sta luna dov’è? Non si vede. Poco importa. La Val di Susa ai tuoi piedi ti piace. La Sacra di San Michele si illumina, e se accende la luce lei, le accendete anche voi. Una fila di otto lumini che sale seguendo un ritmo tutto suo. Ma la luna? Superi il tratto dove qualche mese fa, alla tua prima ferrata, ti eri schiantata contro la roccia, “propri da piciu” pensi. E forse dici, ma nessuno rincara la dose. Son amici.
Ponte Tibetano. Lo attraversi con il volto verso la valle, che è là in basso. Tanto in basso. Senso di vuoto, chiappe strette, un passo dopo l’altro sul cavo. Sotto di te luci bianche e rosse marcano il disegno dell’autostrada che taglia la valle. C’è chi vorrebbe non vederle. La TAV non si vedrà. Forse non passerà neanche di là. C’è chi vorrebbe non averla. Ma no, a questo non pensi mentre sei lì.  La Sacra continua a far luminosa mostra di sè a destra.  A sinistra, spunta la luna tra le nuvole. Sembra un gioco di luci. Son et Lumieres. Guarda la Sacra, guarda la Luna, ma minchia non guardare giù o finisce che le previsioni maya con te ci azzeccano. Un passo. Un altro. Fatta. Niente male sta bassa Valle di Susa. Passano anche gli ultimi della fila, mentre il panorama è sempre più spettacolare.
Un po’ il ridere, un po’ la stanchezza, non riesci più a salire, e sbagli. Sbagli a dire, ridendo, “Non riesco, datemi una mano” . Perchè la mano te la danno, anzi due. Sul culo però. E sali. In punta ormai c’è uno studio fotografico: cavalletto, flash, non flash. “E spegnete quelle frontali che la foto non viene”. Le spegnete. “E accendete ste frontali e guardatevi tra di voi, o la foto non viene!” Allora, ci si decide? Acceso o Spento?” Uno scatto dopo l’altro, una frase sul libro di vetta, che riponiamo nell’apposita casetta di legno, sempre tutto “powered by” Franco. E poi tocca scendere. Parti in prima fila, che scendere è facile. All’urlo di “Aspetta che ti faccio vedere lo gnomo!” Franco passa in testa. Ah, si dice così adesso? Lo gnomo? Una volta era il cobra, il serpente. Ora è lo gnomo? Si vede che gli anni passano per tutti. E mentre scendete eccolo lì lo gnomo: il cappello, il naso, gli occhi. Quando Franco diceva di conoscere ogni singola pietra di rocca bianca non stava scherzando.

Randagia, che la luna piena è solo una volta al mese

Non si accettano caramelle dagli sconosciuti, ma gli zuccherini …

Posted on Maggio 13, 2012 by randagia

Cielo promette pioggia, destinazione vicina e salita breve: Monte San Giorgio, da Piossasco. Lasciate la macchina alla sbarra. Controllate gli avvisi esposti, mica che vi sfugga una banalità come “Divieto di accesso al parco causa battuta di caccia al cinghiale”. L’esperienza insegna. Oggi il cartello parla di una salita in notturna pianificata per la sera stessa, luna piena. Quindi tutto tranquillo. E allora su, per la strada sterrata nel bosco, perché il sentiero, mica sei mai riuscita a trovarlo. Solo qualche scorciatoia. Due caprioli che vi tagliano la strada e si fermano a guardarvi vi fanno quasi sentire importanti. Il tempo che ancora regge mette di buon umore. In un’oretta siete su.
Quando la strada esce dal bosco, si affaccia su un bel prato inclinato, da cui si lanciano con il parapendio. Ora non c’è nessuno. Sorridi al cartello “Vietato Volare”. Ti fermi a guardare il panorama e senti un “Oh ma anlura a ie cheidun!”(Oh ma allora c’è qualcuno!). Ed ecco due simpatici pensionati, stupiti che sia salito qualcuno anche oggi che il sole non c’è. Dimentiche delle raccomandazioni della mamma, accettate uno zuccherino da uno sconosciuto, ma a questa età nessuno più pensa di fregarvi con uno zuccherino: o ha la Z4 o niente. I due si stuzzicano su chi è più vecchio e acciaccato, loro che vengono qui tre volte a settimana, perché le mogli li mandano fuori casa. E quando tornano a casa si sentono dire “Oh, ma sei già qui?!”. Un po’ di chiacchiere, poi iniziano a scendere, avvisandoci “C’è la chiesa più in là, bisogna andar a dire la preghierina, non che serva eh..” E con questo ottimismo, proseguite poco oltre verso la chiesa, che la preghierina non servirà, ma il panorama merita. Anche stavolta, valeva la pena di salire: Monviso, e tutte le altre intorno, che il nome non lo ricordi. Non ci fosse foschia, vedresti anche il Musinè, che sa di casa. Lasciate l’immancabile rima sul libro di vetta, scattate un paio di foto, e poi giù, si scende. Presto si raggiungono i due degli zuccherini, che allungano il passo e non vi mollano più. E la socia che doveva far pipì, e se la tiene. Uno è più spavaldo, chiacchiera a manetta e lascia indietro l’amico controllandolo ogni tanto “Luigin, anduma trop fort?(andiamo troppoo forte?) perché sapete, lui è vecchio” . Ti fa impelagare sul bordo strada per annusare il rododendro nano. Ti spiega che quella puntarella lì si chiama Rubatabo, perché una volta i buoi ci rubatavano, cadevano, tanto era ripida. “E poi ci siete mai andate alla Sacra di San Michele? E poi…”
E poi mai che un paio di bei quarantenni ci attacchino un bottone così? Eh ma questi son più motivati, han la moglie che li aspetta a casa da trent’anni, ritardano il rientro il più possibile…
“Ma poi Randa, non credi che saremo così anche noi da vecchie: tu davanti che parli anche con i muri e importuni i ragazzini, io che arranco paziente dietro? ” Che belle prospettive.
All’arrivo alla sbarra chiediamo se andranno a far la salita notturna citata nel cartello. “Mi? A m’antrapu già parei, figurte se a sa sciaira nen” (Io? Mi inciampo già così, figurati senza luce”)

Randagia, che si inciampa già così, e non ha ancora la pensione

Dritta come un’aquila!

Posted on Maggio 13, 2012 by randagia

SMS del venerdì “8:30 da Vicky, andiamo all’Aquila”. E andiamo. Passate Giaveno, proseguendo per Pontepietra, dove riconosci un’auto dagli inconfondibili adesivi: “Fermi!”, urli manco avessi riconosciuto l’auto di Brad Pitt. E sbucano a destra e manca facce CAI UGET. Qui? Sì, è l’uscita di esercitazione prima di imbarcarsi, nel vero senso dela parola, in Selvaggio Blu Integrale: un nome che è tutto un programma per una settimana in Sardegna, imbrago e corde, mica secchiello e paletta. Un paio di volti nuovi, che per te nuovi non sono, li hai già visti in tutt’altro contesto. A forza le socie ti strappano dalle chiacchiere e si riprende la strada. Parcheggi all’Alpe Colombino, dove una volta partiva la seggiovia. Segui uno stradone ex pista che non è che sia tutta sta figata, anzi brutto proprio. All’intermedio di quella che era una seggiovia, sembra di essere nelle scene di un film di zombi: skilift rotti, piloni coricati, casupole distrutte. Dopo scoprirai che stanno ripulendo tutto, ma quella sensazione di desolazione ti rimane, nonostante il panorama susciti tutt’altra emozione. Dopo va meglio, un quasi sentiero c’è. All’orizzonte un’altra faccia nota, Mario di Verticale ma non troppo, lui che mette sempre su Facebook la gita del giorno dopo. Tu che per una volta non apri Facebook, e proprio una bella figura non fai. “Randa, ma come fai a conoscere sempre tutti?” E’ un caso, un piacevole caso.
Arrivate alla chiesetta, ti viene un dubbio “Ma la punta sarà qui o sarà quella la’?” “Ma va Randa, è qui! Siediti e mangia!”. Fai ancora due passi per guardare dall’altra valle, bello il panorama, misto sole nuvole… “C’è il libro di vetta!” ti urlano le socie. Colpo basso. Subisci il fascino dei libri di vetta. E inizi a leggere. Monica si scusa di aver bruciato i libri degli altri anni, ma aveva freddo quella notte che è rimasta bloccata qui. E assumi sia poi tornata a scrivere giorni dopo, altrimenti avrebbe bruciato anche quello. Qualcuno si firma CAI Lingotto. Ah, c’è pure il CAI Lingotto? Se sfogli ancora un po’ trovi il CAI Gru Village? Mister qualcosa chiede “Ma qua niente figa?” Alice e Laura si presentano. Chissà se hanno concluso. C’è poi Andrea che sale qui quasi tutti i giorni, in corsa solitaria. Roba che qualcuno chiede se questo una casa ce l’ha. Una giovane alpinista, con calligrafia spiccatamente maschile, gli chiede il numero di cellulare. Ale e Maura erano qui in una notte di luna piena. Mauro era qui a festeggiare il compleanno scrivendo “Chissà se anche il prossimo anno avrò le forze di salire” e quando vedi l’età, capisci che il dubbio è legittimo.
Mentre leggi arriva una madama che vi chiede “Ma non siete andate in punta?” Punta? Ah, sì certo alla croce. Sì certo l’avevate vista che era più in alto, ma ci volevate andare dopo il caffè. Ti senti un’idiota, “drita cume n’aquila”, ma non stai a scriverlo sul libro di vetta. In piedi, e si continua.

Randagia, che “drita cume n’aquila” glielo diceva sempre la nonna, e non si sbagliava.

PS: l’itinerario.

Trenta metri fan la differenza?

Posted on Maggio 6, 2012 by randagia

Le vie ferrate ti piacciono, non c’è dubbio. Hai una scalata stile bradipo, i tuoi cambi di moschettone sembrano sponsorizzati da SlowFood, ma ti piace. Neve bassa ma sole caldo: è stagione di ferrate. Come quando piove è stagione di funghi. Già, ma sempre lì attaccata al cavo, quel poco di fiato che ti eri fatta camminando è andato via. E osi dirlo. Osi dirlo a chi ti ha appena proposto la ferrata per il giorno dopo, che tra lo stupito e lo sdegnato ti chiede “E non puoi andare a correre?” E certo, tutti possono. Servono solo un paio di scarpe da ginnastica. E la voglia. Hai solo le prime, ma ti rassegni: vai a correre alla Pellerina. Sei solo tu, qualche lampione e qualche spacciatore. Forse hai sbagliato orario: aspetta un po’ e gli spacciatori saranno di più.
Viene mattina, ritrovo 7:30. “Randa, se per te è troppo presto, possiamo fare 7:35.” E anche qui, non sta scherzando. Un uomo dalla camicia a quadri, non scherza su queste cose. Destinazione Ferrata di Rocca Candelera, sopra Usseglio. I commenti di chi già l’ha fatta lasciano intuire che non sarà facile trovare l’attacco: la ferrata non è ancora omologata, ed il sentiero non è ben segnalato, anzi non è segnalato proprio, fatta eccezione per una bacheca e due cartelli. Beh ma, volevi fare fiato? Eccoti accontentata: questa prima oretta di scarpinata su bosco in forte pendenza fa al caso tuo. Peccato che poi, parti già “scioppa”. Durante la vostra ricerca incrociate una coppia di pensionati con le stesse intenzioni, ma con tante energie da impiegare in imprecazioni e classiche discussioni moglie-marito. Tra una imprecazione loro e un sorriso vostro, l’attacco vero e proprio non lo trovate: salite all’intermedio come fosse una seggiovia. La pensionata parte come una fusetta, lui non ti sembra starle dietro. Intanto vanno più di te, sicuro. La ferrata sale, e sale bene, tanti scalini dove servono, ma anche tanta pietra, che fa più piacere. Passi corti, per non stancarti. “Occhio Randa, qui è un pelino strapiombante!”. Un pelino. Un pelino di Jeti!
In cima si scambiano due parole con la ritrovata coppia, che ci stava dando giù di vino:
“Vuiaiute steve si?” chiediamo (“Voi state qui?”).
“No, ades caluma giù” ci rispondono (“No, adesso scendiamo”).
Il vino doveva essere buono, visto che noi intendevamo solo chiedere se erano di queste parti…
Si scende insieme seguendo i bollini rossi da caccia al tesoro, mentre si cerca di mantenere l’equilibrio sull’erba viscida del pendio. Tu che i bastoncini non li hai portati perché nonostante la recensione lo consigliasse, hai pensato “meglio una culata in discesa che due stecche negli occhi in salita”. Ecco ogni tanto pensare non conviene.
Si finisce alla Furnasa, ad Usseglio, a mangiar carne cruda generosa di aglio, gnocchi che finalmente san di patata con toma che sa di toma, tracannando un buon dolcetto e chiacchierando. Gli occhi del pensionato prendono vita solo se si parla di montagna, qualunque deviazione di argomento lo vede assente. E anche la montagna, mica tutta.
“L’Eiger in Svizzera? Da giovane dicevo che l’avrei fatto da vecchio, e adesso son troppo vecchio per farlo.. Perché non l’ho mai fatto? Dai, non era neanche un 4000 non valeva la pena.” Ah già, come dargli torto era solo 3970 metri, pensa se han sbagliato a misurarlo. E poi scopri che questo “pensionato” è quel Franco Bianco che ha fondato il Club dei 4000, scalando 80 delle 82 vette censite. Brau, Franco! Tu che mai avresti detto. E ti vien da sorridere quando racconta che adesso che fa solo più cose facili, che si trova bene con il cordino corto, che voi non sapete la brutta sensazione di quando le braccia non ce la fanno più, che si cadrebbe giù “mol cume na merda”. Tu delle 82 ne hai fatte 0, ma quella brutta sensazione di quando le braccia non ce la fanno più la conosci benissimo. Non glielo dici però, o distoglierebbe lo sguardo.

Randagia, che trenta metri fan la differenza…

Porgi l’altra guancia

Posted on Aprile 22, 2012 by randagia

“Opposizione. E’ fisica. Metti un piede a sinistra, una mano a destra, una a sinistra. Gambe larghe. E spingi. Opposizione. Vedi che stai su? E adesso muovi un piede e vieni avanti”. E questo te lo dice con la tranquillità e la sicurezza della nonna che ti insegna a fare la maionese, sicura che non impazzirà, anche se sei tu e non lei a sbattere le uova. Tu ti fidi, segui quelle che credi siano le regole base per non sfracellarti qualche metro sotto. Perché lì, sotto le tue gambe, tra la roccia di destra e quella di sinistra, è vuoto. Non altissimo, ma vuoto. Sotto, la rossa sabbia giordana. Non deve essere morbida. Un passo. Una botta di adrenalina o quello che è. Un “Minchia!”. Due passi. Un altro “Minchia!”. Un passo. E’ fatta. “Minchia!”. Bello. Sorridi, ringrazi Mister Tranquillità per la ricetta della maionese, e a sera pensi: “Perdo dieci chili, e a primavera mi iscrivo al corso di arrampicata. Salire è bello, ma portare a spasso tutta questa roba, è uno sbattimento!”. La vacanza finisce, l’inverno pure. Ma quei dieci chili sono ancora tutti lì, o quasi. Rinunci? Sfogli il calendario gite del CAI. Ferrate. Che sia la giusta via di mezzo? Ma le saprai fare? Poco male, c’è l’uscita di prova. Attrezzatura in affitto, e un paio di persone di esperienza e buon cuore si offrono di portare i nuovi arrivati su una ferrata prima di portarli nelle gite sociali con il branco. Un pomeriggio in settimana. Caprie. Hai l’agitasiun già da un’ora prima, quello stomaco che si chiude e si chiede se ce la fai o no. Sole che spacca. Imbrago, set e cordino corto, quello che quando sei stanca, ti agganci penzoloni e riposi. Passi corti, per non stancarti. Riposati se sei stanca. “Si si, si si”. Si sale, bello, facile. Che caldo. Oh, qui è dritta proprio. Passi corti, per non stancarti. Riposati se sei stanca. Oppure, casca come una pera cotta. E pera cotta sia. Le braccia ti lasciano. E’ tutto un attimo. Mica come i testacoda con la macchina, che hai tempo a riviverti tutta la vita prima del botto. Qui il botto è subito. E nessuna carrozzeria a proteggerti. E’ la faccia quel pezzo di te che sbatte contro la roccia. E capisci perché dicono “duro come la roccia”. Male? No, la paura anestetizza. Non hai male. Due occhi seri si sbarrano dentro i tuoi, due mani ti fanno il contorno della faccia, solo dopo parlano: “Cosa hai picchiato?” Eh, vallo a sapere. Guarda dov’e il sangue, avrai battuto lì. Sangue in bocca, si attaccherà mica al lavoro del tuo dentista? No, sembra di no. Ed è già un sollievo da 1000 euro almeno. La diagnosi è banalmente un labbro tagliato. Avrai picchiato la guancia, ma ti è andata di culo. I danni dentro sono altri e non fan testo qui. Ci bevi su quel mezzo litro d’acqua, mentre ti chiedi come hai fatto, e qualche risposta viene. Ora te lo ricorderai a cosa serve il “cordino corto”. Dai, sono cose che prima o poi capitano. Dicono. Già, avresti preferito poi. Si riparte. “Randa, ti leghiamo per salire?” No dai, proviamo. Respiri. E avanti. Non tremi, ma proprio sicura non sei. Qualche mano amica cambia i moschettoni al posto tuo quando ti vede in difficoltà, che per oggi importa solo uscirne. E capisci perché le chiamano “vie di fuga”.

Randagia, che porge l’altra guancia…

Mont Ros, Champorcher: cuscini blu su lenzuola bianche

Posted on Marzo 18, 2012 by randagia

Quest’anno hai detto “Basta”. Basta. Basta a quelle gite in montagna che fai 700 metri di dislivello a inizio stagione, dicendo “alla prossima ne facciamo di più”, e ti ritrovi a fine stagione che sempre 700 ne fai. Crescita zero, come l’Italia. Ma quest’anno lo fai, ti iscrivi al C.A.I. (Club Alpino Italiano), almeno si cambia.
Scarichi da internet il Programma Gite, con discreto anticipo. Tanto discreto, che invece delle gite primaverili ci trovi le gite con le racchette da neve. Perché no?
Iscrizioni il giovedì in sede. “Ah, non hai mai messo le ciaspole? Sì, è una gita facile. E’ praticamente pianura.” Se praticamente è pianura, perché sul volantino c’è scritto dislivello 600 metri? La matematica non è un’opinione, ma la pianura sì?
Ritrovo la domenica, all’incrocio tra Corso Giulio Cesare e Corso Vercelli. Ah perchè, si incrociano? Pare di sì, si incrociano su un bel parcheggio ghiacciato, punto di ritrovo di escursionisti e immigrati rumeni. Dietro corso Romania, appunto. Vedi di azzeccare il gruppo giusto, o tu e le tue ciaspole vi ritrovate a Timisoara, e lì non sai se c’è neve.

Trovi il tuo gruppo, si compattano le macchine, una camicia a quadri carica te e altri. Non sa a cosa si è condannato: oltre al passaggio ti serve anche qualcuno che ti insegni come si cammina con le ciaspole, e una camicia a quadri è tipicamente più disponibile di chi ha il culo TheNorthFace e i pettorali Montura. Destinazione Champorcher. Durante il viaggio, racconti epici vedono protagonisti i vari personaggi del gruppo, in abiti fantozziani. E ridi. “Sta stra a fa ‘vni lurd” ti senti dire, quando di fronte a te si presenta la serpentina d’asfalto che da Bard porta a Champorcher, con tante di quelle curve da diventar scemi (n.d.r. traduzione non letterale).
Parcheggio. Arva. Racchette. Il tuo gentilissimo autista, si prodiga nella lezione numero uno: “Allora Randa, le racchette si mettono così… Ecco, sgancia dietro. Cammina davanti a me che vediamo come sali.” E non lo dice per guardarti il culo, o almeno credi.
Un’immensa distesa di bianco ai tuoi piedi, anni che non ne vedevi una così. In quel momento ti chiedi perchè poi hai scelto lo sci di pista perdendoti tutto questo. Qualcuno ha già lasciato impronte prima di voi, e le seguite, mentre lo sguardo, quando hai il fiato per sollevarlo, spazia su distese bianche schiantate contro il blu limpido del cielo. Lenzuola bianche e cuscini blu: immagini che la levataccia di questa mattina ti porta ad evocare. Fatichi come un mulo, e improvvisamente ricordi: era la fatica della salita che ti aveva fatto scegliere lo sci di pista! Troppo tardi per i rimpianti, grondando sudore, rimani affezionata al passo dell’apripista, che lento e inesorabile, costa dopo costa, ignorando il concetto di sosta, ti frega e ti porta fino in punta.
Respira: ce l’hai fatta! Guardati attorno: un panorama di quelli che visti in cartolina son belli, ma visti mentre ti asciughi il sudore sulla fronte, lo sono di più. No, non sai riconoscere le montagne, gli altri sì, e te le indicano per nome: ancora non sanno che è tutto inutile, perchè tu e la memoria avete un pessimo rapporto. E che dire del bacio di vetta? Quando si arriva su e, con tutto il sudore di cui si è intrisi, si baciano gli altri? Meglio non dire. Volano i complimenti per quelli che “Noi è la prima volta!”. Un bicchiere di the, un panino, due chiacchiere, quattro risate. Chi sbuccia frutta, chi gusta la trippa condita preparata dalla moglie, chi beve solo “sennò non digerisce”. Tu vorresti dormire, ma non sai come dirlo, e allora non lo dici.
In discesa, il tuo involontario mentore, è diventato volontario: “Allora a scendere, talloni verso il basso e lasciati scivolare… Guarda come faccio io, e fai uguale!” E tu lo fai, scendi. Dopo i primi passi incerti, inizia il divertimento: un passo dopo l’altro, correndo sul manto bianco, nel manto bianco. Ti ricordano le dune del deserto, ma bianche, farinose, fresche. Se cadi, chissene! E ridi. C’è chi dice che la montagna dovrebbe essere silenzio, ma non sei convinta. E ridi. Quando ti volti indietro vedi i segni dei vostri passi su quelle lenzuola bianche, confusi e disordinati come fossero di bambini. E sorridi.

Randagia, che bisogna mantenersi un po’ bambini. E ride.

Giordania Settentrionale: Panorami biblici!

Posted on Febbraio 5, 2012 by randagia

Le inquietanti inferriate alle finestre al quinto piano di grigi palazzi non ti stimolano a rimanere ad Amman più del necessario: notte di riposo, giornata di assaggio della Giordania settentrionale, prima del desiderato spostamento a sud. Si visita velocemente Umm Quais, un sito di rovine romane non particolarmente notevole, dove, come quasi ovunque in Giordania, vale più l’atmosfera del posto che il posto in sé. Da qui si gode una bella vista sul Lago di Tiberiade. Sì, sì, proprio quello del catechismo. Sai quando Gesù dice a Pietro «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini», e tutti mollan le barche, mollan le reti e gli van dietro? Ecco, erano proprio su quel lago, a pescare. Ora quel lago è nel territorio di Israele, ed i palestinesi vengono qui a guardare questo fantastico panorama che era la loro patria: vedi il lago, i villaggi, le campagne di Galilea. E ti fa più effetto questo, che pensare che sia un lago di acqua dolce sotto il livello del mare. Le guide ti sconsigliano di andare a Umm Quaiss nei venerdì di sole, in quanto meta dei merenderos locali: sarà, ma non ti credi ti sarebbe dispiaciuto.

Non puoi mancare Jerash, sito archeologico ben più vasto e ricco del precedente. Cioè tu lo potresti anche mancare, ma la rossa modenese, potrebbe uccidere se l’itinerario dovesse escludere questa meraviglia. E tutti i torti non avrebbe. Jerash (Gerada) insieme ad Amman, Umm Quais e altre 7 città faceva parte della decapoli, cioè della decina di città collocate sul confine orientale dell’Impero Romano, tra le attuali Giordania, Siria e Cisgiordania. Ci capiti con la luce del tramonto, fai finta di non sapere che si sta disputando una ridicola corsa delle bighe, ti guardi intorno e respiri fascino. Tra un colonnato e un pavimento mosaicato, i ragazzi del posto si danno appuntamento al muretto, sparando la musica a palla e fumando narghilè: la versione giordana del muretto di Alassio. Un mini souk ti attende all’uscita: chefie di tutti gli stili e i colori. Se hai intenzione di comprarne una, prendila qui: nel deserto ti servirà, e a Petra la pagheresti il doppio. Certo, non sono le chefie ricamate a mano, che vedi indossate dai locali: altrimenti invece di 5 dinari te ne chiedono 50. Almeno evita di prendere quelle con stampato “Made in China”.

Un lungo spostamento vi porta verso Madaba, dove, peccato averlo scoperto dopo, c’è il miglior ristorante di tutta la Giordania a prezzi non proibitivi, l’Haret Jdoudna. Non puoi non provare le baklava in una delle tante pasticcerie che fanno mostra di questi dolcetti al miele in enormi vassoi rotondi, che ti viene l’acquolina solo a parlarne.

Nel gruppo non ci sono ragazzini, ma allora com’è che la guardia deve venirvi a dire “Vi ricordo che questa è una chiesa, meno casino!” ? Sì, per lo meno lo dice in inglese e non in italiano, ma è una magra consolazione. Il mosaico della mappa della Terra Promessa, incastonato sul pavimento di una chiesa, voleva indirizzare i pellegrini, verso i luoghi di culto, e quindi questi vi erano principalmente raffigurati. Risale al VI secolo, ed è talmente particolareggiato da essere stato base per la cartografia della zona. Se lo visitate al mattino, la luce che filtra dalla finestra può infastidire il fotografo appassionato, a tal punto che i suoi amici potrebbero incasinarsi nelle peggio pose per realizzare ombre opportune, magari senza mantenere il silenzio, quindi: ricordatevi che siete in una chiesa!
In questa zona son fanatici del mosaico, c’è anche una scuola, la migliore al mondo. Una bella collezione è presente sul Monte Nebo, ma in questo periodo (gennaio 2012) è chiusa per restauri, quindi non la vedete. Farci una puntatina merita comunque, perchè il Monte Nebo non è solo mosaici, no. Tu vai, mettiti lì, sul terrazzo panoramico, guarda davanti a te: si vede Gerico, la valle del Giordano e se il cielo è terso, anche Gerusalemme. Sentiti arrivato, come Mosè qualche migliaio di anni fa. Già era proprio il buon Mosè che, dopo aver condotto il suo popolo per anni di marcia, arriva qui e finalmente vede la Terra Promessa. Peccato non riesca ad andare oltre e schiatti qui, per volere di Dio o per sfiga, che spesso coincidono. Si dice che Dio stesso l’abbia sepolto su questo monte, lasciando al figlio Giosuè il compito di tagliare il traguardo.

Randagia, che per questo viaggio ha ripassato le lezioni di catechismo

Giordania Trekking: pronti, partenza, via!

Posted on Gennaio 24, 2012 by randagia

Dicembre.‭ ‬Voglia di deserto.‭ ‬Voglia di cambiare aria.‭ ‬Subito.‭ ‬Chissenefrega del Natale‭? ‬Parti subito che sfrutti meglio le ferie.‭ ‬Peccato che il resto d’Italia non la pensi come te,‭ ‬e fin a dopo Natale non c’è il numero di partecipanti sufficiente affinché un viaggio parta.‭ ‬E aspetti.‭ ‬Aspetti che passi Santo Stefano,‭ ‬e parti con il viaggio‭ Giordania Trekking‭ ‬di‭ Avventure nel Mondo‭.

Camminare ti piace,‭ ‬in montagna ci vai spesso,‭ ‬secondo la scheda del viaggio,‭ ‬si tratta di trekking di categoria‭ “facile”,‭ ‬vuoi non farcela‭? ‬Arrivano le prime mail del gruppo che si sta formando.‭ ‬Il viaggio è stato assegnato alla guida di un tizio di nome Donato ma di mail Renato,‭ ‬giusto per aver confusione già dall’inizio.‭ ‬La confusione però si limita al nome,‭ ‬perché le istruzioni di viaggio che vi propina sono nette:‭
1‎) ‏leggetevi la relazione che vi mando,‭ ‬scritta da chi prima di noi ha fatto lo stesso viaggio‭ (‬e vedete di non fare domande che lì hanno già una risposta‭).
2‎) ‏mettete l’indispensabile nel bagaglio a mano,‭ ‬che quello in stiva è probabile che ce lo perdano.
3‎) ‏portate qualcosa di tipico della vostra regione,‭ ‬meglio se alcolico.

Ecco diciamo che il decalogo del perfetto viaggiatore non serve,‭ ‬basta il trittico.

Iniziamo a leggere la relazione.‭ ‬Bello,‭ ‬ti dicono cosa ti devi portare.‭
Scarpe da trekking.‭ ‬Sì.‭
Vestiti comodi.‭ ‬Sì.‭
Una corda da‭ ‬20‭ ‬metri.‭ ‬Una corda da‭ ‬20‭ ‬metri‭? ‬Ma non era un viaggio di categoria‭ “‬facile‭”? ‬E scusa,‭ ‬fosse stato di categoria‭ “difficile” ‬serviva anche la corona del rosario da‭ ‬5‭? ‬No,‭ ‬la corda no.‭ ‬Tanto se la porti,‭ ‬mica la sai usare.‭ ‬La porteranno altri,‭ ‬ovvio.‭ ‬Altri sì,‭ ‬se solo non ragionassero come te.‭ ‬Però prendi il moschettone viola,‭ ‬che un moschettone serve sempre,‭ ‬dice tuo padre,‭ ‬ma mica è vero.
Di tipico cosa porti‭? ‬La bagna cauda‭? ‬E no,‭ ‬senza tapinambur no.‭ ‬I gianduiotti‭? ‬Si squagliano.‭ ‬Torrone,‭ ‬vai di torrone.‭ ‬E qualcuno ci provi a dire che non è tipico piemontese.
Sul bagaglio,‭ ‬già sai,‭ ‬non ti preoccupi:‭ ‬scarponi ai piedi,‭ ‬sacco a pelo nello zainetto,‭ ‬di tutto il resto,‭ ‬se va di sfiga,‭ ‬si può fare a meno,‭ ‬o quasi.

Il gruppo è di‭ dodici persone.‭ ‬Da Torino,‭ ‬siete in due a partire.‭ ‬I grandi accordi preliminari,‭ ‬presi circa tre ore prima della partenza,‭ ‬sono‭ “‬Ci si aspetta al check-in‭”‬.‭ ‬Beh,‭ ‬o siete entrambe immuni alla sindrome del‭ “‬ma tu cosa ti porti‭?” ‬o siete prese da altro,‭ ‬o non ve ne può fregare nulla di avere un’idea di con chi vi toccherà passare i prossimi giorni,‭ ‬l’importante è posare i piedi e l’anima in quel deserto.‭ ‬Probabilmente un mix delle tre.
Ci si riconosce facile,‭ ‬al check-in per Istanbul tante valigie,‭ ‬ed un solo zaino.‭ ‬Sarà lei,‭ ‬ma falle uno squillo che eviti figuracce.‭ ‬L’ultimo buon caffè prima del metal detector,‭ ‬con chi in aeroporto ti ci ha accompagnata e qualche amico che tra un check-in e un landed capita di lì.

L’incontro con tutto il gruppo è al gate del volo Istanbul-Amman.‭ ‬Scalo a tempi stretti,‭ ‬ma meglio i tuoi tempi stretti che le‭ ‬10‭ ‬ore di attesa di altri.‭ ‬Tra pochi metri incontri il‭ “‬gruppo‭”‬,‭ ‬e che Allah te la mandi buona. Anche qui riconoscerli è facile.‭ ‬Un cofanetto di Ferrero Rocher gira tra un gruppo eterogeneo di persone:‭ ‬matematico,‭ ‬sono loro.‭ ‬Un Terence Hill che non ha abusato di botulino si avvicina sorridente,‭ ‬con l’accento di Troisi:‭ ‬ecco è Renato/Donato‭! ‬Lui viaggia leggero,‭ ‬solo bagaglio a mano.‭ “‬Certo,‭ ‬perché la tenda te la sto portando io‭!” ‬dichiara sorridendo una voce con lo stesso accento,‭ ‬la sorella.‭ ‬I Ferrero Rocher hanno uno sponsor Emiliano,‭ ‬Tiziana e Franco,‭ ‬la coppia del gruppo.‭ ‬Il ruolo di cassiere,‭ ‬tanto odiato quanto indispensabile nei viaggi in cui è prevista una cassa comune‭ (‬sempre con Avventure nel Mondo‭)‬,‭ ‬è già stato assegnato in tua assenza a Ol,‭ ‬povera lei che si prende la rogna,‭ ‬ma contenta tu che l’hai scampata.‭ ‬Un Piero Pelù più in carne e con i capelli corti è arrivato da Milano per voi,‭ ‬sotto il falso nome di Ale.‭ ‬Il veneto è ben rappresentato dagli aitanti Wil e Henry.‭ ‬Ma belin,‭ ‬dove sono i genovesi‭?

I feel CUD

Posted on Gennaio 24, 2012 by randagia

Scrittorincittà. Cuneo. Non posso non fare un salto. Prenoto due biglietti per Michela Murgia. Non ho mai letto nulla di suo, ma mi è simpatica a pelle. E la pelle non sbaglia. Teatro Toselli. Le letture vanno. Belle. Che fanno pensare. Fino al bis. Che fa tremare. Michela ti informa, che Santa Romana Chiesa, per riprendersi dalla decimazione degli 8×1000, a seguito dei ben noti episodi di pedofilia, ha bandito un concorso a premi per le parrocchie. In palio un volo a Madrid, per le giornate della gioventù, per le parrocchie migliori. Ma migliori in che? Migliori nella raccolta CUD. I feel CUD. Così l’hanno chiamato. «Cosa hanno in comune giovani, anziani, l’8xmille e Madrid? È ifeelCUD.it, il concorso al quale possono partecipare i ragazzi e le ragazze delle parrocchie di tutta Italia.” Il logo? Un CUD piegato ad aeroplanino. Avete capito bene, il concorso invita i ragazzi delle parrocchie a raccogliere i CUD di coloro che, avendo solo redditi da lavoro dipendente o assimilati, non sono tenuti a consegnarli. Tipicamente anziani pensionati. Ma se non sono tenuti a consegnarli per lo stato, perché dovrebbero esserlo per la Chiesa? Caro ragazzino della parrocchia, non è che stai aiutando un vecchietto in qualcosa che gli serve veramente. No, lo stai aiutando in una cosa che se non servisse a te per andare a Madrid, o meglio alla Chiesa per tirar su soldi, lui non dovrebbe neanche fare. C’è quella fantastica letterina che accompagna il CUD, quella in cui firmi per l’assegnazione del tuo otto per mille tra sette confessioni religiose (cattolica, valdese, ebraica,…). Vero, anche l’otto per mille di chi non firma viene comunque redistribuito tra sei dei sette enti contendenti, le assemblee di Dio disdegnano, secondo le percentuali calcolate in base a chi ha espresso una scelta. Ma se tu una scelta riesci a farla fare, vai a aumentare anche la tua percentuale del fettone di chi la scelta non esprime . E questo tu non lo sapevi, ma Santa Romana sì. E quindi vai, bel chierichetto, prendi il CUD del nonno, fagli firmare la letterina e portala a Babbo Ratzy, come faceva il nonno quando prendeva la tua e la portava a Babbo Natale. Solo che con le tue letterine, Babbo Natale non s’è fatto i soldi. Va che devi essere un genio a pensarla questa, va che devi aver avuto un’illuminazione dall’alto per esserci arrivato. Perché ad un comune mortale senza ganci lassù, questa sembrerebbe una truffa. Tanto quanto i finti esattori del gas che vanno a casa dei vecchietti e chiedono di pagare le bollette in contanti. Uguali. Solo che questi non chiedono soldi, chiedono solo fogli. E non rubano al vecchietto. Rubano allo stato, alle altre religioni, e va beh che tra di loro se la giocano, ma…
Se scoprissi che un ragazzino dall’aria innocente, va a chiedere il CUD di mia nonna e lo porta al suo Don Matteo con una firma sotto la voce “Chiesa Cattolica”, andrei dal suo Don Matteo e gli toglierei la gonnella in piazza. Prenderei la sua scatola delle offerte e la porterei ai valdesi. Raccoglierei l’elemosina durante l’eucarestia e la consegnerei al comune. E gli tirerei un cartone nello stomaco da fargli mancare il fiato. Altro che volo a Madrid.
Comunque ormai è tardi, il concorso è terminato. Sul sito sono elencate le parrocchie vincitrici. Tutte del sud. Probabilmente perché al nord, il CUD di tua nonna lo prendi tu, e le fai firmare nella casella dei valdesi un anno, alle assemblee di Dio un altro anno, allo Stato un altro anno ancora.

Questo l’articolo con cui, a Marzo, la Murgia denunciava il concorso su Il fatto.

Randagia, che non si sente CUD per niente…

RoccaSella e la Venere delle foglie

Posted on Dicembre 10, 2011 by randagia

E’ dicembre, ma la neve si vede ancora solo da lontano. Allora via, ancora scarponcini e racchette. Il tè lo porta Vicky, il caffè David, Randa ha ancora quel rhum nella fiaschetta di plastica da condividere. Qualcosa di basso, che di pestare la poca neve che c’è non se ne ha voglia. Rocca Sella, 1508 mt. Si parte da Celle, sopra a Rubiana, ben indicato. Un paio di fontane alla partenza consentono anche agli storditi dalla borraccia vuota di farsi le scorte. Il pezzo forte del sentiero è il panorama, per tutto il percorso, e con una giornata tersa così: che botta di culo! In un’oretta, vabbè un’oretta abbondante, siete su. Non da soli ovviamente. La cappella di Rocca Sella e le rocce del “sagrato” non le hai mai viste deserte, ma almeno adesso non è come a luglio, che sembrava una spiaggia ligure. Due chiacchiere, un panino, punti quello che sembra il più muntagnin di tutti e ti fai consigliare un sentiero diverso per il ritorno. “Ah sì, potete fare il sentiero delle foglie: andate a destra, passate da Fontana Barale, eh certo, foste venuti due settimane fa i colori delle foglie sarebbero stati uno spettacolo, un bel bosco di faggi..“. E quando ti dicono “due settimane fa era uno spettacolo di foglie” tu non ci arrivi a pensare che se due settimane fa quelle foglie erano colorate e sugli alberi, adesso sono secche e per terra, e si scivola da paura. Ecco perchè il “sentiero delle foglie”! Iniziate a sfottervi “Che, fai surf?” “Guarda la Vicky, come la Venere che esce dalle foglie!”. Già ma il Botticelli non l’ha disegnata con un bernoccolo in fronte, quindi occhio alle scivolate con cranio su roccia. Arrivate a Fontana Barale, dove una allegra coppia di pensionati con cane si sta godendo il sole. Si sente rumore di elicotteri. “Speriamo che non facciano male ai ragazzi… dicono che non ci sono soldi, ma poi per mandare tutto sto ambaradan di esercito qui su, li trovano!” Ah, oggi c’è una manifestazione No-Tav. “E’ l’anniversario: l’8 dicembre del 2005 c’era stata la presa di Venaus. Mi ieru.. capite il piemontese? “ Sì madama, vada tranquilla, che si vede che quando si infervora, l’italiano non le viene facile. E madama parte decisa e ‘nrabià: “Ero in prima fila, lì attaccata alle recinzioni, con il giubbetto giallo, e gliele abbiamo date a quelli, ma poi qualcuno ha detto basta, e non abbiam potuto fargli male: bisognava metterli in mutande e lasciarli lì al freddo, nel canalone…” La discussione si fa animata, la pensiamo tutti alla stessa maniera. In valle tutti la pensano alla stessa maniera. Lasciamo Fontana Barale, per scendere, tutti insieme: che è anche quello il bello della montagna della domenica, teste che ti accompagnano per un paio di tornanti, talvolta di più. Stavolta di più. E che passo madama! Alla faccia della pensionata, se ne frega del sentiero delle foglie, cade anche, ma va giù secca. E il marito non manca di precisare “Da giovane, ha vinto tutto quello che poteva vincere, faceva le maratone, nella squadra nazionale!” Lei prova a sviare il discorso, non ne vuole parlare, ma lui non la smette più. “L’è propi namurà” (è proprio innamorato). E quando hai finito di parlare di NoTav, tocca al prezzo della benzina, che la monovra Monti giusto ieri ha alzato di botto. “Ma mi ‘am catu an caval, vadu fe speisa cul caretin!” (Ma io mi compro un cavallo e vado a far spesa col carretto). Poi gli argomenti si alleggeriscono, “Ma come lo fai il tiramisù, con i savoiardi?” Eh sì, mica me lo farà con i pavesini? “Prova con i cantuccini, fantastico: i cantucci fan ‘na pippa ai savoiardi!”

Randagia, che complimenti madama, a lei le rogne fan ‘na pippa!

Non aprite quell’armadio

Posted on Novembre 13, 2011 by randagia

Si apre il sipario su una stanza che sa di vecchio, con un armadio di quelli che chiunque abbia più di vent’anni e sia andato almeno una volta a casa dei nonni ne ha visto uno. Orrendo.
Quella che sembra una moderna casalinga frustrata fa il suo ingresso in scena, fascetta in testa, calze colorate, pantaloni domyos, quelli di deca, gli stessi che hai anche tu.
Inizio un po’ scarso: lei e lui che discutono della suocera e del lavoro mentre lui dichiara di essere in “mostruoso ritardo”. Quest’espressione deve essere particolarmente piaciuta al registra, se nei primi cinque minuti la fa ripetere almeno tre volte in una discussione infinita poco credibile. Quando è mattino, sei in ritardo, sei incazzato, non stai a far discussioni infinite, dici “vaffanculo” e esci. Qui no, va beh, è finzione e la mimica facciale di lui merita attenzione.

Vari personaggi si aggiungono alla scena. Monica, femminista incallita. Maria, che degli uomini ha paura, e avessi io il balcone che ha lei, forse mi porrei lo stesso problema. Giovanni, un uomo in crisi matrimoniale e non solo, con delle movenze da tenersi la pancia. Il ritmo si fa più incalzante, i problemi di ogni personaggio si presentano, si alternano magistralmente guidati da Carla, che non è una casalinga frustrata, ma una psicanalista alla prime armi. Si ride e si sorride, e si dimentica l’inizio scarso. Un bell’idraulico dal forte accento tedesco, con gli occhi spiritati, sovrasta la cadenza torinese degli altri attori, che non sarà da professionisti, ma sentirla piace. Eccome se piace, siamo a Torino, mica a Canicattì.

E anche oggi il teatro amatoriale ha dato soddisfazioni. Lo spettacolo era “Non aprite quell’armadio!” in scena il 12/11/2011 al teatro esedra, per la rassegna la Primavera del Giglio.

Randagia, che vorrebbe il numero dell’idraulico, e non solo perché le si è intasata la doccia.

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