Dicembre. Voglia di deserto. Voglia di cambiare aria. Subito. Chissenefrega del Natale? Parti subito che sfrutti meglio le ferie. Peccato che il resto d’Italia non la pensi come te, e fin a dopo Natale non c’è il numero di partecipanti sufficiente affinché un viaggio parta. E aspetti. Aspetti che passi Santo Stefano, e parti con il viaggio Giordania Trekking di Avventure nel Mondo.
Camminare ti piace, in montagna ci vai spesso, secondo la scheda del viaggio, si tratta di trekking di categoria "facile", vuoi non farcela? Arrivano le prime mail del gruppo che si sta formando. Il viaggio è stato assegnato alla guida di un tizio di nome Donato ma di mail Renato, giusto per aver confusione già dall’inizio. La confusione però si limita al nome, perché le istruzioni di viaggio che vi propina sono nette:
1) leggetevi la relazione che vi mando, scritta da chi prima di noi ha fatto lo stesso viaggio (e vedete di non fare domande che lì hanno già una risposta).
2) mettete l’indispensabile nel bagaglio a mano, che quello in stiva è probabile che ce lo perdano.
3) portate qualcosa di tipico della vostra regione, meglio se alcolico.
Ecco diciamo che il decalogo del perfetto viaggiatore non serve, basta il trittico.
Iniziamo a leggere la relazione. Bello, ti dicono cosa ti devi portare.
Scarpe da trekking. Sì.
Vestiti comodi. Sì.
Una corda da 20 metri. Una corda da 20 metri? Ma non era un viaggio di categoria "facile"? E scusa, fosse stato di categoria "difficile" serviva anche la corona del rosario da 5? No, la corda no. Tanto se la porti, mica la sai usare. La porteranno altri, ovvio. Altri sì, se solo non ragionassero come te. Però prendi il moschettone viola, che un moschettone serve sempre, dice tuo padre, ma mica è vero.
Di tipico cosa porti? La bagna cauda? E no, senza tapinambur no. I gianduiotti? Si squagliano. Torrone, vai di torrone. E qualcuno ci provi a dire che non è tipico piemontese.
Sul bagaglio, già sai, non ti preoccupi: scarponi ai piedi, sacco a pelo nello zainetto, di tutto il resto, se va di sfiga, si può fare a meno, o quasi.
Il gruppo è di dodici persone. Da Torino, siete in due a partire. I grandi accordi preliminari, presi circa tre ore prima della partenza, sono “Ci si aspetta al check-in". Beh, o siete entrambe immuni alla sindrome del “ma tu cosa ti porti?” o siete prese da altro, o non ve ne può fregare nulla di avere un’idea di con chi vi toccherà passare i prossimi giorni, l’importante è posare i piedi e l’anima in quel deserto. Probabilmente un mix delle tre.
Ci si riconosce facile, al check-in per Istanbul tante valigie, ed un solo zaino. Sarà lei, ma falle uno squillo che eviti figuracce. L’ultimo buon caffè prima del metal detector, con chi in aeroporto ti ci ha accompagnata e qualche amico che tra un check-in e un landed capita di lì.
L’incontro con tutto il gruppo è al gate del volo Istanbul-Amman. Scalo a tempi stretti, ma meglio i tuoi tempi stretti che le 10 ore di attesa di altri. Tra pochi metri incontri il “gruppo”, e che Allah te la mandi buona. Anche qui riconoscerli è facile. Un cofanetto di Ferrero Rocher gira tra un gruppo eterogeneo di persone: matematico, sono loro. Un Terence Hill che non ha abusato di botulino si avvicina sorridente, con l’accento di Troisi: ecco è Renato/Donato! Lui viaggia leggero, solo bagaglio a mano. “Certo, perché la tenda te la sto portando io!" dichiara sorridendo una voce con lo stesso accento, la sorella. I Ferrero Rocher hanno uno sponsor Emiliano, Tiziana e Franco, la coppia del gruppo. Il ruolo di cassiere, tanto odiato quanto indispensabile nei viaggi in cui è prevista una cassa comune (sempre con Avventure nel Mondo), è già stato assegnato in tua assenza a Ol, povera lei che si prende la rogna, ma contenta tu che l’hai scampata. Un Piero Pelù più in carne e con i capelli corti è arrivato da Milano per voi, sotto il falso nome di Ale. Il veneto è ben rappresentato dagli aitanti Wil e Henry. Ma belin, dove sono i genovesi?
Come tutti gli anni, Buon Compleanno Nonna
15 Jan 2012Buon Compleanno Nonna, ma quante ne abbiamo fatte insieme? Ti ricordi quando mi tiravi le patrle (ciabatte) dietro se ti facevo arrabbiare? Io mi ricordo i lividi se non mi schivavo in fretta. E quella volta che per poco partiva la finestra…
Se prendi più di "Distinto" ti faccio gli gnocchi. Questo era il nostro tacito patto, neanche tanto
tacito perché conservo ancora i contratti. Mi impegnavo tantissimo per un piatto di gnocchi, e fioccavano gli "Ottimo" e i "Distinto+". Bastava il “+” per averli. Con il senno di poi, avrei voluto prendere insufficiente, magari sti cuscinetti sui fianchi non mi sarebbero venuti. Perché non me l'hai detto?
La sveglia alle 6 per ripassare "che al mattino rimane di più". Ma chi ti ha detto sta cosa? Tu hai la terza media, non puoi sapere. E lo so che con la terza media tenevi la contabilità dell'azienda di famiglia, ma la partita doppia l'hai studiata alle 6 del mattino?
I lordoni presi per il disordine che lasciavo in camera, facciamo che non me li ricordo. "A casa tua dovremo scavalcare la merda per spostarci da una stanza all'altra". Avevi ragione, solo che per fortuna casa mia è praticamente un monolocale, quindi non s'ha da faticare tanto. Mi ricordo il lordone per il primo ragazzo. Il giorno che mi ha lasciata, ero un fiume di lacrime "Ma dime ti sa t'las da piuré per an fiol, cul napuli. Ven si c'at dagu un lurdun parei at piure per cheicosa" (ma dimmi se devi piangere per un ragazzo, quel meridionale… vieni qua che ti do una sberla almeno piangi per qualcosa).
Si perché di nonne ne avevo due, ma con l'altra non c'ho mai azzecato molto. Era tirchia. Non dava mai soldi e anche a te stava sul culo per quello, tanto che un Natale mi hai detto "Ti do il doppio dei soldi che ti dà l'altra", convinta che 0 per 2 facesse 0. Legittima convinzione: peccato che quell'anno l'altra mi avesse dato 50 mila lire, così t'è toccato darmene 100: con tutti quegli gnocchi in matematica non mi freghi!
15 anni. Esco la sera. Papà vuole che torni per l'una, e tu a dirgli: "Guarda che se deve far cretinate le può fare anche prima dell'una, smettila con questo coprifuoco: io a te mica lo davo, ed eri molto più deficiente di lei".
18 anni. La macchina. "Niente autoradio, vuoi mica essere milanese!" tuonava papà. L'autoradio me l'hai regalata tu, con un biglietto "Ricorda a papà che quando aveva vent'anni era l'unico dei suoi amici ad avere l'autoradio. E non era milanese."
19 anni. L'università. "A l'è an travai da omo, ma duvria purtè ad gran… set's sicura che lu finise?" (è un lavoro da uomo, ma dovrebbe portar soldi, sicura che ce la fai?). Tutti storcevano il naso, ma tu no. Grazie. Poi ti incazzavi quando davo ripetizioni per tirare su qualche soldo, che era tempo sprecato che i soldi me li avresti dati tu: anzi, me li avrebbe dovuti dare papà. Aspetta e spera. "Varda che mi voi nen moire se ti tses nen laureate, di?" (Guarda che non voglio morire se non ti sei laureta, eh?). No nonna, tranquilla, mica ci metterò tanto, e poi tu campi fino a cent'anni!
22 anni. Stoccolma. "Sat dise ch'a serv" (Se dici che serve). “Ma studia eh..” io vado, e studio, ma non abbastanza in fretta.
24 anni. Ti prende il cancro, e io sono lontana. Ti vengo a trovare e tu sei solo buona a dirmi "Non perdere tempo con me, studia". Cazzo sta zitta nonna, a studiare c'è sempre tempo. "Dai nonna, mi metto lì sul tavolo all'angolo, così se hai bisogno sono qui, e studio eh?" . Ma come faccio a studiare con la persona che mi ha cresciuta stesa in un letto, bianca, con la flebo e morfina dopo morfina. E mi considero una merda, perché tra qualche giorno me ne andrò di nuovo via e non so se ti rivedrò. Mai più. "Non so se riuscirò a vederti laureata bambin…" solo che adesso non ho il coraggio di dirti che camperai cent'anni, “ma l'esame che hai dato ieri, era l'ultimo?" Sì nonna, sì, l'ho passato sicuramente. Invece non era vero un cazzo, ma non avevi certo bisogno di saperlo. No dai, a parte quella non te ne ho mai contate tante di bugie. "A capisu nen lu sgnur perché ven nen a pieme" (Non capisco perché il Signore non viene a prendermi) Si vede che è distratto nonna, c'avrà i fatti suoi. Vorrei che in Italia ci fosse l'eutanasia, ma non ti dico neanche questo adesso. Un abbraccio forte. No, non forte perché ti fa male. Le lacrime le ho trattenute a stento, ma ci sono riuscita. E parto. "Ma promettimi che ti ricorderai di me, che mi penserai ogni tanto…" Minchia, nonna, non dire cazzate per favore! "E tutte ste parolacce non dovresti dirle…"
27 giugno. Mattina presto suona il telefono. Sento singhiozzare di là, è papà. "Mamma se n'è andata" e non riesce a dire altro. Io non riesco a dire altro che "Prenoto un aereo".
L'aereo lo prenoto, ma fa ritardo, mi fa perdere la coincidenza per Torino. Avevo chiesto alle hostess "anche Milano" purché sia in fretta. Ma le troie mi hanno detto che non c'era: invece c'era, lo scopro da sola e troppo tardi. Così le ore di attesa le passo tra i singhiozzi, i ricordi e le sigarette a scrivere un reclamo alla compagnia, scritto talmente bene che mi frutterà voli gratis tutto l'anno. Quando si dice non tutto il male viene per nuocere: sì, ma intanto viene.
Arrivo all'aereoporto di Torino che il funerale è gia iniziato, gli amici di sempre mi vengono a prendere per portarmi da te. Per strada vomito, non so se sono io o la classica guida degli amici di sempre. Arrivo al cimitero che il funerale è già finito. Per prima vedo la zia novantenne, l'unica sorridente perché alla sua età i funerali sono occasione di vita mondana.
Poi mi sono laureata eh, credici, non è una bugia. E sì, a te ci penso ancora, spesso. E no, mi dispiace, le parolacce le dico ancora.
Buon compleanno, nonna!
Randagia, che lo sa, che l'avete già letto l'anno scorso, ma la lacrima le scende uguale.
E’ dicembre, ma la neve si vede ancora solo da lontano. Allora via, ancora scarponcini e racchette. Il tè lo porta Vicky, il caffè David, Randa ha ancora quel rhum nella fiaschetta di plastica da condividere. Qualcosa di basso, che di pestare la poca neve che c’è non se ne ha voglia. Rocca Sella, 1508 mt. Si parte da Celle, sopra a Rubiana, ben indicato. Un paio di fontane alla partenza consentono anche agli storditi dalla borraccia vuota di farsi le scorte. Il pezzo forte del sentiero è il panorama, per tutto il percorso, e con una giornata tersa così: che botta di culo! In un’oretta, vabbè un’oretta abbondante, siete su. Non da soli ovviamente. La cappella di Rocca Sella e le rocce del “sagrato” non le hai mai viste deserte, ma almeno adesso non è come a luglio, che sembrava una spiaggia ligure. Due chiacchiere, un panino, punti quello che sembra il più muntagnin di tutti e ti fai consigliare un sentiero diverso per il ritorno. “Ah sì, potete fare il sentiero delle foglie: andate a destra, passate da Fontana Barale, eh certo, foste venuti due settimane fa i colori delle foglie sarebbero stati uno spettacolo, un bel bosco di faggi..“. E quando ti dicono “due settimane fa era uno spettacolo di foglie” tu non ci arrivi a pensare che se due settimane fa quelle foglie erano colorate e sugli alberi, adesso sono secche e per terra, e si scivola da paura. Ecco perchè il “sentiero delle foglie"! Iniziate a sfottervi “Che, fai surf?” “Guarda la Vicky, come la Venere che esce dalle foglie!”. Già ma il Botticelli non l’ha disegnata con un bernoccolo in fronte, quindi occhio alle scivolate con cranio su roccia. Arrivate a Fontana Barale, dove una allegra coppia di pensionati con cane si sta godendo il sole. Si sente rumore di elicotteri. “Speriamo che non facciano male ai ragazzi... dicono che non ci sono soldi, ma poi per mandare tutto sto ambaradan di esercito qui su, li trovano!" Ah, oggi c’è una manifestazione No-Tav. “E’ l’anniversario: l’8 dicembre del 2005 c’era stata la presa di Venaus. Mi ieru.. capite il piemontese? “ Sì madama, vada tranquilla, che si vede che quando si infervora, l’italiano non le viene facile. E madama parte decisa e 'nrabià: “Ero in prima fila, lì attaccata alle recinzioni, con il giubbetto giallo, e gliele abbiamo date a quelli, ma poi qualcuno ha detto basta, e non abbiam potuto fargli male: bisognava metterli in mutande e lasciarli lì al freddo, nel canalone...” La discussione si fa animata, la pensiamo tutti alla stessa maniera. In valle tutti la pensano alla stessa maniera. Lasciamo Fontana Barale, per scendere, tutti insieme: che è anche quello il bello della montagna della domenica, teste che ti accompagnano per un paio di tornanti, talvolta di più. Stavolta di più. E che passo madama! Alla faccia della pensionata, se ne frega del sentiero delle foglie, cade anche, ma va giù secca. E il marito non manca di precisare “Da giovane, ha vinto tutto quello che poteva vincere, faceva le maratone, nella squadra nazionale!” Lei prova a sviare il discorso, non ne vuole parlare, ma lui non la smette più. “L’è propi namurà” (è proprio innamorato). E quando hai finito di parlare di NoTav, tocca al prezzo della benzina, che la monovra Monti giusto ieri ha alzato di botto. “Ma mi 'am catu an caval, vadu fe speisa cul caretin!” (Ma io mi compro un cavallo e vado a far spesa col carretto). Poi gli argomenti si alleggeriscono, “Ma come lo fai il tiramisù, con i savoiardi?” Eh sì, mica me lo farà con i pavesini? “Prova con i cantuccini, fantastico: i cantucci fan ‘na pippa ai savoiardi!”
Randagia, che complimenti madama, a lei le rogne fan ‘na pippa!
I feel CUD
23 Nov 2011Scrittorincittà. Cuneo. Non posso non fare un salto. Prenoto due biglietti per Michela Murgia. Non ho mai letto nulla di suo, ma mi è simpatica a pelle. E la pelle non sbaglia. Teatro Toselli. Le letture vanno. Belle. Che fanno pensare. Fino al bis. Che fa tremare. Michela ti informa, che Santa Romana Chiesa, per riprendersi dalla decimazione degli 8x1000, a seguito dei ben noti episodi di pedofilia, ha bandito un concorso a premi per le parrocchie. In palio un volo a Madrid, per le giornate della gioventù, per le parrocchie migliori. Ma migliori in che? Migliori nella raccolta CUD. I feel CUD. Così l’hanno chiamato. «Cosa hanno in comune giovani, anziani, l’8xmille e Madrid? È ifeelCUD.it, il concorso al quale possono partecipare i ragazzi e le ragazze delle parrocchie di tutta Italia.” Il logo? Un CUD piegato ad aeroplanino. Avete capito bene, il concorso invita i ragazzi delle parrocchie a raccogliere i CUD di coloro che, avendo solo redditi da lavoro dipendente o assimilati, non sono tenuti a consegnarli. Tipicamente anziani pensionati. Ma se non sono tenuti a consegnarli per lo stato, perché dovrebbero esserlo per la Chiesa? Caro ragazzino della parrocchia, non è che stai aiutando un vecchietto in qualcosa che gli serve veramente. No, lo stai aiutando in una cosa che se non servisse a te per andare a Madrid, o meglio alla Chiesa per tirar su soldi, lui non dovrebbe neanche fare. C’è quella fantastica letterina che accompagna il CUD, quella in cui firmi per l’assegnazione del tuo otto per mille tra sette confessioni religiose (cattolica, valdese, ebraica,...). Vero, anche l'otto per mille di chi non firma viene comunque redistribuito tra sei dei sette enti contendenti, le assemblee di Dio disdegnano, secondo le percentuali calcolate in base a chi ha espresso una scelta. Ma se tu una scelta riesci a farla fare, vai a aumentare anche la tua percentuale del fettone di chi la scelta non esprime . E questo tu non lo sapevi, ma Santa Romana sì. E quindi vai, bel chierichetto, prendi il CUD del nonno, fagli firmare la letterina e portala a Babbo Ratzy, come faceva il nonno quando prendeva la tua e la portava a Babbo Natale. Solo che con le tue letterine, Babbo Natale non s’è fatto i soldi. Va che devi essere un genio a pensarla questa, va che devi aver avuto un’illuminazione dall’alto per esserci arrivato. Perché ad un comune mortale senza ganci lassù, questa sembrerebbe una truffa. Tanto quanto i finti esattori del gas che vanno a casa dei vecchietti e chiedono di pagare le bollette in contanti. Uguali. Solo che questi non chiedono soldi, chiedono solo fogli. E non rubano al vecchietto. Rubano allo stato, alle altre religioni, e va beh che tra di loro se la giocano, ma...
Se scoprissi che un ragazzino dall’aria innocente, va a chiedere il CUD di mia nonna e lo porta al suo Don Matteo con una firma sotto la voce “Chiesa Cattolica”, andrei dal suo Don Matteo e gli toglierei la gonnella in piazza. Prenderei la sua scatola delle offerte e la porterei ai valdesi. Raccoglierei l’elemosina durante l’eucarestia e la consegnerei al comune. E gli tirerei un cartone nello stomaco da fargli mancare il fiato. Altro che volo a Madrid.
Comunque ormai è tardi, il concorso è terminato. Sul sito sono elencate le parrocchie vincitrici. Tutte del sud. Probabilmente perché al nord, il CUD di tua nonna lo prendi tu, e le fai firmare nella casella dei valdesi un anno, alle assemblee di Dio un altro anno, allo Stato un altro anno ancora.
Questo l’articolo con cui, a Marzo, la Murgia denunciava il concorso su Il fatto.
Randagia, che non si sente CUD per niente...
Non aprite quell'armadio
13 Nov 2011Si apre il sipario su una stanza che sa di vecchio, con un armadio di quelli che chiunque abbia più di vent’anni e sia andato almeno una volta a casa dei nonni ne ha visto uno. Orrendo.
Quella che sembra una moderna casalinga frustrata fa il suo ingresso in scena, fascetta in testa, calze colorate, pantaloni domyos, quelli di deca, gli stessi che hai anche tu.
Inizio un po’ scarso: lei e lui che discutono della suocera e del lavoro mentre lui dichiara di essere in “mostruoso ritardo”. Quest’espressione deve essere particolarmente piaciuta al registra, se nei primi cinque minuti la fa ripetere almeno tre volte in una discussione infinita poco credibile. Quando è mattino, sei in ritardo, sei incazzato, non stai a far discussioni infinite, dici “vaffanculo” e esci. Qui no, va beh, è finzione e la mimica facciale di lui merita attenzione.
Vari personaggi si aggiungono alla scena. Monica, femminista incallita. Maria, che degli uomini ha paura, e avessi io il balcone che ha lei, forse mi porrei lo stesso problema. Giovanni, un uomo in crisi matrimoniale e non solo, con delle movenze da tenersi la pancia. Il ritmo si fa più incalzante, i problemi di ogni personaggio si presentano, si alternano magistralmente guidati da Carla, che non è una casalinga frustrata, ma una psicanalista alla prime armi. Si ride e si sorride, e si dimentica l’inizio scarso. Un bell’idraulico dal forte accento tedesco, con gli occhi spiritati, sovrasta la cadenza torinese degli altri attori, che non sarà da professionisti, ma sentirla piace. Eccome se piace, siamo a Torino, mica a Canicattì.
E anche oggi il teatro amatoriale ha dato soddisfazioni. Lo spettacolo era “Non aprite quell’armadio!” in scena il 12/11/2011 al teatro esedra, per la rassegna la Primavera del Giglio.
Randagia, che vorrebbe il numero dell’idraulico, e non solo perché le si è intasata la doccia.
Zio Teofilo, che Appennino!
06 Nov 2011“Guglie simili a meteore nel cuore dell'Appennino”? Ci vuol una bella fantasia, ma si sa, tu non hai mai visto una meteora, quindi magari ha ragione il sito del parco di Parco dei sassi di Rocca Malatina che le definisce così. Si cammina tanto in un bel bosco, spuntando fuori di tanto in tanto a godersi un panorama, sulle rocche appunto. Ad accompagnarci in questa passeggiata è il simpatico Riccardo Solmi, il presidente di Promo Appenino, un’associazione per la promozione dell’appennino modenese e bolognese. Riccardo ad ogni sosta si prodiga in spiegazioni e aneddoti. “Quello è il Monte Cimone, dove ha iniziato Tomba, quello è l’Abetone”. Già l’Abetone, quello dove seguendo i ragazzini che “Minchia dai, facciamo il muro!” lo stai ancora cercando adesso. Tutto è relativo, Alpi e Appennini hanno in comune solo l’iniziale.
Il sentiero è pulitissimo, merito dei due ragazzi che lo mantengono, e si vede che non è troppo ampio perchè lo tengono davvero bene. Così bene da avvertirti di ogni imminente pericolo, perché chi non ha paura di Zio Teofilo? Ti viene annunciato 50 metri prima, e ti chiedi perchè. Due ciclisti ti sfrecciano di fianco, e capisci perchè.
Già ti vedi i due ragazzotti catapultati, perchè figurati se l’han visto il cartello: Zio Teofilo è una robinia, che il 3 gennaio 2011 si è “adagiata”, ostacolando la strada, e lì è stata lasciata, per aumentare la biomassa vegetale in decomposizione e diventare alimento per tanti microorganismi, e spunto di crescita per la tua scarsa consapevolezza del mondo vegetale.
Mai visti tanti ponticeli in un bosco, ci si diverte a fare zig zag sull’acqua che in questa stagione, siamo in autunno, non c’è. Ogni ponticello ha il suo bel nome, Rampichino o Rospo che sia, con il suo bel cartello. Ha anche una struttura che sembra dirti “A me fa un baffo Calatrava!”. Evvabbè, basta essere convinti nella vita, e anche nell’architettura.
E arriviamo a Zocca. Qui tornano alla mente ricordi d’infanzia, o quasi. Ricordi quando Marco era tornato entusiasta dalle vacanze, perchè lui non era andato a Rimini, no no, lui era andato a Zocca, aveva conosciuto la mamma di Vasco, lui! E l’emozione e l’affetto che ricordi negli occhi del ragazzino Marco, li rivedi negli occhi dell’uomo Riccardo quando ti parla di Vasco: “lasciamo stare i problemi di adesso, la droga e quelle robe lì. Vasco lo trovavi in paese, e lo lasciavi tranquillo, un ciao, due chiacchiere. Non era un fenomeno mediatico, come ora, che non può più star tranquillo neanche a casa sua...” E Vasco piace, anche a te. Zocca ne ha tirati fuori di fenomeni, non stiamo a elencarli tutti, ma vantano anche l’astronauta Maurizio Cheli. Saranno gli effetti delle crescentine o quelli del gnocco fritto? Nel dubbio, li provi entrambi, chissà che diventi qualcuno anche tu.
L’itinerario continua il giorno dopo verso Montese, nei boschi e colline, perchè a chiamarle montagne non ci riesci, della linea gotica. E non importa che hai fatto il liceo, lo sa anche chi ha la terza media cos’è la linea gotica, ma tu no. Quindi ci metti un attimo a inquadrare che qui era la linea difensiva dei tedeschi, che han resistito dal novembre 44 all’aprile 45 all’avanzata degli alleati tra cui, udite udite, anche dei brasiliani della Forca Espedicionera Brasialiana, la FEB.E immaginati un brasiliano d’inverno sull’appennino, in braghe di tela, letteralmente perchè di più non avevano. A Montese c’è un museo: vedi la divisa dei soldati americani, che sembra anni luce più avanti di come ti vesti tu adesso per andare a sciare, e quella dei brasiliani che fa freddo solo a pensarci. Hanno subito un sacco di perdite, ma eroicamente hanno portato a compimento la loro missione, nonostante la diffidenza generale. Il loro simbolo? “a cobra fumou" , un serpente che fuma, perchè c’era chi diceva che sarebbe stato più facile vedere un cobra fumare che la FEB imbarcarsi, ed eccoli serviti, l’Italia ringrazia il serprente che fuma.
Randagia, che questo non te l’hanno detto nè alle medie, nè al liceo.
Cena di Halloween
01 Nov 2011Halloween. Streghe, come ci si organizza per la cena? Partono gli incroci di e-mail. Ognuna porta qualcosa. No, meglio di no. L’anno scorso tutte che han fatto le taccagne e han portato una minestra, e manco del vino o un dolce a tavola c’erano. Quest’anno non si deve ripetere:
“Care streghe,
la filosofia dell’ognuno porta qualcosa funziona solo tra gente di buon senso, e voi di buon senso non siete, quindi questi i compiti:
Circe: culatello affettato o vitello tonnato, valuta tu in base al carattere dell’uomo che hai a tiro.
Amelia: sì sì, se riesci anche stavolta a sfilare la torta di zucca a Nonna Papera, non ci lamentiamo. Sennò va bene, la zuppa di zucca, che fa molto Halloween, o molto schifo, dipende dai gusti, ma quella sai fare e quella porti.
Medea: lo spezzatino, ti viene bene da sempre. Eviterei la carne umana a questo giro, con le nuove regole della comunità europea è un casino.
Morgana: a te inutile dare compiti, ci cucini solo illusioni e la fame resta. Quest’anno metti la casa tu, e libera il balcone che ci parcheggiamo le scope, sotto è tutta zona blu.
Tabata: ormai sei grande, tu porti il vino, sì rosso. No, non la damigiana. Tre bottiglie bastano. Tua madre c’è? Non legge mai la mail e non mi ha risposto su witchbook.
Allora, alle 22 da Morgana, ce la fate?
Grimilde, che porta il peso dell’organizzazione e le mele. “
Ce la fanno. Alle 22, parcheggiate le scope. Tutte dentro. L’ultima inserisce la 220 al citofono, un inconfondibile ghigno si stampa sul viso di tutte, in attesa che qualche bambino suoni per «dolcetto o scherzetto?» .
“Allora Grimy, come va con quel Mago, il rasta?”
“Oh raga, stavolta proprio credevo di perdere i miei poteri....”
“ma?”
“se mi lasciate finire... care mie, le meglio notti degli ultimi cent’anni, e non che nelle altre mi sia annoiata, ma... sì, beh aveva il vizio degli incantesimi alla marijuana"
“e da quando questo è un problema?"
“Tabata, vai un attimo a controllare se ho spento le saggine di posizione?"
“E no zia Grimy, non mi freghi, resto qui. Vai avanti, qual è la magagna?"
“Beh incantesimi a parte, questo aveva ancora Medusa in testa. Sai che palle, l’ho retto un po’, poi ho dato un colpo d’accetta, o meglio di rasoio. Mentre dormiva. Certe cose danno più soddisfazione senza incantesimo. Adesso è un Bruce Willis dei poveri, che torni pure dalla sua Medusa.”
“Ma non potevi lasciarlo e basta?”
“Sono una strega, non sono una fata!”
ZZzzzzzzzzzzzz. Scossa. Tutte corrono alla finestra. Tre fantasmini guardano un piccolo boia steso a terra. Dalla finestra parte il coro “Scherzetto!”. Ridono soddisfatte. C’è sempre qualche bambino nuovo nel quartiere, per fortuna. Fortuna loro, non certo del piccolo boia.
“Amelia, tu novità?”
“Oh, non del genere che piace a voi. Al contrario di Grimy, io so fare i conti con l’età...”
Ridono, senza scossa.
“Tabata, ma tua madre?”
“Sai com’è, ha preferito fare cena con papà.”
“Quel nasino alla francese ha fatto di lei un’altra.”
“Tutta quella felicità le toglierà i poteri... ma sai, certe cose succedono solo nei film.”
“Oh, ma sapete più niente del Mago do Nascimento? Non era male...”
“Stava con Viviana... questo un secolo fa. Ora?”
Morgana si fa rossa. Le rughe fremono. Vuoi vedere che questa l’aveva contattato per quella roba dell’eterna giovinezza e poi c’è caduta come una adolescente?
“Tabata, le mie saggine...”
“Zia... fammi sentire o te le spacco le tue saggine!”
“Sì tesoro, stai proprio crescendo bene, nonostante gli sforzi di tua madre.”
“Morgana?”
“Ehm, si ci sentiamo su witchbook. Dice che è al caldo... che quando si libera, viene da me e mi porta un fondoschiena come quelli che ha lì in Brasile..”
“Come no... Sveglia, quello non torna!”
“Torna!! Ve lo giuro che torna.. voi siete delle streghe, credete che le storie a distanza funzionino solo nei film, e invece no, prendete Montalbano e Livia!”
“Morg, Montalbano, per tua informazione, è un film!”
“Ehm, ancora vino, dolci fanciulle? “
ZZzzzzzzzzz. Scossa. “Scherzetto! Scherzetto!” Urlano tutte, affacciandosi alla finestra. Morgana non ride più. Quello steso a terra non è un bambino.
Grimilde, che a volte tornano...
Autostrada deserta, ci siete solo voi. Voi e l’inquietante tutor. Tieni d’occhio il tachimetro, tra una battuta e l’altra. Torino-Savona, uscita marene Marene, poi fino a Cherasco, su quel tratto di autostrada che i cuneesi aspettano da anni, un po’ come la metro per i Torinesi: ce n’è un pezzo, ma non è chiaro fin dove porti. Ti infili i paesi sempre più piccoli: prima Monforte, poi Sinio. E con i paesi si rimpiccioliscono anche le strade. Guidi serena, ma in due mica sai se si passa. Un SUV ti sfreccia a fianco, i tuoi specchietti superano indenni un incontro ravvicinato con i suoi. Ora lo sai, in due si passa.
Sinio, un posto mai sentito, ma con un sacco di itinerari. Ne hai scelto uno a piedi, tra i vigneti di Serralunga. Parte dal B&B “Sole delle rive”, ben indicato appena arrivi in paese. Maurizio, il gestore, stupito che abbiate trovato su internet l'itinerario che propio lui aveva scritto, vi procura una cartina e si prodiga in indicazioni, che puntualmente non saprete seguire alla lettera. “Ma tranquilli, seguite LANGA BAROLO in direzione SERRALUNGA: è ben segnalato!” Certo, ben segnalato. Ogni tanto. Ogni tanto no. Pare non si sia voluto insistere con i cartelli per non dare fastidio ai proprietari dei vitigni. Ah però, socievoli!
Il panorama è splendido. Le colline sono una tavolozza di colori caldi. Filari rossi e gialli si alternano ordinati sulle colline, in sfumature da far invidia a Missoni. E dire che la settimana migliore dovrebbe essere la prossima.
Camminando tra i noccioleti, vien la voglia di raccoglierle. Qualcuno dubita.
- “Ma le nocciole sono commestibili anche non tostate?”
- “Non fosse che sei veneta, penserei che sei meridionale. Assaggia!”
Tostate piacciono di più, non c’è dubbio, ma schifo non fanno. E un sacco si riempie, tanto ormai la raccolta è finita, quel che trovate è vostro.
seguendo il percorso arrivate nel centro storico di Serralunga, dove non sono rare insegne di trattorie, cantine e produttori vari. “Giudice Marco Viticoltore". E guarda questo, giudice, viticoltore, che fa tutto lui in questo paese? Ma a pensarci bene, Giudice deve essere il cognome. Visita al castello? Sì, ma prima i panini. A ciascuno il suo, coppa, prosciutto. No, oggi la frittata per tutti non l’hai fatta, ma in centro tavola, o meglio in centro piazza, condividiamo un mignon di rum direttamente da Cuba, il fondente con le nocciole per stare in tema, il fondente e basta perché vi piace. Un gruppo di ciclisti ha lo stesso programma, la birra al posto del rum, ma il concetto è lo stesso. Alla faccia dei veri sportivi.
“Raga, ho lasciato a casa la tessera musei, se si paga, io vi lascio andare e faccio la pennica!" Niente pennica, Massimiliano, un giovane volontario, vi guida nella visita. Il castello è nel suo periodo di prova: appena ristrutturato, aperto al pubblico tutti i giorni fono al 20 Novembre, poi si vedrà. Hanno fatto il bando per il custode, ma chi era stato selezionato ha rinunciato. “E come si fa a far domanda?” chiede l’amica disoccupata che già pregusta la dimora nobiliare. Un po’ isolato magari, ma non c’è isolamento che non si risolva con un buon libro e un vasetto di nutella, o almeno così sostiene l’aspirante custode. Niente, la cosa non va in porto.
Al pian terreno, la sala dei ricevimenti. Il bagno non c’è, è al primo piano e solo per i residenti. Sulla porta un cartello “Non utilizzabile”. E se qualcuno ha messo il cartello, vuol dire che qualcuno l’ha utilizzato. Complimenti.
Ultimo piano. Terrazza coperta. Da ogni finestra, un diverso scorcio di langa. Se hai la fortuna di capitare in una giornata tersa, si vede il Monviso. Oggi no.
Chissà se rimarrà aperto, o se sarà un’altra delle bellezze del Piemonte, tenuta chiusa per assenza di fondi. Con questo dubbio lasciate la vostra offerta nella cassetta, il vostro commento sul libro degli ospiti. Qualcuna è anche tentata di lasciare il numero a Massimiliano.
Dopo la pillola culturale, riprendete la falcata e non senza esitazioni e incroci sbagliati, tornate al B&B, dove Maurizio e Maria, vi offrono un caffè nella bella sala del loro rustico. Quattro chiacchiere, e quel raro gran senso dell’ospitalità, che riempe il cuore. Che fa pubblicità.
Sul sito www.coloridilanga.it sono disponibili tanti itinerari, a piedi, in bici e in auto.
Randagia, innamorata dei colori di langa
International a Torino
17 Oct 2011Si esce per una birra e due chiacchiere. Dopo un ciao e un come va, Luca si butta in gola un Daygum. E offrire, no? No, bel casino offrire quando si portano i Daygum sparsi nella tasca dei jeans. Rinunci, solo che così ti rimane la voglia.
Dopo la birra, alla cassa, cerchi con lo sguardo l'espositore di caramelle e chewing-gum. Niente. Chiedi alla barista “Scusi, avete delle gomme?” Ti indica un distributore automatico, all’interno del locale. “Non intendevo i preservativi” pensi, mentre guardando meglio ti accorgi che effettivamente quel coso distribuisce chupa-chups e gomme, con una bella luce rossa lampeggiante che significa “prodotto esaurito”. Ah, ma non si tengono più alla cassa? Altrimenti li rubano?
Di nuovo rinunci, mentre Luca ti chiede “Perché le chiami gomme? Sei a Torino, sono cicles!” Già, ma tu vuoi essere international e le chiami gomme. Magari la barista viene da Canicattì e non lo sa.
Poco importa, li comprerai al primo bar che incontri. Il primo bar è ovviamente un bar-pizzeria-ristorante-cinese-chi-più-ne-ha-più-ne-metta. Entri con la solita domanda “Gomme?”. Due occhi a mandorla ti sorridono e si scusano “No, spiace signora”, senza nascondere la ben nota erre cinese. Stai per uscirtene, ma vedi l’oggetto del tuo desiderio che fa bella mostra di sé in una vetrinetta sul bancone. E ti chiedi se quel paio di occhi a mandorla te li voleva negare per farti prendere due nuvolette di drago, o se forse “gomme" non è abbastanza international e avresti dovuto dire “chewing-gum", magari lavorando anche un po’ sulla pronuncia all’americana. Ti chiedi tante altre cose mentre banalmente dici, indicandoli “Quelli voglio!”. Con espressione sorpresa e sorridente gli occhi a mandorla ti precisano: “Ah, i cicles!” Eh. Già.
Randagia, che cicles è international, a Torino.
23 Settembre 2011. Voglia di tramonto. Come al solito decido in un attimo: si va! E poi quale sera meglio di questa? Da ieri sera tutto è cambiato, anche la teoria della relatività di Einstein sembra essere superata: dicono ci siano particelle maleducate che osino viaggiare più veloci della luce. E poi stasera sul Piemonte, forse, cadranno pezzi sparsi di satellite impazzito in rientro in atmosfera, non posso perdermi lo spettacolo delle eventuali scie luminose dei residui in frantumi al contatto con lʼatmosfera! Quindi, davvero, quale notte meglio di questa? Non controllo nemmeno in macchina, gli scarponi sono già lì, sicuro! Prendo zainetto, maglia di ricambio e luce frontale per la discesa. Si parte, direzione solita e conosciuta, Monte San Giorgio. Mentre guido, chisssà perché controllo negli specchietti: no, tutto a posto, dietro la piana e davanti Musinè e San Giorgio, direzione giusta. Parcheggio la macchina, infilo gli scarponcini, bacchette? No stanno bene lì dove sono, salita agile! Lascio lʻasfalto ed infilo lo sterrato che porta in cima, neanche duecento metri ed incrocio il solito simpaticone dai valenti consigli: “Varda che a ven nòit prima nè adess!”. Rispondo? No? Si! “Ti tʼlas mai vistlu ʻn tramunt a mesdì?”. Accelero il passo, se tramonto deve essere, devo arrivarci in tempo. Il sole in caduta lancia ombre lunghe tra i castagni e le querce, la salita mi par più agevole, aria frizzante e profumi conosciuti. Dalle narici escono sbuffi da animale in affanno e sugli occhi colano stille di sudore, fattori noti: mountain is my therapy!
Giungo alla piega di sentiero abbandonata la quale si volta a destra in ripida salita verso la radura, vado, cinque minuti e ci sono, il sole cʼè ancora, aspetta me prima di tuffarsi oltre i monti. Radura. Poso tutto e cambio maglia. Certo che se parti di fretta la macchina fotografica la lasci a casa! Io lo zaino di Mary Poppins non ce lʼho! Cellulare? Cʼè! Almeno quello.
Lʼattesa. Scende il sole ad ampie falcate, che silenzio! Qualche cane in lontananza e nulla più. Scende, scende, sorpassa la linea immaginarie delle montagne e, giù, se ne va! Lascia un cielo porpora meraviglioso, forse più bello perché ci sono salito apposta, e mica vorrai trovarlo così così! Attendo ed assaporo lʼaria, mi guardo intorno ed anche Torino in lontananza sembra essere piccola e da quassù persino simpatica.
Scatto una foto col telefono, lʼultima volta che ci ho provato stavo guidando: lasciamo perdere! Fisso negli occhi quel cielo, me lo devo ricordare! Ora si è fatto scuro, prime stelle ad est, ma di satellite impazzito nessuna traccia. La protezione civile recitava 21.25 - 22.15, aspetto ancora 5 minuti. Niente, solo aerei curvi verso Caselle in discesa.
Dai, è ora di andare. Infilo la frontale e la accendo. Quando le avrai cambiate le pile lʼultima volta? Vedrai che regge, in unʼora sei giù! Ultimo sguardo verso il Monviso e poi decido di andare. Lascio la radura, venti trenti passi poi mi fermo. Torno indietro, mi manca qualcosa. Eppure mi manca... radura, radura, lo dico senza pizzicare la “erre”. Già, ecco cosʼera quel senso di vuoto di prima: lei che avrei voluto fosse qui, ed invece è al mare con MaVco.
Comincio a scendere, con quella strana voglia di merenda sinoira.
W.

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