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Cielo promette pioggia, destinazione vicina e salita breve: Monte San Giorgio, da Piossasco. Lasciate la macchina alla sbarra. Controllate gli avvisi esposti, mica che vi sfugga una banalità come “Divieto di accesso al parco causa battuta di caccia al cinghiale”. L'esperienza insegna. Oggi il cartello parla di una salita in notturna pianificata per la sera stessa, luna piena. Quindi tutto tranquillo. E allora su, per la strada sterrata nel bosco, perché il sentiero, mica sei mai riuscita a trovarlo. Solo qualche scorciatoia. Due caprioli che vi tagliano la strada e si fermano a guardarvi vi fanno quasi sentire importanti. Il tempo che ancora regge mette di buon umore. In un’oretta siete su.
Quando la strada esce dal bosco, si affaccia su un bel prato inclinato, da cui si lanciano con il parapendio. Ora non c'è nessuno. Sorridi al cartello “Vietato Volare”. Ti fermi a guardare il panorama e senti un “Oh ma anlura a ie cheidun!”(Oh ma allora c’è qualcuno!). Ed ecco due simpatici pensionati, stupiti che sia salito qualcuno anche oggi che il sole non c’è. Dimentiche delle raccomandazioni della mamma, accettate uno zuccherino da uno sconosciuto, ma a questa età nessuno più pensa di fregarvi con uno zuccherino: o ha la Z4 o niente. I due si stuzzicano su chi è più vecchio e acciaccato, loro che vengono qui tre volte a settimana, perché le mogli li mandano fuori casa. E quando tornano a casa si sentono dire “Oh, ma sei già qui?!". Un po’ di chiacchiere, poi iniziano a scendere, avvisandoci “C’è la chiesa più in là, bisogna andar a dire la preghierina, non che serva eh..” E con questo ottimismo, proseguite poco oltre verso la chiesa, che la preghierina non servirà, ma il panorama merita. Anche stavolta, valeva la pena di salire: Monviso, e tutte le altre intorno, che il nome non lo ricordi. Non ci fosse foschia, vedresti anche il Musinè, che sa di casa. Lasciate l’immancabile rima sul libro di vetta, scattate un paio di foto, e poi giù, si scende. Presto si raggiungono i due degli zuccherini, che allungano il passo e non vi mollano più. E la socia che doveva far pipì, e se la tiene. Uno è più spavaldo, chiacchiera a manetta e lascia indietro l’amico controllandolo ogni tanto “Luigin, anduma trop fort?(andiamo troppoo forte?) perché sapete, lui è vecchio” . Ti fa impelagare sul bordo strada per annusare il rododendro nano. Ti spiega che quella puntarella lì si chiama Rubatabo, perché una volta i buoi ci rubatavano, cadevano, tanto era ripida. “E poi ci siete mai andate alla Sacra di San Michele? E poi...”
E poi mai che un paio di bei quarantenni ci attacchino un bottone così? Eh ma questi son più motivati, han la moglie che li aspetta a casa da trent'anni, ritardano il rientro il più possibile...
“Ma poi Randa, non credi che saremo così anche noi da vecchie: tu davanti che parli anche con i muri e importuni i ragazzini, io che arranco paziente dietro? ” Che belle prospettive.
All’arrivo alla sbarra chiediamo se andranno a far la salita notturna citata nel cartello. “Mi? A m’antrapu già parei, figurte se a sa sciaira nen” (Io? Mi inciampo già così, figurati senza luce”)

Randagia, che si inciampa già così, e non ha ancora la pensione

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SMS del venerdì “8:30 da Vicky, andiamo all’Aquila”. E andiamo. Passate Giaveno, proseguendo per Pontepietra, dove riconosci un’auto dagli inconfondibili adesivi: “Fermi!”, urli manco avessi riconosciuto l’auto di Brad Pitt. E sbucano a destra e manca facce CAI UGET. Qui? Sì, è l’uscita di esercitazione prima di imbarcarsi, nel vero senso dela parola, in Selvaggio Blu Integrale: un nome che è tutto un programma per una settimana in Sardegna, imbrago e corde, mica secchiello e paletta. Un paio di volti nuovi, che per te nuovi non sono, li hai già visti in tutt’altro contesto. A forza le socie ti strappano dalle chiacchiere e si riprende la strada. Parcheggi all’Alpe Colombino, dove una volta partiva la seggiovia. Segui uno stradone ex pista che non è che sia tutta sta figata, anzi brutto proprio. All’intermedio di quella che era una seggiovia, sembra di essere nelle scene di un film di zombi: skilift rotti, piloni coricati, casupole distrutte. Dopo scoprirai che stanno ripulendo tutto, ma quella sensazione di desolazione ti rimane, nonostante il panorama susciti tutt’altra emozione. Dopo va meglio, un quasi sentiero c’è. All’orizzonte un’altra faccia nota, Mario di Verticale ma non troppo, lui che mette sempre su Facebook la gita del giorno dopo. Tu che per una volta non apri Facebook, e proprio una bella figura non fai. “Randa, ma come fai a conoscere sempre tutti?" E’ un caso, un piacevole caso.
Arrivate alla chiesetta, ti viene un dubbio “Ma la punta sarà qui o sarà quella la’?” “Ma va Randa, è qui! Siediti e mangia!”. Fai ancora due passi per guardare dall’altra valle, bello il panorama, misto sole nuvole... “C’è il libro di vetta!” ti urlano le socie. Colpo basso. Subisci il fascino dei libri di vetta. E inizi a leggere. Monica si scusa di aver bruciato i libri degli altri anni, ma aveva freddo quella notte che è rimasta bloccata qui. E assumi sia poi tornata a scrivere giorni dopo, altrimenti avrebbe bruciato anche quello. Qualcuno si firma CAI Lingotto. Ah, c’è pure il CAI Lingotto? Se sfogli ancora un po’ trovi il CAI Gru Village? Mister qualcosa chiede “Ma qua niente figa?” Alice e Laura si presentano. Chissà se hanno concluso. C'è poi Andrea che sale qui quasi tutti i giorni, in corsa solitaria. Roba che qualcuno chiede se questo una casa ce l'ha. Una giovane alpinista, con calligrafia spiccatamente maschile, gli chiede il numero di cellulare. Ale e Maura erano qui in una notte di luna piena. Mauro era qui a festeggiare il compleanno scrivendo “Chissà se anche il prossimo anno avrò le forze di salire” e quando vedi l’età, capisci che il dubbio è legittimo.
Mentre leggi arriva una madama che vi chiede “Ma non siete andate in punta?” Punta? Ah, sì certo alla croce. Sì certo l’avevate vista che era più in alto, ma ci volevate andare dopo il caffè. Ti senti un’idiota, "drita cume n'aquila", ma non stai a scriverlo sul libro di vetta. In piedi, e si continua.

Randagia, che "drita cume n'aquila" glielo diceva sempre la nonna, e non si sbagliava.

PS: l'itinerario.

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Le vie ferrate ti piacciono, non c’è dubbio. Hai una scalata stile bradipo, i tuoi cambi di moschettone sembrano sponsorizzati da SlowFood, ma ti piace. Neve bassa ma sole caldo: è stagione di ferrate. Come quando piove è stagione di funghi. Già, ma sempre lì attaccata al cavo, quel poco di fiato che ti eri fatta camminando è andato via. E osi dirlo. Osi dirlo a chi ti ha appena proposto la ferrata per il giorno dopo, che tra lo stupito e lo sdegnato ti chiede “E non puoi andare a correre?” E certo, tutti possono. Servono solo un paio di scarpe da ginnastica. E la voglia. Hai solo le prime, ma ti rassegni: vai a correre alla Pellerina. Sei solo tu, qualche lampione e qualche spacciatore. Forse hai sbagliato orario: aspetta un po’ e gli spacciatori saranno di più.
Viene mattina, ritrovo 7:30. “Randa, se per te è troppo presto, possiamo fare 7:35.” E anche qui, non sta scherzando. Un uomo dalla camicia a quadri, non scherza su queste cose. Destinazione Ferrata di Rocca Candelera, sopra Usseglio. I commenti di chi già l’ha fatta lasciano intuire che non sarà facile trovare l’attacco: la ferrata non è ancora omologata, ed il sentiero non è ben segnalato, anzi non è segnalato proprio, fatta eccezione per una bacheca e due cartelli. Beh ma, volevi fare fiato? Eccoti accontentata: questa prima oretta di scarpinata su bosco in forte pendenza fa al caso tuo. Peccato che poi, parti già “scioppa”. Durante la vostra ricerca incrociate una coppia di pensionati con le stesse intenzioni, ma con tante energie da impiegare in imprecazioni e classiche discussioni moglie-marito. Tra una imprecazione loro e un sorriso vostro, l’attacco vero e proprio non lo trovate: salite all’intermedio come fosse una seggiovia. La pensionata parte come una fusetta, lui non ti sembra starle dietro. Intanto vanno più di te, sicuro. La ferrata sale, e sale bene, tanti scalini dove servono, ma anche tanta pietra, che fa più piacere. Passi corti, per non stancarti. “Occhio Randa, qui è un pelino strapiombante!”. Un pelino. Un pelino di Jeti!
In cima si scambiano due parole con la ritrovata coppia, che ci stava dando giù di vino:
“Vuiaiute steve si?” chiediamo (“Voi state qui?”).
“No, ades caluma giù” ci rispondono (“No, adesso scendiamo”).
Il vino doveva essere buono, visto che noi intendevamo solo chiedere se erano di queste parti...
Si scende insieme seguendo i bollini rossi da caccia al tesoro, mentre si cerca di mantenere l’equilibrio sull’erba viscida del pendio. Tu che i bastoncini non li hai portati perché nonostante la recensione lo consigliasse, hai pensato “meglio una culata in discesa che due stecche negli occhi in salita”. Ecco ogni tanto pensare non conviene.
Si finisce alla Furnasa, ad Usseglio, a mangiar carne cruda generosa di aglio, gnocchi che finalmente san di patata con toma che sa di toma, tracannando un buon dolcetto e chiacchierando. Gli occhi del pensionato prendono vita solo se si parla di montagna, qualunque deviazione di argomento lo vede assente. E anche la montagna, mica tutta.
“L’Eiger in Svizzera? Da giovane dicevo che l’avrei fatto da vecchio, e adesso son troppo vecchio per farlo.. Perché non l’ho mai fatto? Dai, non era neanche un 4000 non valeva la pena.” Ah già, come dargli torto era solo 3970 metri, pensa se han sbagliato a misurarlo. E poi scopri che questo “pensionato” è quel Franco Bianco che ha fondato il Club dei 4000, scalando 80 delle 82 vette censite. Brau, Franco! Tu che mai avresti detto. E ti vien da sorridere quando racconta che adesso che fa solo più cose facili, che si trova bene con il cordino corto, che voi non sapete la brutta sensazione di quando le braccia non ce la fanno più, che si cadrebbe giù “mol cume na merda”. Tu delle 82 ne hai fatte 0, ma quella brutta sensazione di quando le braccia non ce la fanno più la conosci benissimo. Non glielo dici però, o distoglierebbe lo sguardo.

Randagia, che trenta metri fan la differenza...

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“Opposizione. E’ fisica. Metti un piede a sinistra, una mano a destra, una a sinistra. Gambe larghe. E spingi. Opposizione. Vedi che stai su? E adesso muovi un piede e vieni avanti”. E questo te lo dice con la tranquillità e la sicurezza della nonna che ti insegna a fare la maionese, sicura che non impazzirà, anche se sei tu e non lei a sbattere le uova. Tu ti fidi, segui quelle che credi siano le regole base per non sfracellarti qualche metro sotto. Perché lì, sotto le tue gambe, tra la roccia di destra e quella di sinistra, è vuoto. Non altissimo, ma vuoto. Sotto, la rossa sabbia giordana. Non deve essere morbida. Un passo. Una botta di adrenalina o quello che è. Un “Minchia!”. Due passi. Un altro “Minchia!”. Un passo. E’ fatta. “Minchia!”. Bello. Sorridi, ringrazi Mister Tranquillità per la ricetta della maionese, e a sera pensi: “Perdo dieci chili, e a primavera mi iscrivo al corso di arrampicata. Salire è bello, ma portare a spasso tutta questa roba, è uno sbattimento!”. La vacanza finisce, l’inverno pure. Ma quei dieci chili sono ancora tutti lì, o quasi. Rinunci? Sfogli il calendario gite del CAI. Ferrate. Che sia la giusta via di mezzo? Ma le saprai fare? Poco male, c’è l’uscita di prova. Attrezzatura in affitto, e un paio di persone di esperienza e buon cuore si offrono di portare i nuovi arrivati su una ferrata prima di portarli nelle gite sociali con il branco. Un pomeriggio in settimana. Caprie. Hai l’agitasiun già da un’ora prima, quello stomaco che si chiude e si chiede se ce la fai o no. Sole che spacca. Imbrago, set e cordino corto, quello che quando sei stanca, ti agganci penzoloni e riposi. Passi corti, per non stancarti. Riposati se sei stanca. “Si si, si si”. Si sale, bello, facile. Che caldo. Oh, qui è dritta proprio. Passi corti, per non stancarti. Riposati se sei stanca. Oppure, casca come una pera cotta. E pera cotta sia. Le braccia ti lasciano. E’ tutto un attimo. Mica come i testacoda con la macchina, che hai tempo a riviverti tutta la vita prima del botto. Qui il botto è subito. E nessuna carrozzeria a proteggerti. E’ la faccia quel pezzo di te che sbatte contro la roccia. E capisci perché dicono “duro come la roccia”. Male? No, la paura anestetizza. Non hai male. Due occhi seri si sbarrano dentro i tuoi, due mani ti fanno il contorno della faccia, solo dopo parlano: “Cosa hai picchiato?” Eh, vallo a sapere. Guarda dov’e il sangue, avrai battuto lì. Sangue in bocca, si attaccherà mica al lavoro del tuo dentista? No, sembra di no. Ed è già un sollievo da 1000 euro almeno. La diagnosi è banalmente un labbro tagliato. Avrai picchiato la guancia, ma ti è andata di culo. I danni dentro sono altri e non fan testo qui. Ci bevi su quel mezzo litro d’acqua, mentre ti chiedi come hai fatto, e qualche risposta viene. Ora te lo ricorderai a cosa serve il “cordino corto”. Dai, sono cose che prima o poi capitano. Dicono. Già, avresti preferito poi. Si riparte. “Randa, ti leghiamo per salire?” No dai, proviamo. Respiri. E avanti. Non tremi, ma proprio sicura non sei. Qualche mano amica cambia i moschettoni al posto tuo quando ti vede in difficoltà, che per oggi importa solo uscirne. E capisci perché le chiamano “vie di fuga”.

Randagia, che porge l’altra guancia...

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Quest’anno hai detto “Basta”. Basta. Basta a quelle gite in montagna che fai 700 metri di dislivello a inizio stagione, dicendo “alla prossima ne facciamo di più”, e ti ritrovi a fine stagione che sempre 700 ne fai. Crescita zero, come l’Italia. Ma quest’anno lo fai, ti iscrivi al C.A.I. (Club Alpino Italiano), almeno si cambia.
Scarichi da internet il Programma Gite, con discreto anticipo. Tanto discreto, che invece delle gite primaverili ci trovi le gite con le racchette da neve. Perché no?
Iscrizioni il giovedì in sede. “Ah, non hai mai messo le ciaspole? Sì, è una gita facile. E’ praticamente pianura.” Se praticamente è pianura, perché sul volantino c’è scritto dislivello 600 metri? La matematica non è un’opinione, ma la pianura sì?
Ritrovo la domenica, all’incrocio tra Corso Giulio Cesare e Corso Vercelli. Ah perchè, si incrociano? Pare di sì, si incrociano su un bel parcheggio ghiacciato, punto di ritrovo di escursionisti e immigrati rumeni. Dietro corso Romania, appunto. Vedi di azzeccare il gruppo giusto, o tu e le tue ciaspole vi ritrovate a Timisoara, e lì non sai se c’è neve.

Trovi il tuo gruppo, si compattano le macchine, una camicia a quadri carica te e altri. Non sa a cosa si è condannato: oltre al passaggio ti serve anche qualcuno che ti insegni come si cammina con le ciaspole, e una camicia a quadri è tipicamente più disponibile di chi ha il culo TheNorthFace e i pettorali Montura. Destinazione Champorcher. Durante il viaggio, racconti epici vedono protagonisti i vari personaggi del gruppo, in abiti fantozziani. E ridi. “Sta stra a fa ‘vni lurd” ti senti dire, quando di fronte a te si presenta la serpentina d’asfalto che da Bard porta a Champorcher, con tante di quelle curve da diventar scemi (n.d.r. traduzione non letterale).
Parcheggio. Arva. Racchette. Il tuo gentilissimo autista, si prodiga nella lezione numero uno: “Allora Randa, le racchette si mettono così... Ecco, sgancia dietro. Cammina davanti a me che vediamo come sali.” E non lo dice per guardarti il culo, o almeno credi.
Un’immensa distesa di bianco ai tuoi piedi, anni che non ne vedevi una così. In quel momento ti chiedi perchè poi hai scelto lo sci di pista perdendoti tutto questo. Qualcuno ha già lasciato impronte prima di voi, e le seguite, mentre lo sguardo, quando hai il fiato per sollevarlo, spazia su distese bianche schiantate contro il blu limpido del cielo. Lenzuola bianche e cuscini blu: immagini che la levataccia di questa mattina ti porta ad evocare. Fatichi come un mulo, e improvvisamente ricordi: era la fatica della salita che ti aveva fatto scegliere lo sci di pista! Troppo tardi per i rimpianti, grondando sudore, rimani affezionata al passo dell’apripista, che lento e inesorabile, costa dopo costa, ignorando il concetto di sosta, ti frega e ti porta fino in punta.
Respira: ce l’hai fatta! Guardati attorno: un panorama di quelli che visti in cartolina son belli, ma visti mentre ti asciughi il sudore sulla fronte, lo sono di più. No, non sai riconoscere le montagne, gli altri sì, e te le indicano per nome: ancora non sanno che è tutto inutile, perchè tu e la memoria avete un pessimo rapporto. E che dire del bacio di vetta? Quando si arriva su e, con tutto il sudore di cui si è intrisi, si baciano gli altri? Meglio non dire. Volano i complimenti per quelli che “Noi è la prima volta!". Un bicchiere di the, un panino, due chiacchiere, quattro risate. Chi sbuccia frutta, chi gusta la trippa condita preparata dalla moglie, chi beve solo “sennò non digerisce”. Tu vorresti dormire, ma non sai come dirlo, e allora non lo dici.
In discesa, il tuo involontario mentore, è diventato volontario: “Allora a scendere, talloni verso il basso e lasciati scivolare... Guarda come faccio io, e fai uguale!” E tu lo fai, scendi. Dopo i primi passi incerti, inizia il divertimento: un passo dopo l’altro, correndo sul manto bianco, nel manto bianco. Ti ricordano le dune del deserto, ma bianche, farinose, fresche. Se cadi, chissene! E ridi. C’è chi dice che la montagna dovrebbe essere silenzio, ma non sei convinta. E ridi. Quando ti volti indietro vedi i segni dei vostri passi su quelle lenzuola bianche, confusi e disordinati come fossero di bambini. E sorridi.

Randagia, che bisogna mantenersi un po’ bambini. E ride.

Le inquietanti inferriate alle finestre al quinto piano di grigi palazzi non ti stimolano a rimanere ad Amman più del necessario: notte di riposo, giornata di assaggio della Giordania settentrionale, prima del desiderato spostamento a sud. Si visita velocemente Umm Quais, un sito di rovine romane non particolarmente notevole, dove, come quasi ovunque in Giordania, vale più l’atmosfera del posto che il posto in sé. Da qui si gode una bella vista sul Lago di Tiberiade. Sì, sì, proprio quello del catechismo. Sai quando Gesù dice a Pietro «Non temere; d'ora in poi sarai pescatore di uomini», e tutti mollan le barche, mollan le reti e gli van dietro? Ecco, erano proprio su quel lago, a pescare. Ora quel lago è nel territorio di Israele, ed i palestinesi vengono qui a guardare questo fantastico panorama che era la loro patria: vedi il lago, i villaggi, le campagne di Galilea. E ti fa più effetto questo, che pensare che sia un lago di acqua dolce sotto il livello del mare. Le guide ti sconsigliano di andare a Umm Quaiss nei venerdì di sole, in quanto meta dei merenderos locali: sarà, ma non ti credi ti sarebbe dispiaciuto.

Non puoi mancare Jerash, sito archeologico ben più vasto e ricco del precedente. Cioè tu lo potresti anche mancare, ma la rossa modenese, potrebbe uccidere se l’itinerario dovesse escludere questa meraviglia. E tutti i torti non avrebbe. Jerash (Gerada) insieme ad Amman, Umm Quais e altre 7 città faceva parte della decapoli, cioè della decina di città collocate sul confine orientale dell’Impero Romano, tra le attuali Giordania, Siria e Cisgiordania. Ci capiti con la luce del tramonto, fai finta di non sapere che si sta disputando una ridicola corsa delle bighe, ti guardi intorno e respiri fascino. Tra un colonnato e un pavimento mosaicato, i ragazzi del posto si danno appuntamento al muretto, sparando la musica a palla e fumando narghilè: la versione giordana del muretto di Alassio. Un mini souk ti attende all’uscita: chefie di tutti gli stili e i colori. Se hai intenzione di comprarne una, prendila qui: nel deserto ti servirà, e a Petra la pagheresti il doppio. Certo, non sono le chefie ricamate a mano, che vedi indossate dai locali: altrimenti invece di 5 dinari te ne chiedono 50. Almeno evita di prendere quelle con stampato “Made in China”.

Un lungo spostamento vi porta verso Madaba, dove, peccato averlo scoperto dopo, c’è il miglior ristorante di tutta la Giordania a prezzi non proibitivi, l’Haret Jdoudna. Non puoi non provare le baklava in una delle tante pasticcerie che fanno mostra di questi dolcetti al miele in enormi vassoi rotondi, che ti viene l’acquolina solo a parlarne.

Nel gruppo non ci sono ragazzini, ma allora com’è che la guardia deve venirvi a dire “Vi ricordo che questa è una chiesa, meno casino!” ? Sì, per lo meno lo dice in inglese e non in italiano, ma è una magra consolazione. Il mosaico della mappa della Terra Promessa, incastonato sul pavimento di una chiesa, voleva indirizzare i pellegrini, verso i luoghi di culto, e quindi questi vi erano principalmente raffigurati. Risale al VI secolo, ed è talmente particolareggiato da essere stato base per la cartografia della zona. Se lo visitate al mattino, la luce che filtra dalla finestra può infastidire il fotografo appassionato, a tal punto che i suoi amici potrebbero incasinarsi nelle peggio pose per realizzare ombre opportune, magari senza mantenere il silenzio, quindi: ricordatevi che siete in una chiesa!
In questa zona son fanatici del mosaico, c’è anche una scuola, la migliore al mondo. Una bella collezione è presente sul Monte Nebo, ma in questo periodo (gennaio 2012) è chiusa per restauri, quindi non la vedete. Farci una puntatina merita comunque, perchè il Monte Nebo non è solo mosaici, no. Tu vai, mettiti lì, sul terrazzo panoramico, guarda davanti a te: si vede Gerico, la valle del Giordano e se il cielo è terso, anche Gerusalemme. Sentiti arrivato, come Mosè qualche migliaio di anni fa. Già era proprio il buon Mosè che, dopo aver condotto il suo popolo per anni di marcia, arriva qui e finalmente vede la Terra Promessa. Peccato non riesca ad andare oltre e schiatti qui, per volere di Dio o per sfiga, che spesso coincidono. Si dice che Dio stesso l’abbia sepolto su questo monte, lasciando al figlio Giosuè il compito di tagliare il traguardo.

Randagia, che per questo viaggio ha ripassato le lezioni di catechismo

Dicembre.‭ ‬Voglia di deserto.‭ ‬Voglia di cambiare aria.‭ ‬Subito.‭ ‬Chissenefrega del Natale‭? ‬Parti subito che sfrutti meglio le ferie.‭ ‬Peccato che il resto d’Italia non la pensi come te,‭ ‬e fin a dopo Natale non c’è il numero di partecipanti sufficiente affinché un viaggio parta.‭ ‬E aspetti.‭ ‬Aspetti che passi Santo Stefano,‭ ‬e parti con il viaggio‭ Giordania Trekking‭ ‬di‭ Avventure nel Mondo‭.

Camminare ti piace,‭ ‬in montagna ci vai spesso,‭ ‬secondo la scheda del viaggio,‭ ‬si tratta di trekking di categoria‭ "facile",‭ ‬vuoi non farcela‭? ‬Arrivano le prime mail del gruppo che si sta formando.‭ ‬Il viaggio è stato assegnato alla guida di un tizio di nome Donato ma di mail Renato,‭ ‬giusto per aver confusione già dall’inizio.‭ ‬La confusione però si limita al nome,‭ ‬perché le istruzioni di viaggio che vi propina sono nette:‭
1‎) ‏leggetevi la relazione che vi mando,‭ ‬scritta da chi prima di noi ha fatto lo stesso viaggio‭ (‬e vedete di non fare domande che lì hanno già una risposta‭).
2‎) ‏mettete l’indispensabile nel bagaglio a mano,‭ ‬che quello in stiva è probabile che ce lo perdano.
3‎) ‏portate qualcosa di tipico della vostra regione,‭ ‬meglio se alcolico.

Ecco diciamo che il decalogo del perfetto viaggiatore non serve,‭ ‬basta il trittico.

Iniziamo a leggere la relazione.‭ ‬Bello,‭ ‬ti dicono cosa ti devi portare.‭
Scarpe da trekking.‭ ‬Sì.‭
Vestiti comodi.‭ ‬Sì.‭
Una corda da‭ ‬20‭ ‬metri.‭ ‬Una corda da‭ ‬20‭ ‬metri‭? ‬Ma non era un viaggio di categoria‭ "‬facile‭"? ‬E scusa,‭ ‬fosse stato di categoria‭ "difficile" ‬serviva anche la corona del rosario da‭ ‬5‭? ‬No,‭ ‬la corda no.‭ ‬Tanto se la porti,‭ ‬mica la sai usare.‭ ‬La porteranno altri,‭ ‬ovvio.‭ ‬Altri sì,‭ ‬se solo non ragionassero come te.‭ ‬Però prendi il moschettone viola,‭ ‬che un moschettone serve sempre,‭ ‬dice tuo padre,‭ ‬ma mica è vero.
Di tipico cosa porti‭? ‬La bagna cauda‭? ‬E no,‭ ‬senza tapinambur no.‭ ‬I gianduiotti‭? ‬Si squagliano.‭ ‬Torrone,‭ ‬vai di torrone.‭ ‬E qualcuno ci provi a dire che non è tipico piemontese.
Sul bagaglio,‭ ‬già sai,‭ ‬non ti preoccupi:‭ ‬scarponi ai piedi,‭ ‬sacco a pelo nello zainetto,‭ ‬di tutto il resto,‭ ‬se va di sfiga,‭ ‬si può fare a meno,‭ ‬o quasi.

Il gruppo è di‭ dodici persone.‭ ‬Da Torino,‭ ‬siete in due a partire.‭ ‬I grandi accordi preliminari,‭ ‬presi circa tre ore prima della partenza,‭ ‬sono‭ “‬Ci si aspetta al check-in‭"‬.‭ ‬Beh,‭ ‬o siete entrambe immuni alla sindrome del‭ “‬ma tu cosa ti porti‭?” ‬o siete prese da altro,‭ ‬o non ve ne può fregare nulla di avere un’idea di con chi vi toccherà passare i prossimi giorni,‭ ‬l’importante è posare i piedi e l’anima in quel deserto.‭ ‬Probabilmente un mix delle tre.
Ci si riconosce facile,‭ ‬al check-in per Istanbul tante valigie,‭ ‬ed un solo zaino.‭ ‬Sarà lei,‭ ‬ma falle uno squillo che eviti figuracce.‭ ‬L’ultimo buon caffè prima del metal detector,‭ ‬con chi in aeroporto ti ci ha accompagnata e qualche amico che tra un check-in e un landed capita di lì.

L’incontro con tutto il gruppo è al gate del volo Istanbul-Amman.‭ ‬Scalo a tempi stretti,‭ ‬ma meglio i tuoi tempi stretti che le‭ ‬10‭ ‬ore di attesa di altri.‭ ‬Tra pochi metri incontri il‭ “‬gruppo‭”‬,‭ ‬e che Allah te la mandi buona. Anche qui riconoscerli è facile.‭ ‬Un cofanetto di Ferrero Rocher gira tra un gruppo eterogeneo di persone:‭ ‬matematico,‭ ‬sono loro.‭ ‬Un Terence Hill che non ha abusato di botulino si avvicina sorridente,‭ ‬con l’accento di Troisi:‭ ‬ecco è Renato/Donato‭! ‬Lui viaggia leggero,‭ ‬solo bagaglio a mano.‭ “‬Certo,‭ ‬perché la tenda te la sto portando io‭!" ‬dichiara sorridendo una voce con lo stesso accento,‭ ‬la sorella.‭ ‬I Ferrero Rocher hanno uno sponsor Emiliano,‭ ‬Tiziana e Franco,‭ ‬la coppia del gruppo.‭ ‬Il ruolo di cassiere,‭ ‬tanto odiato quanto indispensabile nei viaggi in cui è prevista una cassa comune‭ (‬sempre con Avventure nel Mondo‭)‬,‭ ‬è già stato assegnato in tua assenza a Ol,‭ ‬povera lei che si prende la rogna,‭ ‬ma contenta tu che l’hai scampata.‭ ‬Un Piero Pelù più in carne e con i capelli corti è arrivato da Milano per voi,‭ ‬sotto il falso nome di Ale.‭ ‬Il veneto è ben rappresentato dagli aitanti Wil e Henry.‭ ‬Ma belin,‭ ‬dove sono i genovesi‭?

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Buon Compleanno Nonna, ma quante ne abbiamo fatte insieme? Ti ricordi quando mi tiravi le patrle (ciabatte) dietro se ti facevo arrabbiare? Io mi ricordo i lividi se non mi schivavo in fretta. E quella volta che per poco partiva la finestra…

Se prendi più di "Distinto" ti faccio gli gnocchi. Questo era il nostro tacito patto, neanche tanto
tacito perché conservo ancora i contratti. Mi impegnavo tantissimo per un piatto di gnocchi, e fioccavano gli "Ottimo" e i "Distinto+". Bastava il “+” per averli. Con il senno di poi, avrei voluto prendere insufficiente, magari sti cuscinetti sui fianchi non mi sarebbero venuti. Perché non me l'hai detto?

La sveglia alle 6 per ripassare "che al mattino rimane di più". Ma chi ti ha detto sta cosa? Tu hai la terza media, non puoi sapere. E lo so che con la terza media tenevi la contabilità dell'azienda di famiglia, ma la partita doppia l'hai studiata alle 6 del mattino?

I lordoni presi per il disordine che lasciavo in camera, facciamo che non me li ricordo. "A casa tua dovremo scavalcare la merda per spostarci da una stanza all'altra". Avevi ragione, solo che per fortuna casa mia è praticamente un monolocale, quindi non s'ha da faticare tanto. Mi ricordo il lordone per il primo ragazzo. Il giorno che mi ha lasciata, ero un fiume di lacrime "Ma dime ti sa t'las da piuré per an fiol, cul napuli. Ven si c'at dagu un lurdun parei at piure per cheicosa" (ma dimmi se devi piangere per un ragazzo, quel meridionale… vieni qua che ti do una sberla almeno piangi per qualcosa).

Si perché di nonne ne avevo due, ma con l'altra non c'ho mai azzecato molto. Era tirchia. Non dava mai soldi e anche a te stava sul culo per quello, tanto che un Natale mi hai detto "Ti do il doppio dei soldi che ti dà l'altra", convinta che 0 per 2 facesse 0. Legittima convinzione: peccato che quell'anno l'altra mi avesse dato 50 mila lire, così t'è toccato darmene 100: con tutti quegli gnocchi in matematica non mi freghi!

15 anni. Esco la sera. Papà vuole che torni per l'una, e tu a dirgli: "Guarda che se deve far cretinate le può fare anche prima dell'una, smettila con questo coprifuoco: io a te mica lo davo, ed eri molto più deficiente di lei".

18 anni. La macchina. "Niente autoradio, vuoi mica essere milanese!" tuonava papà. L'autoradio me l'hai regalata tu, con un biglietto "Ricorda a papà che quando aveva vent'anni era l'unico dei suoi amici ad avere l'autoradio. E non era milanese."

19 anni. L'università. "A l'è an travai da omo, ma duvria purtè ad gran… set's sicura che lu finise?" (è un lavoro da uomo, ma dovrebbe portar soldi, sicura che ce la fai?). Tutti storcevano il naso, ma tu no. Grazie. Poi ti incazzavi quando davo ripetizioni per tirare su qualche soldo, che era tempo sprecato che i soldi me li avresti dati tu: anzi, me li avrebbe dovuti dare papà. Aspetta e spera. "Varda che mi voi nen moire se ti tses nen laureate, di?" (Guarda che non voglio morire se non ti sei laureta, eh?). No nonna, tranquilla, mica ci metterò tanto, e poi tu campi fino a cent'anni!

22 anni. Stoccolma. "Sat dise ch'a serv" (Se dici che serve). “Ma studia eh..” io vado, e studio, ma non abbastanza in fretta.

24 anni. Ti prende il cancro, e io sono lontana. Ti vengo a trovare e tu sei solo buona a dirmi "Non perdere tempo con me, studia". Cazzo sta zitta nonna, a studiare c'è sempre tempo. "Dai nonna, mi metto lì sul tavolo all'angolo, così se hai bisogno sono qui, e studio eh?" . Ma come faccio a studiare con la persona che mi ha cresciuta stesa in un letto, bianca, con la flebo e morfina dopo morfina. E mi considero una merda, perché tra qualche giorno me ne andrò di nuovo via e non so se ti rivedrò. Mai più. "Non so se riuscirò a vederti laureata bambin…" solo che adesso non ho il coraggio di dirti che camperai cent'anni, “ma l'esame che hai dato ieri, era l'ultimo?" Sì nonna, sì, l'ho passato sicuramente. Invece non era vero un cazzo, ma non avevi certo bisogno di saperlo. No dai, a parte quella non te ne ho mai contate tante di bugie. "A capisu nen lu sgnur perché ven nen a pieme" (Non capisco perché il Signore non viene a prendermi) Si vede che è distratto nonna, c'avrà i fatti suoi. Vorrei che in Italia ci fosse l'eutanasia, ma non ti dico neanche questo adesso. Un abbraccio forte. No, non forte perché ti fa male. Le lacrime le ho trattenute a stento, ma ci sono riuscita. E parto. "Ma promettimi che ti ricorderai di me, che mi penserai ogni tanto…" Minchia, nonna, non dire cazzate per favore! "E tutte ste parolacce non dovresti dirle…"

27 giugno. Mattina presto suona il telefono. Sento singhiozzare di là, è papà. "Mamma se n'è andata" e non riesce a dire altro. Io non riesco a dire altro che "Prenoto un aereo".

L'aereo lo prenoto, ma fa ritardo, mi fa perdere la coincidenza per Torino. Avevo chiesto alle hostess "anche Milano" purché sia in fretta. Ma le troie mi hanno detto che non c'era: invece c'era, lo scopro da sola e troppo tardi. Così le ore di attesa le passo tra i singhiozzi, i ricordi e le sigarette a scrivere un reclamo alla compagnia, scritto talmente bene che mi frutterà voli gratis tutto l'anno. Quando si dice non tutto il male viene per nuocere: sì, ma intanto viene.

Arrivo all'aereoporto di Torino che il funerale è gia iniziato, gli amici di sempre mi vengono a prendere per portarmi da te. Per strada vomito, non so se sono io o la classica guida degli amici di sempre. Arrivo al cimitero che il funerale è già finito. Per prima vedo la zia novantenne, l'unica sorridente perché alla sua età i funerali sono occasione di vita mondana.

Poi mi sono laureata eh, credici, non è una bugia. E sì, a te ci penso ancora, spesso. E no, mi dispiace, le parolacce le dico ancora.

Buon compleanno, nonna!

Randagia, che lo sa, che l'avete già letto l'anno scorso, ma la lacrima le scende uguale.

E’ dicembre, ma la neve si vede ancora solo da lontano. Allora via, ancora scarponcini e racchette. Il tè lo porta Vicky, il caffè David, Randa ha ancora quel rhum nella fiaschetta di plastica da condividere. Qualcosa di basso, che di pestare la poca neve che c’è non se ne ha voglia. Rocca Sella, 1508 mt. Si parte da Celle, sopra a Rubiana, ben indicato. Un paio di fontane alla partenza consentono anche agli storditi dalla borraccia vuota di farsi le scorte. Il pezzo forte del sentiero è il panorama, per tutto il percorso, e con una giornata tersa così: che botta di culo! In un’oretta, vabbè un’oretta abbondante, siete su. Non da soli ovviamente. La cappella di Rocca Sella e le rocce del “sagrato” non le hai mai viste deserte, ma almeno adesso non è come a luglio, che sembrava una spiaggia ligure. Due chiacchiere, un panino, punti quello che sembra il più muntagnin di tutti e ti fai consigliare un sentiero diverso per il ritorno. “Ah sì, potete fare il sentiero delle foglie: andate a destra, passate da Fontana Barale, eh certo, foste venuti due settimane fa i colori delle foglie sarebbero stati uno spettacolo, un bel bosco di faggi..“. E quando ti dicono “due settimane fa era uno spettacolo di foglie” tu non ci arrivi a pensare che se due settimane fa quelle foglie erano colorate e sugli alberi, adesso sono secche e per terra, e si scivola da paura. Ecco perchè il “sentiero delle foglie"! Iniziate a sfottervi “Che, fai surf?” “Guarda la Vicky, come la Venere che esce dalle foglie!”. Già ma il Botticelli non l’ha disegnata con un bernoccolo in fronte, quindi occhio alle scivolate con cranio su roccia. Arrivate a Fontana Barale, dove una allegra coppia di pensionati con cane si sta godendo il sole. Si sente rumore di elicotteri. “Speriamo che non facciano male ai ragazzi... dicono che non ci sono soldi, ma poi per mandare tutto sto ambaradan di esercito qui su, li trovano!" Ah, oggi c’è una manifestazione No-Tav. “E’ l’anniversario: l’8 dicembre del 2005 c’era stata la presa di Venaus. Mi ieru.. capite il piemontese? “ Sì madama, vada tranquilla, che si vede che quando si infervora, l’italiano non le viene facile. E madama parte decisa e 'nrabià: “Ero in prima fila, lì attaccata alle recinzioni, con il giubbetto giallo, e gliele abbiamo date a quelli, ma poi qualcuno ha detto basta, e non abbiam potuto fargli male: bisognava metterli in mutande e lasciarli lì al freddo, nel canalone...” La discussione si fa animata, la pensiamo tutti alla stessa maniera. In valle tutti la pensano alla stessa maniera. Lasciamo Fontana Barale, per scendere, tutti insieme: che è anche quello il bello della montagna della domenica, teste che ti accompagnano per un paio di tornanti, talvolta di più. Stavolta di più. E che passo madama! Alla faccia della pensionata, se ne frega del sentiero delle foglie, cade anche, ma va giù secca. E il marito non manca di precisare “Da giovane, ha vinto tutto quello che poteva vincere, faceva le maratone, nella squadra nazionale!” Lei prova a sviare il discorso, non ne vuole parlare, ma lui non la smette più. “L’è propi namurà” (è proprio innamorato). E quando hai finito di parlare di NoTav, tocca al prezzo della benzina, che la monovra Monti giusto ieri ha alzato di botto. “Ma mi 'am catu an caval, vadu fe speisa cul caretin!” (Ma io mi compro un cavallo e vado a far spesa col carretto). Poi gli argomenti si alleggeriscono, “Ma come lo fai il tiramisù, con i savoiardi?” Eh sì, mica me lo farà con i pavesini? “Prova con i cantuccini, fantastico: i cantucci fan ‘na pippa ai savoiardi!”

Randagia, che complimenti madama, a lei le rogne fan ‘na pippa!

I feel CUD

23 Nov 2011
Posted by randagia

Scrittorincittà. Cuneo. Non posso non fare un salto. Prenoto due biglietti per Michela Murgia. Non ho mai letto nulla di suo, ma mi è simpatica a pelle. E la pelle non sbaglia. Teatro Toselli. Le letture vanno. Belle. Che fanno pensare. Fino al bis. Che fa tremare. Michela ti informa, che Santa Romana Chiesa, per riprendersi dalla decimazione degli 8x1000, a seguito dei ben noti episodi di pedofilia, ha bandito un concorso a premi per le parrocchie. In palio un volo a Madrid, per le giornate della gioventù, per le parrocchie migliori. Ma migliori in che? Migliori nella raccolta CUD. I feel CUD. Così l’hanno chiamato. «Cosa hanno in comune giovani, anziani, l’8xmille e Madrid? È ifeelCUD.it, il concorso al quale possono partecipare i ragazzi e le ragazze delle parrocchie di tutta Italia.” Il logo? Un CUD piegato ad aeroplanino. Avete capito bene, il concorso invita i ragazzi delle parrocchie a raccogliere i CUD di coloro che, avendo solo redditi da lavoro dipendente o assimilati, non sono tenuti a consegnarli. Tipicamente anziani pensionati. Ma se non sono tenuti a consegnarli per lo stato, perché dovrebbero esserlo per la Chiesa? Caro ragazzino della parrocchia, non è che stai aiutando un vecchietto in qualcosa che gli serve veramente. No, lo stai aiutando in una cosa che se non servisse a te per andare a Madrid, o meglio alla Chiesa per tirar su soldi, lui non dovrebbe neanche fare. C’è quella fantastica letterina che accompagna il CUD, quella in cui firmi per l’assegnazione del tuo otto per mille tra sette confessioni religiose (cattolica, valdese, ebraica,...). Vero, anche l'otto per mille di chi non firma viene comunque redistribuito tra sei dei sette enti contendenti, le assemblee di Dio disdegnano, secondo le percentuali calcolate in base a chi ha espresso una scelta. Ma se tu una scelta riesci a farla fare, vai a aumentare anche la tua percentuale del fettone di chi la scelta non esprime . E questo tu non lo sapevi, ma Santa Romana sì. E quindi vai, bel chierichetto, prendi il CUD del nonno, fagli firmare la letterina e portala a Babbo Ratzy, come faceva il nonno quando prendeva la tua e la portava a Babbo Natale. Solo che con le tue letterine, Babbo Natale non s’è fatto i soldi. Va che devi essere un genio a pensarla questa, va che devi aver avuto un’illuminazione dall’alto per esserci arrivato. Perché ad un comune mortale senza ganci lassù, questa sembrerebbe una truffa. Tanto quanto i finti esattori del gas che vanno a casa dei vecchietti e chiedono di pagare le bollette in contanti. Uguali. Solo che questi non chiedono soldi, chiedono solo fogli. E non rubano al vecchietto. Rubano allo stato, alle altre religioni, e va beh che tra di loro se la giocano, ma...
Se scoprissi che un ragazzino dall’aria innocente, va a chiedere il CUD di mia nonna e lo porta al suo Don Matteo con una firma sotto la voce “Chiesa Cattolica”, andrei dal suo Don Matteo e gli toglierei la gonnella in piazza. Prenderei la sua scatola delle offerte e la porterei ai valdesi. Raccoglierei l’elemosina durante l’eucarestia e la consegnerei al comune. E gli tirerei un cartone nello stomaco da fargli mancare il fiato. Altro che volo a Madrid.
Comunque ormai è tardi, il concorso è terminato. Sul sito sono elencate le parrocchie vincitrici. Tutte del sud. Probabilmente perché al nord, il CUD di tua nonna lo prendi tu, e le fai firmare nella casella dei valdesi un anno, alle assemblee di Dio un altro anno, allo Stato un altro anno ancora.

Questo l’articolo con cui, a Marzo, la Murgia denunciava il concorso su Il fatto.

Randagia, che non si sente CUD per niente...

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